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martedì 23 settembre 2014

In marcia per il nostro futuro

Pubblico di seguito il mio intervento integrale in occasione della Marcia per il Clima a Rimini, Giovedì 18 Settembre 2014. Quel giorno abbiamo inaugurato una serie di manifestazioni a livello globale sfociate domenica 21 Settembre in più di 2'600 eventi organizzati in 156 paesi diversi, per un totale di oltre 165'000 persone scese in piazza a dimostrare la loro determinazione a vivere in un Mondo pulito e rinnovabile al 100%.

La testimonianza di quella giornata è un gruppo di persone come te che si sta organizzando a Rimini per continuare la mobilitazione, la sensibilizzazione e la promozione di attività che aiutino a migliorare le nostre prospettive future. Aspettiamo anche il tuo contributo, qualsiasi esso sia sarà il benvenuto. Per info ci trovi su:

Facebook: Marcia Globale per il Clima a Rimini
Twitter: @climarimini

Chi non avesse voglia di leggere tutto si porti a casa almeno questo messaggio:

"Capite quello che sta succedendo attorno a voi, e poi guardatevi dentro e capite quanto sia importante agire. E allora iniziate, ognuno per sé, a fare la vostra parte. Fate la cosa giusta, la gente seguirà il vostro esempio e la storia vi darà ragione. E allora davvero saremo in tanti. E non potranno non ascoltarci. Ma faccio qui una scommessa: in quel momento, nel momento in cui saremo davvero in tanti a fare quello che serve, non ci importerà più essere o meno ascoltati. Perché avremo già risolto il nostro problema."


Marcia Globale per il Clima a Rimini, ci trovi su Facebook e su twitter come @climarimini

* * *



In marcia per il nostro futuro

“Oggi è quando inizia la nostra storia, la storia di un momento unico nel cammino dell’uomo. Non l’abbiamo scelto, ci è capitato. Ogni generazione ha avuto le sue gatte da pelare, a noi ne è toccata una bella grossa. È la lotta del nostro tempo. Siamo i primi a sentire gli effetti dello sconvolgimento climatico, e allo stesso tempo gli ultimi a poter fare qualcosa per fermarlo. Siamo chiamati ad affrontare un problema che in futuro determinerà dove vivremo, come vivremo, e se vivremo.”

Parlare da qui oggi per me è molto importante, perché posso fare la mia parte. In quanto cittadino di questo pianeta, esattamente come voi, ho il potere e il dovere di fare la mia parte, esattamente come voi.

Per parlare dei cambiamenti climatici dobbiamo capire razionalmente cosa sta succedendo prima di tutto, dobbiamo parlare di scienza. Ma capire non basta, bisogna fare qualcosa, e per fare servono le motivazioni, la voglia, la passione. Per questo oggi proverò sí a parlare ai vostri cervelli, ma per una volta anche ai vostri cuori.

Conoscete l’IPCC? È l’agenzia intergovernativa sul cambio climatico, il più autorevole organismo internazionale sul tema. È composto da scienziati di tutto il mondo che in maniera volontaria raccolgono ed esaminano dati scientifici (pubblicati in tutto il mondo) per capire essenzialmente tre cose. La prima: esiste il cambio climatico, e se si, è dovuto alle azioni dell’uomo? La seconda, quali sono gli impatti, le conseguenze, e come possiamo fare noi per adattarci ad esse. E la terza: possiamo addirittura mitigarle, cioè ridurle, visto che ormai tornare indietro del tutto non si può?
Piú o meno ogni 5 anni dal 1990 l’IPCC rilascia un rapporto che è un po’ la bibbia del cambio climatico, visto che descrive la nostra attuale conoscenza di una materia incredibilmente complessa. Conoscenza che poi deve servire a stabilire una base comune a livello globale affinché la politica possa prendere decisioni informate ed efficaci, su una questione che riguarda tutti.
Bene nell’ultimo rapporto, rilasciato proprio quest’anno, l’IPCC ci dice che un paio di cose fondamentali sono diventate finalmente chiare. Si, il cambio climatico è una realtà, esiste, non se lo sono inventato gli hippies. E si, non per volerci autoflagellare, ma abbiamo anche capito che è palesemente dovuto alle nostre azioni.
Nel 2007 l’IPCC ha vinto il premio Nobel per la pace, assieme ad Al Gore, autore del film “An inconvenient truth”, tradotto in italiano come una scomoda verità. Questo perché studiando un problema così grande da riguardare il mondo intero, si prevengono letteralmente le future guerre per le risorse. Ma anche perché a soffrire maggiormente degli impatti del cambio climatico saranno, manco a dirlo, i più poveri e vulnerabili. E quindi cercare modi per risolverlo è un modo per aumentare la giustizia e l’eguaglianza a livello mondiale.


I FATTI

Ma di cosa stiamo parlando? Spesso si fa confusione tra cambiamento climatico, riscaldamento globale, effetto serra... queste cose non sono la stessa cosa, ma una la causa dell’altra: il cambio climatico è provocato dal SURriscaldamento gobale, che a sua volta è provocato dall’effetto serra.  In realtà funziona un po’ come una coperta: immaginatevi l’intero pianeta avvolto in una coperta di lana, va a finire che si scalda. Quella coperta è fatta di CO2 e di altri gas detti climalteranti, che assorbono il calore che la Terra emette dopo esser stata riscaldata dal Sole e lo rimbalzano di nuovo verso il basso contribuendo a scaldarla. Oltre alla CO2 i più importanti sono il vapore acqueo, il metano e il protossido di azoto. Questo effetto coperta non è un male in sé, giacché senza di esso non si potrebbe abitare questo pianeta perché sarebbe troppo freddo. Il problema è quando la coperta di lana si ispessisce sempre di più: va a finire che si scalda troppo, surriscaldamento globale. È provato, l’abbiamo misurato, abbiamo capito fuori da ogni dubbio che tutto questo è dovuto principalmente alle nostre attività.


Le cause

C’è stato un momento nella storia dell’uomo, a partire da metà 800’, in cui abbiamo scoperto di avere sotto i piedi una fonte di energia incredibile, concentratissima e ampiamente disponibile: i combustibili fossili, carbone, gas naturale e petrolio. Erano talmente abbondanti e densi di energia da farci ubriacare, energia praticamente gratis. E siccome senza energia non si fa nulla, ma con l’energia si può fare tutto, ecco la rivoluzione industriale, lo sviluppo tecnologico e l’emergere della società moderna. Qualsiasi cosa che facciamo o che usiamo oggi dipende in tutto e per tutto da consumi spropositati di energia fossile: per arrivare fin qui, per scaldare e illuminare le nostre case, per scaldare l’acqua e ormai perfino per tostare il pane a colazione.
Ma da quell’ubriacatura non ci siamo mai veramente ripresi, ci siamo abituati talmente bene che ne usiamo molta più di quella che ci serve, semplicemente perché possiamo. Ecco allora nascere, più che la società dei consumi, la società degli sprechi: oggi divoriamo quantità enormi di energia, spesso in maniera del tutto inutile e spesso male, usandone di piú di quella che realmente ci servirebbe.
Ma tendiamo a dimenticarci, e non dovremmo, di un’altra conseguenza dell’utilizzo dell’energia fossile, cioè che per produrla stiamo bruciando combustibili che inevitabilmente liberano la famosa CO2. 

