martedì 31 gennaio 2012

Recuperiamo la nostra sovranitá alimentare


Siamo abituati, soprattutto quelli che vivono nelle grandi cittá, all’impersonalitá. Si esiste solo come numero, come dato statistico. Si esiste a malapena anche per i propri vicini. Si esiste solamente per i propri amici e per la propria famiglia, in qualche caso.
Quando cammini per strada nessuno nemmeno ti vede, sei un fantasma. Troppa gente. Troppe facce. Non dico che non ci sia la curiositá di conoscere le altre persone, semplicemente in molti casi manca l’opportunitá. Manca il tempo. Si corre. Tutti, si corre. Ma dove si corre? Si corre a lavorare, perché bisogna arrivare a fine mese, bisogna guadagnarsi in qualche modo il pane per vivere. E poi anche una serie di altre cose che ci hanno detto ci rendereanno felici. E quando non si corre a lavorare? Si corre da qualche altra parte, perché dopo lavorare di tempo per il resto ne resta poco, e bisogna pur sfruttarlo al massimo.
Una società asettica, in cui non ci si mischia piú, in cui non si condivide nulla. In cui si preferisce immergersi in uno schermo da 3 pollici piuttosto che parlare con chiunque del mare di persone in cui sei immerso. Si ha paura. Qualcuno potrebbe prenderti per pazzo, sentirsi importunato.
Non é tutto cosí, certamente. Sto esagerando le cose. Ma é solo per fare capire il punto della questione. Impersonaitá. Asetticismo. Sterilizzazione. Ma é tutto di facciata. Sotto questa pellicola trasparente continua a vivere la stessa gente di sempre. Continua il bisogno di contatto umano, continua il calore, continua la passione e la voglia di raccontare, di condividere e di farsi due grasse risate. Il mondo sotto una pellicola trasparente.
Voglio prendere ad esempio di questa situazione un ambiente che tutti conosciamo perfettamente. Un paradigma della nostra societá urbana: il supermercato. Senza volermi addentrare nei meandri dei centri commerciali, per caritá, fermiamoci al supermercato alimentare.

Siamo quello che mangiamo.

Ci hanno insegnato che i supermercati sono una bella cosa. Si ha tutto a portata di mano. Si ha tutto a basso costo. Sono puliti e affidabili. Devono rispettare norme igieniche ben precise. Abbiamo sostituito le facce delle persone per le marche. Se una volta, lo possono solo immaginare o ricordare vagamente dalla mia infanzia, si andava a comprare il coniglio dalla Marisa perché ce l’aveva buono, o la verdura dalla Gina perché c’aveva un gran sapore...oggi le stesse cose ce le dice una scatola piena di immagini che parlano; ci dice di prendere quello e quell’altro, e noi ci crediamo e ce le andiamo a cercare nei banchi del supermercato. E cosí sia.
Viene fuori un giorno che ci hanno un po’ fregato con sta storia. A qualcuno gli viene in  mente che per avere tutto a cosí poco e nello stesso posto e in tutti i posti contemporaneamente ci dev’essere sotto un’inghippo. E allora viene fuori che invece che tirar su i conigli come faceva la Marisa, o coltivare la terra come faceva la Gina, qualcuno ha iniziato a metterci dentro della roba chimica. Oppure li ingozza tutto il giorno senza farli muovere. Insomma riesce a far crescere tutto piú veloce, frutta verdura animali pesci...tutto. E poi viene fuori anche che sono un po’ costretti a fare cosí, visto che per averceli ovunque i loro prodotti, e per costarci poco noi, bisogna trasportarli in giro un bel po’...e son costi. Costi che qualcuno dovrá pur pagare, e allora perché tutti guadagnino tutti guadagnano meno. E per non rimetterci troppo l’unica cosa che gli viene in mente ai produttori é di produrre piú veloce. E allora si scopre che quella roba chimica é un grande aiuto. Se prima gli pagavano 100 per 10, adesso gli pagano sempre 100, ma per 100. Noi non ce ne accorgiamo mica, la nostra scatola parlante non ci dice niente e continuiamo a comprare tutto come se niente fosse, contenti di pagare meno di quanto abbiamo mai pagato e di avere tutto in ogni momento. Il problema peró é che sto sistema finisce per strozzarlo al contadino. Perché succede che la terra non gli produce piú come prima, e allo stesso tempo quei signori che gli vengono a prendere il raccolto per trasportarlo e distribuirlo gli hanno detto che invece che 100 lo possono pagare solo 96, perché ormai tutti pagano cosí. Cosa vuoi che faccia il povero contadino? Comprare ancora piú di quella robaccia chimica e iniziare a produrre 104...si entra in un circolo vizioso. Produrre sempre di piú per garantire prezzi sempre bassi contribuisce a impoverire sempre di piú la terra. Nel frattempo, mentre noi ci abituiamo a prezzi bassi e non ci sognamo neanche lontanamente di pagare di piú, la qualitá dei prodotti diminuisce. Perché tanto il conigilo quanto i pomodori a crescere piú in fretta hanno meno tempo per assimilare bene i nutrienti che gli servono, e per questo hanno bisogno delle loro droghe chimiche o ormonali per essere venduti in tempo. Succede anche un’altra cosa curiosa: nel frattempo ci dimentichiamo che in realtá non é neanche vero che i prezzi sono poi cosí bassi, visto che quello che si pagava direttamente alla Marisa e alla Gina adesso gliene diamo un po’ anche a chi trasporta, a chi gestisce e a chi gestisce chi gestisce.  Per farla corta, meno qualitá, meno sano, piú caro, meno giusto per chi lo produce. Cornuti e mazziati.