Ecco da dove ha inizio tutto: il nostro stile di vita, combinato con un sistema che si basa sui combustibili fossili, ci costringe a liberare sempre più CO2 in atmosfera, da cui il surriscaldamento globale, da cui il cambio climatico.


Alcune conseguenze

Avete presente i tifoni e le tempeste tropicali? Sapete perché si chiamano tropicali? Perché avvengono ai tropici, e avvengono ai tropici perché ai tropici fa caldo, e allora l’acqua evapora molto di più e si concentra in atmosfera provocando proprio la nascita di queste tempeste che non fanno altro che scaricare l’eccesso di energia accumulato dalla terra. Già da qui capiamo che non si tratta di andare a lavorare in infradito anche di inverno, c’è molto di più: è molto probabile che di questo andazzo gli eventi estremi aumentino di frequenza e intensità, arrivando anche in regioni dove prima non si verificavano. E quindi mareggiate, inondazioni, piene eccezionali e frane provocate dal dissesto idrogeologico.

Altre cose che ci possiamo aspettare è la trasformazione degli ecosistemi tradizionali, visto che la vita dovrà adattarsi a condizioni climatiche diverse da quelle che abbiamo connosciuto finora. Questo include la desertificazione di aree prima fertili, con conseguente diminuzione della produzione agricola e difficoltà negli approvvigionamenti idrici. In poche parole: meno cibo e meno acqua, oppure cibo e acqua più cari che poi è la stessa cosa. Ma anche la proliferazione di malattie tropicali in zone dove un tempo non vi erano, l’innalzamento del livello del mare che a sua volta favorisce le mareggiate e inondazioni, lo scioglimento dei ghiacci: tutto questo richiederà alle economie del futuro di adattarsi a condizioni che prima non conoscevano. Cosa succede se dove si sciava non c’è più la neve, oppure se dove si andava al mare non c’è più la spiaggia o dove si pescava non c’è più pesce? Tutto questo, è inutile dirlo, porterà a migrazioni. E già si verificano le prime che riguardano qualche sperduta isola del pacifico di cui a nessuno importa nulla, ma di cui ci ricorderemo tutti quando forse sarà troppo tardi e ci renderemo conto di quanto siamo stati miopi.

Prevenire è meglio che curare si diceva. Il problema è che nel nostro caso inizia a essere troppo tardi per prevenire, dobbiamo imparare a convivere con le conseguenze e cercare di non fare altri danni in futuro.
Per questo a livello internazionale è stato stabilito un accordo di di cui forse avrete sentito parlare, per non innalzare la temperatura media globale di oltre 2 °C rispetto ai livelli del 1990. È un limite che piace perché è un numero tondo e fa sembrare tutta la questione semplice, ma non ci assicura nessuna sicurezza: renderebbe accettabile gli impatti e i rischi, permettendoci con grandi sforzi di adattarci in qualche modo, ma evitando probabilmente il punto di non ritorno.


Perché tanta fretta?

Già, perché se una cosa abbiamo capito è che la questione è tremendamente complicata e potrebbe sfuggirci di mano. La Terra è un sistema che si auto-regola, ma che potrebbe farlo su scale che non sono compatibili con la nostra vita su di essa. Le variabili in gioco qui sono tantissime, ma iniziamo a intravvedere alcune situazioni che dobbiamo assolutamente evitare, in cui gli effetti di un processo vanno a rafforzare le cause del processo stesso, in una spirale di causa-effetto in cui il processo si amplifica sempre di più. E proprio per questo, diventa estremamente urgente risolvere questo problema.

Vi faccio tre esempi:
  1. Lo scioglimento delle calotte polari: è dovuto al surriscaldamento globale e a sua volta lo amplifica, visto che fa diminuire la percentuale bianca del pianeta che come uno specchio riflette la luce senza assorbirla. Se dove c’era del ghiaggio oggi c’è un bell’oceano blu scuro, l’energia solare non viene riflessa ma assorbita, contribuendo ancora di più al riscaldamento globale che scioglierà ancora più i ghiacci etc.
  2. Lo scioglimento dei ghiacci perenni della tundra in siberia, da cui si libererebbero grandi quantità di metano, un gas climalterante 33 volte più potente della CO2. Se il riscaldamento globale scioglie i ghiacci della tundra libera il metano che contribuisce ancora di più a surriscaldare il pianeta.
  3. L’acidificazione degli oceani, il più grande serbatoio al mondo di CO2 (più della foresta amazzonica) ma che diventano sempre più acidi assorbendola, impedendo a specie alla base della catena alimentare (come il plankton e i coralli) di sopravvivere, con conseguenze enormi per gli ecosistemi acquatici ma anche terrestri. Inoltre recenti studi ci dicono che proprio il fitoplankton è la maggior fonte di composti che in atmosfera favoriscono la formazione delle nuvole, che riflettendo parte della luce solare aiutano a mitigare il riscaldamento globale. Percui anche l’acidificazione degli oceani potrebbe innescare un meccanismo di feedback positivo.

Tre esempi che vi danno un’idea di quante cose ci sono da capire, e quante variabili da considerare, e di quanto sia seria la questione e quandto sia facile che sfugga al nostro controllo. Per cui capirete ora quanto è importante rispondere a questa sfida, farlo bene e farlo il prima possibile. Sono 20 anni invece, dalle prime conferenze sul clima, che si parla molto e si stringe poco.
Per risolvere sfide come queste, serve un livello di cooperazione internazionale mai visto prima. Fino ad oggi invece, quello che abbiamo ricevuto è stata tanta ipocrisia. Basta pensare che gli stessi firmatari dell’accordo sui 2 °C hanno approvato misure che porteranno complessivamente ad un innalzamento di 6 °C della temperatura media globale, un livello a cui la civilità come oggi la conosciamo non sarà più possibile. Per non arrivare a questo punto dobbiamo lasciare l’80% delle riserve conosciute nel suolo. Capite come questo sia difficile sia per noi che per le compagnie petrolifere.


COSA FARE?

A questo punto la vostra domanda dovrebbe essere: cosa facciamo? Ve lo dico io cosa facciamo: ci rimbocchiamo le maniche e invece che stare ad aspettare la fine col telecomando il mano iniziamo a fare tutto quello che possiamo per rallentare questo processo (perché fermarlo ormai non riusciremo) e per adattarci al meglio alle sue conseguenze.

Non possiamo aspettare che qualcuno da qualche parte prenda qualche decisione. I politici che facciano le leggi giuste, gli scienziati che inventino miracoli tecnologici o i preti che mettano una buona parola per noi con chi conta lassú. Certo, anche loro dovranno fare la propria parte, e siamo qui oggi anche per questo. Ma non possiamo pretendere che risolvano i problemi che abbiamo contribuito a creare se non facciamo anche noi la nostra. Serve che ognuno di noi si attivi e prenda in mano il proprio destino. Pensateci: siamo stati noi che, consapevoli o meno, con le nostre azioni quotidiane abbiamo provocato tutto questo. Com’è stato possibile? Ci siamo messi daccordo per farlo? C’era da qualche parte scritto un piano per arrivare nel 2014 in questa situazione, con l’acqua alla gola? O forse qualcuno ha iniziato a scavare, a usare l’energia fossile, ha visto che conveniva e gli altri hanno semplicemente seguito? E allora vi chiedo: cosa ci impedisce di fare esattamente lo stesso, ma in una direzione migliore, intraprendendo una strada che non vada cozzare contro la natura ma ci vada a braccetto, la rispetti e ne possa trarre giovamento?

Sono le nostre azioni che determinano, che lo vogliamo o no, il futuro che vivremo. Che ne siate o meno consapevoli, è quello che fate oggi che definisce quello che sarete o che potrete fare domani. Che danno forma al mondo in cui vivrete. E allora pensate al vostro stile di vita, pensate a come potete consumare di meno e consumare meglio. Energia, cibo, rifiuti, acqua, trasporti... tutto conta, perché per tutto serve energia, e quindi tutto contribuisce al cambio climatico e tutto può mitigarlo. Per cui vi prego, non sentitevi stupidi nel cambiare le piccole abitudini, perché sono proprio quelle a lungo andare che fanno la differenza. Sono quelle che contagiano chi vi sta attorno ed arrivano a raggiungere le grandi scale, molto piú di un like su Facebook!
Anche se vi può sembrare assurdo, fate molto di più piantando uno dei piccoli alberelli che vi abbiamo dato oggi, o cambiando le abitudini di quello che fate ogni giorno. Prendete la bici o camminate se potete. Mangiate meno carne possibile, comprate prodotti biologici e locali. Fate attenzione a quello che comprate, comprate solo quello che veramente vi serve. Usate meno energia per fare quello che vi serve, e fate attenzione che provenga il più possibile da fonti pulite e rinnovabili. Tra di queste vi ricordo che c’è la vostra energia muscolare, che non fa male tornare ad usare di più perché tiene in allenamento. Parlate ai vostri amici ed educate i vostri figli a convivere in armonia con la natura, a rispettarla.
Tutto questo, sommando assieme quello che ognuno di noi nel suo piccolo può fare, a grande scala può davvero fare la differenza. E soprattutto, dipende solo da voi e la vostra volontà di vivere in un futuro migliore. Non dovete aspettare niente o nessuno per farlo.


L'emergenza della vita

Quest’ultima parte è dedicata in particolare a quelli che ancora non sono convinti da questo discorso da boy-scout. C’è una cosa, in natura, che si chiama emergenza. Non intendo qui uno stato di eccezionale e improvvisa necessità, ma quando qualcosa che prima non c’era emerge inaspettatamente da un’associazione di molte cose più semplici. La vita stessa è un fenomeno emergente: molte cellule assieme fanno un tessuto e molti tessuti fanno un organo, molti organi fanno un organismo: voi. Ognuno di voi è un fenomeno emergente, la prova vivente che unire le forze di quei miliardi di cellule conveniva. La nostra capacità di volere e di pensare, di provare emozioni è qualcosa che non esiste a livello delle molecole che formano il nostro corpo. Possiamo solo provarle una volta che diventiamo persone. Allo stesso modo, questa piazza è qualcosa di emergente. Ognuno di voi può fare delle cose come dicevamo, ma una piazza come questa può fare cose che trascendono quello che chiunque di voi può fare individualmente.

E allora perché diciamo che oggi #contaesserci, perché in una giornata così ci guardiamo attorno e ci sentiamo parte di qualcosa di più grande, di emergente appunto. Ci sentiamo parte di una piazza intera. E in questi giorni, in tutto il mondo, in mille altre piazze come questa milioni di persone come noi si staranno guardando negli occhi, facendo emergere qualcosa che prima non c’era, qualcosa di straordinario, di mai visto prima. Una coscienza collettiva che basta aspettare, bisogna agire, bisogna fare qualcosa.
Siamo qui per chiederlo ai politici, certo. Quello è il loro lavoro, li paghiamo per per ascoltarci e rispondere alle nostre esigenze, e non ce ne dimentichiamo. Ma queste piazze in connessione oggi e domani dovranno arrivare ben oltre. Dovranno arrivare a connettere ciascuno di noi, con quello che sappiamo e con quello che facciamo. Abbiamo di fronte un compito straordinario e verremo ricordati in futuro come quelli che hanno risposto ad una delle più grandi sfide della storia.


La lotta di tutti

Ma non pensiate che sia una questione per ambientalisti, è anche e forse soprattutto una questione di diritti umani e di giustizia sociale. Questo è un movimento che ha mille sfaccettature, perché è talmente importante da poterle riunire. C’è un enorme varietà e diversità in questa piazza oggi e ci sarà domenica in tutte le piazze del mondo. Movimenti per la sovranità alimentare, per il diritto all’acqua, per le energie rinnovabili, per la giustizia sociale, per l’equità nello sviluppo... tutte assieme con un unica voce, quella del più grande movimento mai visto nella storia dell’uomo. Quello di una specie che chiede in coro a un pugno dei suoi eletti di darsi la possibilità di sopravvivere.
E di farlo nell’unico posto in cui sappiamo esser possibile: il pianeta Terra. Cercate di capire l’eccezionale bellezza e unicità della situazione che viviamo oggi: la Terra è un sistema unico nell’Universo conosciuto. Un sistema meraviglioso che ci permette di vivere. Non potremmo farlo in nessun altro posto, gli unici che hanno qualcosa da perdere siamo proprio noi. Qui non si tratta di salvare il pianeta. Significa di salvare noi. In qualche modo, magari martoriato, il pianeta sopravviverà altri miliardi di anni, magari molto diverso da come lo conosciamo ma sopravviverà. Ma noi? Cosa faremo se si creeranno, anche per effetto delle nostre azioni, delle condizioni in cui vivere non sarà più così facile come abbiamo sempre conosciuto, o addirittura non sarà possibile?

Chi ha figli pensi che a quanti anni avranno tra 15 o 20 anni, quando dovremo verificare se abbiamo o meno ragginto gli obbiettivi che ci diamo oggi, e se sono stati o meno efficaci. Pensi a come vivranno loro allora, per le scelte che noi avremo o non avremo fatto oggi.

Ora non siete più un gruppo di persone, siete una piazza. E tra qualche giorno leggete le notizie, vi accorgerete che non solo siete una piazza, siete una rete mondiale. Non molleremo, sempliceamente perché non possiamo. Non molleremo, semplicemente perché se non lo facciamo noi, e voi con noi, non lo fará nessuno al posto nostro.