Allora qualcuno si stufa e dice che torna a fare come si faceva una volta. Nasce la produzione biologica. Roba da matti. Come se esistesse un altro tipo di produzione. In inglese é ancora meglio, perché si chiama organica. Come se il resto che ci mangiamo fossero sassi. Ma vi rendete conto che ci stanno rubando anche le parole? Ci prendono in giro continuamente e noi accettiamo ciecamente tutto. Secondo me dovrebbero chiamarsi semplicemente produzione naturale e produzione industriale, o chimica, o sporca che ne so. Fatto sta che dalla buona intenzione con cui nasce, la produzione biologica dsi trasforma, come no, in business. Gli affari li fanno peró, ancora una volta, i grandi produttori e le catene di distribuzione. Quelli che sicuramente non fanno affari sono i cosidetti consumatori. Badate bene a questa parola: consumatori. Cioé coloro che consumano. Macchine da consumo. Coloro che altro scopo non hanno che consumare. Ci stanno rincoglionendo con le parole e noi non ce ne rendiamo conto.
Fatto sta che per mangiare qualcosa come dio comanda, adesso bisogna spendere 3 volte quello che si spende per mangiare prodotti piena di roba chimica che in alcuni casi nemmeno sappiamo. Perdipiú siamo arrivati al controsenso che ci costa di meno mangiare verdura prodotta in Cina che non a 100 metri da casa nostra. C’é ben poca gente che se ne rende conto quando va al supermercato.

Il fatto é che il supermercato, paradigma della nostra vita, é completamente impersonale. Quello che vediamo sono solo i prodotti. Ma non sappiamo cosa c’é dietro. Non vediamo le centinaia di litri di carburante spesi per trasportarlo. Non vediamo lo spreco di energia e di materiali che c’é dietro ad ogni imballaggio. Spreco perché totalmente inutile: fino a 3 imballaggi consecutivi tra scatoloni, scatole e busta di plastica che hanno sin dal momento della loro progettazione e creazione una sola destinazione: la spazzatura immediata. Nonostante questo produrli costa un enorme quantitá di energia e materiali. Idiozia industriale. Asetticismo. Come quello che i rassicuranti pavimenti piastrellati dei supermercati ci fanno sognare. Igiene e pulizia come sinonimo di qualitá. Poi non sappiamo le zucchine che compriamo come ci finiscono dentro a quelle confezioni di polistirolo e pellicola di plastica. Come vengono maneggiate. Non abbiamo minimamente idea dei processi di raccolta, immagazzinamento, trasporto e distribuzione a livello industriale. Le sole parole faticano ad assumere un significato concreto per chi non vi é in qualche modo familiarizzato, sono solo concetti.