Capite quello che sta succedendo attorno a voi, e poi guardatevi dentro e capite quanto sia importante agire. E allora iniziate, ognuno per sé, a fare la vostra parte. Fate la cosa giusta, la gente seguirà il vostro esempio e la storia vi darà ragione. E allora davvero saremo in tanti. E non potranno non ascoltarci. Ma faccio qui una scommessa: in quel momento, nel momento in cui saremo davvero in tanti a fare quello che serve, non ci importerà più essere o meno ascoltati. Perché avremo già risolto il nostro problema.

Grazie di cuore per esserci stati.


#sosteniamoci   #marciaperilclimarimini   #contaesserci   #peoplesclimate

mercoledì 4 giugno 2014

Il tempo del tutto e del nulla

Il senso di questo articolo

Penso che il problema più grosso che abbiamo in Italia oggi sia la deriva culturale. Da una parte chi per capacità potrebbe rappresentare una guida di spessore e arricchire gli altri vede presto sprecati i propri sforzi per disinteresse degli interlocutori; per cui presto abdica al suo ruolo sociale, peraltro non scelto ma conseguente alle proprie capacità. Dall'altro la stragrande maggioranza delle persone è distratta dalle questioni che contano veramente, cioè quelle che in un modo o nell'altro determinano la qualità della loro vita. Troppo spesso si preferisce il futile e l’inutile alla cultura e all'impegno civile, gli slogan all'analisi seria, la faciloneria alla serietà.

In questo clima - ricordandoci che in democrazia ogni voto vale uno - è chiaro che l’espressione della maggioranza spesso non sia la più qualificata ad amministrare la società e a prendere le decisioni per tutti. Non è un problema della democrazia, ribadisco, è un problema di abbruttimento culturale. La cultura dominante tende continuamente al ribasso. Per cui sia la classe dirigente che quella politica, non essendo altro che uno specchio della società che rappresentano, non possono fare altrimenti.

Quale soluzione? Non esiste la pillolina magica indolore, bisogna impegnarsi a restituire alla cultura l’importanza che merita, riscattandola da decenni di denigrazione pubblica che in alcuni casi sfiora il disprezzo. Uscire dai luoghi comuni fasulli e dare applicazione reale a tutto questo, recuperando lo spirito civico e l’impegno in prima persona. Iniziare a percorrere la lunga e difficile strada che conduce al rinnovamento non del vertice della piramide, ma dell’intera base. Un percorso tortuoso e mai finito di costante autocritica, l’unico a mio avviso in grado di condurci a risultati duraturi. Tutto il resto temo sia destinato ad essere una speranza passeggera, più o meno infondata.

Qui sotto qualche riflessione più articolata.




NUBI DI IERI SUL NOSTRO DOMANI ODIERNO (cit.)

Nel commentare la debacle della sinistra (più o meno) radicale alle elezioni politiche del 2013 (Il pedone e il giocatore di scacchi), mi chiedevo come fosse possibile che praticamente uno su tre di quelli che erano andati a votare si fossero lasciati abbindolare ancora una volta dalle promesse farlocche del  signor Berlusconi. Mi chiedevo anche come mai tanti altri non capissero che fossero l’iniquità nella distribuzione delle risorse, l’ingiustizia sociale, la mancata presenza di un senso civico contrapposto al mero opportunismo le maggiori cause della triste situazione in cui versa il nostro Paese. Ma soprattutto, in tutto questo, mi interrogavo sul ruolo dei cosiddetti intellettuali di sinistra. Ossia quella schiera di studiosi e sagaci osservatori della realtà che, dall'alto della propria invidiabile cultura, certamente sarebbero in grado di aiutare molti a districarsi nella giungla dell’analisi politica. Nonostante tutto, spesso e volentieri queste persone faticano a scendere a parlare al mondo dei comuni mortali, nella loro lingua. Come se non li riguardasse, come se non fosse compito loro. Come se fossero vinti da un’atavica pigrizia a sporcarsi le mani con l’uomo medio, a sostenere 1'000 volte e altre 1'000 ancora la stessa, stucchevole e magari inutile, conversazione. Non per convincere, ma per far luce su aspetti fino a quel momento magari sconosciuti, per aiutare a riflettere. Perché mi chiedevo tutto questo? Semplice: perché in democrazia ogni voto vale quanto l’altro. Il voto degli illuminati vale esattamente quanto quello dell’uomo della strada, dell’incolto e dello zoticone. Per cui questi signori dalla ampie vedute non possono venir meno a una funzione sociale di cui nessuno li ha investiti, ma che nonostante tutto hanno la responsabilità (e l’onore) di ricoprire, certamente in gran parte per meriti propri. Nel non farlo erano proprio loro a permettere la debacle di quella rappresentanza cui appartengono, che più di altre rifugge l’analisi spicciola per abbracciare invece vedute ad ampio raggio nel tempo e nello spazio. E che proprio per questo ha bisogno di una costante e infaticabile azione di diffusione e divulgazione, informativa e riflessiva. In alternativa vince il populismo e la demagogia, ammesso che esista ancora qualcosa che non lo sia in politica.

Di tutto questo mi lamentavo allora e, a un anno ed una tornata elettorale di distanza, posso osservare che nella sostanza nulla è cambiato, ma che forse qualcosa in più si muove. Siamo sempre di fronte ad un’occasione da cogliere per mettere in pratica quel cambiamento impellente che richiede una partecipazione informata di tutti alla cosa pubblica. Siamo sempre ad aspettare che, ognuno per sé, si capisca che fare politica non significa né candidarsi né mettere una X di tanto in tanto, ma parlare, discutere, ragionare, ascoltare, capire e riflettere assieme. Che far politica è un atto quotidiano di partecipazione civile che spetta a tutti. Nel frattempo qualche intellettuale la faccia ce l’ha messa, e il progetto della lista civica della sinistra radicale si è ripetuto prendendo qualche voto in più. Son cose che fanno ben sperare, ma non basta.

Capiamoci. Il problema non è poi dei singoli, è della società. Una società distratta e senza fiato, che arriva alla sera sfiancata da lavori ingrati e spesso alienanti, che non vuole ragionare di massimi sistemi perché ha già abbastanza problemi ogni giorno per sbarcare il lunario. Che per la testa di questioni pratiche da risolvere ne ha già tante ed è abituata a delegare qualsiasi cosa trascenda la propria individualità. È lo scacco matto alla partecipazione. È questa la società settaria del disinteresse per i beni pubblici e per la cultura “che non si mangia”. È questa la società della mancanza di civismo e compassione, del cinismo e del parassitare. È il paese che ha paura di guardarsi allo specchio perché ha vergogna di quello che potrebbe vedere. Molto meglio nutrirsi dei sogni degli altri che provare a seguire i propri, il rischio è quello di fallire.

Certo, è la società intera a doversi sollevare, a invertire una marcia debosciante ed abbruttente che dura da fin troppo tempo. Ma la società è fatta dai singoli, per cui se non sono loro in primis ad abbracciare il cambio di rotta, a condividere il proprio coraggio con gli altri trovandovi una sponda (magari inattesa), a sostenersi gli uni con gli altri amplificando la propria voce fino a diventare una marea che tutto travolge... allora non si vede come le cose possano migliorare. Migliorare certo, cambiare non basta. Sempre che interessi a qualcuno.


RUMORE

Un problema grosso da risolvere è che pare essere scomparso il concetto di importanza relativa. Ogni giorno affoghiamo nel calderone dell’era dell’informazione e della controinformazione senza sapere che direzione prendere. Siamo saturi di tutto e del contrario di tutto e rischiamo di rimanerci invischiati come a nuotare in un barattolo di miele. Servirebbe una guida. Si da il caso che l’evoluzione ci abbia dotato di uno strumento straordinario per orientarci, uno strumento spesso dimenticato che ha dimora tra le nostre orecchie: il cervello. È l’uso della ragione e della critica costante che potrebbe guidarci meglio di qualsiasi altra cosa attraverso il labirinto del web e del mondo globalizzato a portata di click. È il rimanere attivamente coinvolti nel ricercare l’informazione che ci serve a rappresentare oggi la vera possibilità di rivoluzione del pensiero, al di là del supporto tecnologico che di per sé non è che uno strumento.

Attivamente coinvolti, non passivamente recettivi di qualsiasi contenuto sia bombardato in nostra direzione... In questo il web offre sicuramente possibilità nuove di interagire coi contenuti, molto più della scatola magica televisiva che rappresentava (e tuttora rappresenta) semplicemente il veicolo di un pacchetto preconfezionato sparato contro l’homus da divanum a riempire lo spazio tra le orecchie di cui sopra. Ma di per sé il web non salva nulla. Pur offrendo per definizione più spazio alla selezione critica dei contenuti, e persino alla loro creazione, è uno strumento anche quello e va usato bene.

Ecco perché penso che uno problema grossissimo della società di oggi sia la perdita delle priorità. Lo spazio cerebrale viene riempito egualmente da cagnolini che abbaiano o gattini che tirano la catena del wc, di nani e ballerine, casi umani e fenomeni da baraccone che aspirano ai loro 5 minuti di celebrità, di tette culi e pornografia spicciola, di gente che altro merito non ha se non di potersi comprare fama e rispetto, dell’infotainment strabordante di politici che non si sa dove in effetti trovino il tempo per fare gli amministratori pubblici, dell’uomo della strada che grida compiaciuto e con la bava alla bocca contro tutto e tutti che così non va e nonsipuòandareavanticosì... mi scuserete per il qualunquismo, ma di qualunquismo si tratta. Qualunque cosa ci diano, ce la ingoiamo senza chiederci se abbiamo fame o no, e di che cosa. Si perdono le priorità, non si capisce più cosa abbia importanza e cosa no, a cosa vale la pena dedicare le proprie (limitate) energie, di cosa dispiacersi e di cosa no, dove interessarsi e dove tralasciare, dove cambiare canale e dove alzare il volume. Ed è una tragedia. Anzi, una traggedia (rafforzativo). Perché questa dispersione di attenzione, di risorse cerebrali, di interesse e di azione fa esattamente il gioco di un sistema che della partecipazione non se ne fa nulla, anzi. Un sistema che vuole solo creare l’illusione della partecipazione, per poi distrarre dalle questioni principali dirottando le energie sul futile e sul del tutto inutile, continuando ad occuparsi di ciò che conta per davvero nei club privati più o meno esclusivi.

Esiste un antidoto a tutto ciò? No. Ma c’è una strada faticosa e lunga da percorrere che varrebbe la pena iniziare ad imboccare: quella della cultura e del dialogo. Non dell’indottrinamento e delle urla. Quella che legge e riflette per mettere in fila quello che ha imparato; quella che prima di parlare ascolta; quella che rimane vigile, sempre, nel farsi domande e nell'usare il proprio raziocinio per rispondere; quella che stabilisce delle priorità e le segue; quella che guarda lontano e si lascia scivolare addosso lo stucchevole e volgare teatrino che ogni giorno ci bombarda per renderci pecore; quella che non ha paura di esprimere un dissenso costruttivo e che ha la forza di mantenere le proprie posizioni, ma solo finché ragionando su elementi nuovi non cambierà idea o non avrà altri elementi da aggiungere. È una strada da insegnare ai nostri bambini e ai nostri ragazzi, certo, ma da far scoprire anche agli adulti e a chi oggi regge in piedi il mondo. È una stradina scivolosa e tortuosa da fare con umiltà e coraggio, ma non ne conosco di migliori da percorrere.

Non mi resta che augurare a tutti i naviganti buon viaggio.





sabato 14 dicembre 2013

Tutta la luce che illumina il giorno, un tempo dormiva in un punto solo

La luce, lo sappiamo, si propaga in linea retta. Pensate ai raggi che entrano dalla finestra di una stanza in penombra, così ben definiti. A guardare una sorgente luminosa da lontano, essa ci apparirà quindi come un punto brillante che irraggia luce in ogni direzione dello spazio. Come una stella. Guardarla direttamente fa quasi male agli occhi, guardare la sua luce allontanarsi invece è più facile. Questo perché i raggi tendono a divergere gli uni dagli altri, disperdendosi. Per cui mano a mano che ci allontaniamo dalla sorgente, la luce è sempre meno concentrata. È come quando si soffia dentro ad un palloncino su cui sono stati disegnati dei puntini. Quanto più si gonfia, tanto più i puntini si allontanano tra di loro.



Ora ribaltiamo il nostro punto di vista. Pensiamo di voler raccogliere la luce che ci arriva da quella stella. Più che rincorrere ogni raggio di luce mentre scappa nella sua direzione, perché non pensare di catturarla all'origine? Come? Avvolgendo la fonte in qualcosa di sferico, una sorta di retino caccia-luce. Quanto grande? Dipende da quanto siamo lontani dal centro. Più ci avviciniamo al nucleo infatti, al cuore pulsante della stella, e più potremo ridurre le dimensioni del nostro retino visto che l’energia è tutta lì, non si è ancora dispersa. Posto che il nostro retino resista a quell'intensità energetica, si farebbe peraltro molta meno fatica che ad averne uno gigantesco che avvolga la stella intera.