Arrivati a questo punto, mi sembra chiaro come sia dal punto di vita energetico, sia della salvaguardia delle risorse e dell’ambiente, sia etico, i prodotti biologici (se vogliamo chiamarli cosí), soprattutto quando locali, oltre che materia organica contengono anche molto piú buonsenso.
Rimane peró spesso lo scoglio del prezzo. Ed é qui che stanno nascendo iniziative veramente interessanti.

A Bologna l’associazione Campi Aperti (http://www.autistici.org/campiaperti/) ha iniziato con una serie di mercati di quartiere in cui gli agricoltori e produttori locali vendono direttamente i loro prodotti. Altre iniziative simili si stanno sviluppando in tutta Italia e anche all’estero. Non si tratta di fiere agroalimetari di prodotti tipici, ma di veri e propri mercati dove la gente puó fare la spesa. Il vantaggio é che i produttori, saltando tutti i processi intermedi, possono vendere ad un prezzo finale piú basso pur riuscendo ad avere un guadagno maggiore. Niente follie, semplicemente un guadagno giusto, che gli permette di andare avanti e mantenersi con quello che fanno. Per chi compra il vantaggio é finalmente di avere cibi piú sani e prodotti in maniera piú etica e giusta, anche in cittá. In questo caso chiunque puó diventare ago della bilancia, rivoltando in faccia al sistema che mette il profitto prima dell’etica e della nostra stessa salute il grande potere che sta alla base del suo stesso funzionamento: il potere d’acquisto. Evolvendo da consumatori a consumatori critici, scegliamo che vogliamo certi prodotti piuttosto che altri, tagliando tutto quello che, in mezzo, non serve.
Tutti abbiamo produzioni locali vicino a casa nostra, che senso ha comprare gli stessi prodotti quando vengono da centinaia o migliaia di km di distanza? E soprattutto, che senso ha pagarli di meno?! Il buonsenso significa pagare quello che veramente vale la pena, ossia la qualitá. Il buonsenso significa sostenere i piccoli produttori che lavorano la terra e allevano gli animali rispettandoli, rispettando cosí la vita stessa. Il buonsenso nasce nel capire che vale la pena produrre e consumare localmente, anche perché in questo modo le risorse e la ricchezza circoleranno all’interno della nostra comunitá, facendo girare l’economia locale per quanto possibile, e non quella globale di cui non abbiamo alcun controllo. Il buonsenso sta nel capire che se un giorno per qualche decisione sciagurata dovessero aumentare i prezzi del petrolio improvvisamente (cosa che peraltro prima o poi succederá comunque, rassegnatevi), i nostri signori biologici non batterebbero ciglio mentre i grandi supermercati si svuoterebbero di colpo. Il buonsenso sta nel recuperare la nostra sovranitá alimentare, ossia essere padroni di cosa mangiamo. Poter decidere che lo vogliamo sano, di qualitá, da produzione etica e a un prezzo giusto. Nel poter decidere a chi comprarlo. Nel recuperare anche il contatto umano che abbiamo perso.

L’alimentazione é una necessitá primaria per l’uomo, forse la piú importante in assoluto. Il cibo si potrebbe anche intendere come la medicina che prendiamo a piú dosi nella nostra vita (circa 3 volte al giorno ogni giorno), perció forse vale la pena pensarci. Qualcuno lo sa bene quanto sia fondamentale, percui ha messo in piedi un sistema per controllarla e guadagnarci un sacco di soldi a spese della nostra salute e della nostra qualitá di vita. Sono le multinazionali e le grandi distribuzioni alimentari. Chi prova a fare le cose in maniera diversa fa fatica a continuare a lungo. Possimo decidere quale dei due sistemi supportare. La scelta é solo nostra.

Recuperiamo la nostra sovranitá alimentare. Anche questa é una questione di democrazia. Decidiamo come vivere. Decidiamo cosa é importante.




Per chi volesse approfondire consiglio questo film: Genuino Clandestino





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