Problem busters
È un po’ quello che succede con i problemi. Poniamo di avere 1’000 problemi da risolvere. Se ci accorgiamo che in realtà questi derivano da una causa comune, non ha senso risolverli uno a uno. Nè ha senso aspettare che si ingigantiscano o si disperdano, prima di fare qualcosa. Per essere davvero efficaci, bisognerebbe invece andare quanto prima alla causa comune e cercare risolverli tutti una volta per tutte.
D'altronde è banale, semplice logica. Eppure lo dimentichiamo, continuamente. Lo facciamo tendenzialmente perché confondiamo la causa con l’effetto, la fonte di energia con la forma in cui questa si propaga, l’idea con la sua realizzazione. Pensiamo che la lampadina accesa e la luce che emana siano la stessa cosa. Non lo sono.  E allora diamo la caccia col nostro retino ad ogni singolo problema come se fosse in sé una causa primaria, mentre in realtà non è che l’effetto di una causa più profonda e per questo meno visibile. Soprattutto ad occhi superficiali. Soprattutto ad occhi distratti.
Succede quindi che per risolverli tutti, quei 1’000 problemi, dobbiamo spendere 1’000 volte energia. Talmente tanta che spesso lasciamo perdere. Magari usiamo perfino 1’000 retini diversi. Il tutto mentre la loro causa profonda – irrisolta – continua a pulsare, a irraggiare e a crearne altri – di problemi – che noi torneremo a cacciare come sempre. “Problemi irrisolvibili”, ci diciamo allora. Oppure: “Ce ne sono troppi, da dove iniziare?” Oppure ancora, “Ne arriverà comunque un altro, tanto vale evitare di dannarci a risolvere questo”. E loro, nel frattempo, restano lì a tormentarci. È evidente che si capisse che esiste, e dove sta, una causa comune sarebbe tutto molto più semplice.
Perché a volte non immaginiamo nemmeno che esista. Altre volte, pur intuendo che debba esserci un nucleo che irraggia da qualche parte, non riusciamo a trovarlo. Magari cerchiamo nella direzione sbagliata. O seguiamo percorsi troppo tortuosi anche se, l’abbiamo detto, i raggi di luce viaggiano in linea retta. Per cui osservando dove si incrociano ci sono buone possibilità di trovarne la fonte. E se funzionasse così anche con i problemi?

Geometria conoscitiva
Pensiamo di stare su di una sfera immaginaria, la sfera delle questioni irrisolte. Una sfera fatta di tutti i problemi che ci tormentano, come puntini sulla superficie collegati tra loro da una rete. Sforziamoci di conoscerla, questa rete, di tessere le relazioni tra una questione e l’altra in modo da contestualizzare, da relativizzare, da associare e dissociare, da mettere in prospettiva. Ma non fermiamoci lì. Ogni questione irrisolta è infatti collegata alla sua causa profonda, quella che sta al centro della sfera. Il nucleo pulsante di ogni questione, che si materializza in mille forme diverse nel suo irradiare problemi come raggi di luce. Ognuno dei quali diventa un puntino sulla superficie della sfera, nel suo propagarsi. Proprio come una stella. Chiaramente, lo avrete capito, è uno schema molto semplificato, ma funziona. Possiamo pensare a diversi livelli di aggregazione, passando da un problema ben concreto su cui indagheremo più in dettaglio fino alle questioni fondamentali che tratteremo in maniera necessariamente più generica. A volerla complicare di più, si tratta in realtà sempre di sfere nelle sfere. Sfere più piccole contenute in quelle più grandi. Ma lasciamo perdere per il momento. Quello che ci interessa veramente ora è di unire tutti i puntini con il centro della sfera, con la loro causa profonda. Quella che poi, l’abbiamo detto, laggiù tende a essere la stessa per tutti. Perché ci interessa? Beh, ma è molto semplice: per costruire un retino abbastanza resistente da poterla ingabbiare, quella causa, il più possibile vicino all'origine.

Il menù del giorno
Oggi viviamo costantemente immersi in una miriade di problemi che ci angosciano e non ci lasciano tregua. Basta accendere la tv per saperlo (è solo un esempio, in realtà non fatelo per favore). Crisi, disoccupazione giovanile, aziende che chiudono, tasse che aumentano. E poi guerre, terroristi, delinquenti e degrado urbano. E poi frane e alluvioni, i morti e i feriti, le emergenze continue. E il governo che non fa, la politica che non rappresenta, l’economia che non va. E poi ancora l’ambiente, il cambio climatico, la deforestazione e tutto il resto. Tutti temi importanti. Tutti difficili da risolvere. Quanti soldi – ci chiediamo –  quante risorse, quanta volontà politica servirebbe per tappare tutte queste falle? Che poi ognuno ha la sua idea sul come fare. E magari poi va a finire che per una che ne tappi ne saltano fuori altre 10. Eccoci caduti nella solita spirale di disperazione inconcludente...

Proviamo però a tracciare la nostra mappa conoscitiva. La nostra rete sferica. Ci accorgeremo presto, relativamente presto, che si evidenzia un centro comune a tutte queste questioni. Un nucleo da cui propaga e si espande tutto quello di cui veniamo continuamente bombardati. Un nucleo che è rappresentato dal nostro sistema socio-culturale, ossia l’insieme delle leggi e convenzioni umane su cui abbiamo basato la nostra società. In altre parole: quello a cui diamo importanza, e quello a cui non ne diamo, senza nemmeno sapere il perché.
Perché (ad esempio) si lavora sempre di più, anche quando ormai ci si riesce a garantire la copertura delle proprie necessità, a scapito del tempo libero? Passare tempo con la famiglia e gli amici, attività ricreative e rilassanti, culturali... perché sembra non esserci mai tempo per queste cose? Sembra stupido anche solo farsela, una domanda del genere: la risposta è talmente ovvia! “Perché bisogna lavorare”. E se si diventa bravi e serve meno tempo per fare la stessa cosa non vuol dire che si può lavorare meno tempo, vuol dire che si potrà – a conti fatti – lavorare di più nello stesso tempo. È solo un esempio, piuttosto attuale, ma solo un esempio. Viviamo costantemente immersi in tutto questo, da sempre. Convenzioni sociali e leggi umane. Tutte create da noi. Non ce ne accorgiamo nemmeno più, tanto che è davvero difficile metterle in discussione. Sono i fondamenti della nostra civiltà, quelli da cui tutto il sistema in cui siamo nati e cresciuti dipende. Per immaginare alternative serve un notevole capacità di astrazione. E serve conoscenza. Eccoci al punto della questione: la conoscenza.

Fatti non foste a viver come bruti
Il fulcro irradiante di tutti maggiori i problemi che vediamo oggi è proprio il paradigma socio-culturale su cui si basa la nostra società. Il capitalismo cannibale, di cui il consumismo sfrenato e compulsivo non è che il braccio armato. Da lì nascono le guerre e la fame nel mondo. Da lì nascono povertà e ingiustizia sociale. Da lì nasce l’economia del saccheggio, quella che non è in grado di sostenersi sul lungo periodo. Da lì nasce la corruzione e l’inadeguatezza della classe politica, collusa con i poteri forti economici. Da lì nasce l’omologazione culturale e l’appiattimento, l’eradicazione delle diversità. E da lì nasce il più importante degli strumenti di controllo: l’ignoranza.

Come per ogni sistema dominante in ogni epoca storica infatti, anche quello odierno tende a preservare sé stesso, propagandosi nel tempo e nello spazio. Per farlo ha bisogno di propaganda, ha bisogno di supporters e tifosi ciechi. Gente che deve svolgere il compito che gli è stato assegnato senza avere una visione d’insieme, senza preoccuparsi del resto. Ingranaggio di una macchina perfetta, progettata dall'alto. Gente che deve conoscere solo il lato buono del sistema, rimanendo all'oscuro di tutto il resto. Ed eccovi servita l’ignoranza. Eccovi servita la distrazione. Eccovi servito il futile. Eccovi servita la sfera intricata dei 1’000 problemi apparentemente indipendenti da dover risolvere. Ma anche la matassa inestricabile delle preoccupazioni quotidiane che non ci lascia né tempo né modo di andare oltre, di giungere alla fonte. Quella che ci succhia ogni energia, rendendoci impossibile destinarne una parte men che minima a indagare questioni che vengono infatti percepite come secondarie, inutili perché lontane, troppo astratte. La fonte viene ignorata, perché non se ne conosce l’importanza. Laddove dovremmo concentrare le nostre energie per far crollare come un castello di carte il costrutto di tutti i nostri tormenti, lasciamo che siano sporadiche incursioni a farla da padrone, motivate più dalla noia o dal senso di colpa che altro. È così che la fonte si protegge. E continua a irraggiare su tutte le nostre vite.

La conoscenza è l’arma più potente che abbiamo a nostra disposizione per scardinare questo schema che ci vede subalterni. Per riacquisire la nostra dignità e tornare a decidere per noi stessi. Per il bene nostro e di tutta la comunità di persone a cui teniamo. Grande o piccola che essa sia. Conoscenza è tessere una rete solida che unisca i puntini sparsi sulla nostra sfera. E sapere che al tirare un filo ne seguono altri, mentre altri rimangono immobili. Ma è anche andare in profondità, verso la fonte, collegandovi ogni puntino. Dalla superficie al cuore, che è uno solo. Ed è lì che la conoscenza diventa coscienza. Ed è solo con la coscienza profonda che si conducono e si vincono le battaglie. È solo con una grande coscienza che si diventa forti nel portare avanti le proprie cause. 

È solo con la coscienza che si progredisce e si immaginano, poi si creano, le condizioni per un mondo migliore. 

Perché conoscere è sapere di potere.


sabato 8 dicembre 2012

It’s evolution, baby!

A volte penso che siamo spacciati. Siamo come un’auto lanciata a folle velocitá contro un muro. In origine non lo sapevamo che stava lí, ma é da un po’ di tempo ormai che lo vediamo forte e chiaro. Evitarlo ormai non si puó, troppo tardi. Le cose sono due: o per lo meno rallentiamo e cerchiamo di ridurre i danni, oppure continuiamo a far finta di niente, ostriche e champagne fino al momento dello schianto.

Ultimamente peró, mi ha colpito pensare che forse dietro questa corsa ci sia ben piú di quel che sembra. Qualcosa che non si vede eppure muove da sempre i fili della storia, instancabile: l’evoluzione della specie.
Darwin diceva che sono i meglio adattati alle condizioni in cui vivono ad avere piú possibilitá di campare e, quindi, di conservare la specie. Bisogna fare un passo in piú qui. Dal punto di vista biologico infatti non é tanto la sopravvivenza dell’individuo ad essere importante, quando quella dei suoi geni. É proprio lí infatti che risiede la descrizione delle caratteristiche peculiari che gli hanno consentito di adattarsi al proprio ambiente cosí bene da poter sopravvivere. Ed é quindi tramandando i propri geni vantaggiosi che questo organismo fa un favore alla propria specie, visto che in futuro i discendenti meglio adattati saranno sempre in numero maggiore, fino a diventare la norma. É cosí, la specie é qualcosa di piú degli individui. Piú grande, piú importante. E quando si evolve, cioé in continuazione, la cosa non é affatto indolore per gli individui che la compongono.

Allora mi chiedo se non sia proprio questo il punto. Viviamo in un mondo che cambia velocemente come mai. É quindi sempre piú necessario sapersi adattare. Chi non riesce a farlo, rimane indietro. Chi ci riesce invece sará la base fondante per la specie del futuro. Quella da cui si ripartirá dopo lo schianto col muro.

É curioso spiegare come accade che qualcuno si riesca ad adattare meglio di altri. Tutto sta nel fatto che in natura, quella cosa a cui anche gli uomini appartengono, la diversitá non é un problema, ma una ricchezza. Se punti tutto sullo stesso numero in una roulette puoi vincere tanto. Ma hai anche tantissime possibilitá di non vincere proprio nulla. Per questo la natura decide di puntare su quanti piú numeri possibile. É per questo che nel processo attraverso cui i geni vengono tramandati cerca sempre di mischiarli il piú possibile. A volte poi accade anche qualche imprevisto, percui il codice non viene riprodotto come dovrebbe: sono le mutazioni genetiche. Intendiamoci, una mutazione genetica non é buona o cattiva in sé. É semplicemente quello che é: un qualcosa di inaspettato. Sebbene siamo portati a immaginarci deformazioni e cose aberranti quando pensiamo alle mutazioni genetiche (magari retaggio di quelle provocate dall’uomo coi suoi bei giocattoli nucleari), in realtá sono un valido strumento in piú nelle mani dell’evoluzione. Perché puó accadere che siano associate a caratteri sfavorevoli, e in quel caso non vengono tramandate visto che l’individuo muore o comunque avrá maggiori difficoltá di riprodursi, ma puó anche succedere che siano favorevoli. E in quel caso rappresentano un bel vantaggio competitivo, non c’é che dire. Un colpo di fortuna. Non stiamo parlando degli x-men chiaramente, ma con le dovute proporzioni il discorso é in realtá abbastanza simile.

La stessa cosa puó succedere con i comportamenti: alcuni favoriscono la sopravvivenza della specie, mentre altri no. Chiaramente qui la cosa é, almeno in teoria, piú semplice visto che non ci sono mutazioni genetiche random di mezzo. Se si vede che un certo  gioco funziona, sarebbe normale iniziare a giocare secondo le sue regole. La realtá non é poi cosí semplice, almeno non per tutti. Probabilmente anche in questo ci sono individui piú predisposti di altri a cambiare, a esplorare, a curiosare e a provare cose diverse. Ma non c’é dubbio che, visto in termini evolutivi, l’eclettismo é la tendenza ad auto-aiutarsi.

Ma che siano caratteri o comportamenti, viene da pensare che il loro valore evolutivo probabilmente diventa evidente solo nel momento in cui serve davvero. Fino ad allora rimane qualcosa che non si capisce, senza valore. Finché non ti rendi conto che in effetti campare senza é dura. Ma ormai é troppo tardi.
C’é da aspettarsi che inizialmente si veda perfino con sospetto, essendo fuori dagli standard. Qualcosa di strano, di stravagante, di anormale. E tutti sappiamo quanto ci piaccia essere considerati normali, ricadere dentro il rassicurante sacco della media.
Pensateci: immaginatevi la prima comunitá di pesci che si sono spinti a vivere fuori dall’acqua. Muoversi non doveva essere la cosa piú semplice: sicuramente dovevano dimenarsi di continuo, scodare a scatti per saltellare di lato. Eppure pensate al primo che ha messo su le zampe... l’avranno guardato stortissimo! Denigrato e sbeffeggiato: “ma guarda te sto fricchettone che si mette in testa! Mica lui scoda come tutti, no! Ma dove vuole andare, con quelle cosacce che gli spuntano dalle pinne! É bruttissimo! Ti diró che poi, secondo me, é pure cattivo!” Eppure presto sarebbe stata l’evoluzione stessa a zittire tutte le malelingue. Ma daltronde é cosí, il diverso fa paura. Percui si osteggia, di deride, si perseguita al di lá di quello che la razionalitá suggerisce. Eppure se cercate di vedere il futuro, é proprio lá che dovreste guardare.

Mi chiedo allora se non siamo di fronte allo stesso processo, senza accorgercene. Si sta sviluppando in una parte sempre maggiore della popolazione mondiale una certa coscienza ambientale. Qualcosa che va al di lá delle patine verdi di facciata, qualcosa di profondo e vero. Un autentico senso di appartenenza, di rispetto e di ammirazione per la natura. I fricchettoni degli anni ‘60 (come venivano affettuosamente chiamati dai loro denigratori) hanno dato il via a questo processo. Beh, a giudicare dalla diffusione sempre maggiore, verrebbe da dire che l’evoluzione sta dalla loro parte. E se é cosí, di certo non é per partito preso. É perché quel modo di vivere e di rapportarsi col mondo, quella coscienza profonda probabilmente é in grado di assicurare una miglior capacitá di sopravvivere nel mondo di oggi. Il fatto che siano stati a lungo derisi, mentre ora – di fronte all’evidenza – vengono in qualche caso osteggiati, in altri strumentalizzati, non fa che accrescere la mia convinzione.

Mi piace allora pensare che sia cosí. E che in futuro questa coscienza si diffonderá ancora di piú fino a diventare comune a tutta la specie. Proprio perché vantaggiosa. Ma non mi faccio illusioni sul come. Il fatto che dobbiamo capire infatti, e al quale probabilmente ci dobbiamo preparare, é che il processo non sará affatto indolore. Per fare un esempio, non mi aspetto che possa essere una diffusione uniforme come quella che avviene da una bustina di té nell’acqua calda, in cui il té si propaga dalla fonte fino ad estendersi a tutto il sistema. Ammesso che potesse funzionare come strategia, non ne abbiamo tempo. Piuttosto sará una diffusione dovuta alla riduzione delle dimensioni del sistema, fino ad includere la fonte e poco piú. Come quando metti un cucchiaino di miele in un secchio pieno di acqua. Che differenza vuoi che faccia? Ma se fai un buco appena sopra il fondo dove si é depositato il miele, l’acqua esce tutta fino ad arrivare appena sotto il buco. Percui é chiaro che in quel modo l’acqua rimasta sará piú dolce di prima. Ma solo perché ce ne sará molta, molta di meno. L’acqua che ci sará permesso tenere dentro al secchio sará tanto maggiore quando piú riusciremo a metterci d’accordo sul frenare quella macchina lanciata contro il muro prima dello schianto inevitabile. Limitare i danni.

Ma anche dopo le tragedie, le catastrofi, la distruzione cui siamo destinati, la specie continuerá il suo cammino. E sará una specie diversa, senza dubbio. Sará una specie meno miope e piú lungimirante. Una specie che saprá vivere in armonia con la natura perché ne avrá infine compreso l’importanza. Sará una specie che é stata in grado, con le buone o con le cattive, di cambiare rotta.

Per lo meno mi conforta allora pensare che, d’ora in poi, ogni volta che mi sentiró deriso o denigrato per manifestare la mia convinzione che quello che stiamo facendo come uomini é essenzialmente e profondamente sbagliato e controproducente, almeno sapró di avere Darwin dalla mia parte.



“Ogni volta che la gente è d'accordo con me provo la sensazione di avere torto.”
Oscar Wilde.




martedì 27 novembre 2012

La speranza é l’ultima a morire

Ho deciso di alzarmi in piedi piú o meno un anno fa. Lo ricordo ancora bene: era una serata tranquilla dell’inverno norvegese, ci si preparava per Halloween. Avevo da qualche giorno aperto il mio vaso di pandora, era stato un documentario. Se ne sarebbero aggiunti tanti altri, ma quello allora fu davvero un epifania. Da lí iniziai un percorso che mi portó a rovistare tra tutti i temi di cui parlo in questo blog, ma al di lá di tutto questo, da lí in poi non riuscii piú a vedere il mondo con gli stessi occhi. Tutto era cambiato, niente escluso. O forse ero io? In effetti fuori tutto rimaneva uguale, ma per la prima volta capivo che la visione del mondo ufficiale poggiava su un castello di carte. E ballava tremendamente, o era quantomeno incompleta. C’era ben altro, lá fuori. E io volevo capirlo. Per la prima volta mi trovai a prendere il mano argomenti che avevo volutamente ignorato come troppo complicati. Gli ingranaggi stessi del mondo di oggi, di cui ben poco mi ero curato sino ad allora, mi apparivano piú interessanti e curiosi che mai. Dovevo capirli, per districare dal mio cuore tutti quei dubbi che con violenza traboccavano per non lasciarmi scampo. Non pensavo ad altro.

Il primo periodo fu davvero come tornare ad aprire gli occhi per la prima volta. Tanto piú che, avido di conoscenza, aggiungevo continuamente dei pezzetti nuovi al mio puzzle. Alcuni si rivelarono in seguito sbagliati, altri soltanto inesatti. Quel che é certo é che l’effetto domino era iniziato e io non potevo piú fermarlo. Lo sentivo dentro di me. Lo osservavo quasi, con la stesso senso di impotenza soddisfatta di quando si guardano quelle tesserine, cosí meticolosamente messe in fila l’una dietro l’altra, cadere e travolgersi senza rimedio. Il mio mondo, cosí come quello di tanti altri, era stato fasullo. Ora stavo scostando il mio velo di ignoranza per comprenderlo meglio.
Per la prima volta mi sentii padrone della mia testa per davvero. E non potevo fare a meno di urlarlo ai quattro venti, di confrontarmi con chiunque mi capitasse a tiro su qualsiasi argomento stessi affrontando. E il mio campo visivo si ampliava sempre di piú. Avevo capito bene? Mi sfuggiva qualcosa che qualcuno poteva chiarire? Ero una spugna. Poi, una volta arrivati a una qualche conclusione, seppur necessariamente provvisoria, sentivo di doverlo condividerlo con chi volesse. Cosí nacque stand up.

Ma da lí le cose sono cambiate, eccome. L’esercizio della scrittura si riveló per me, come daltronde c’era da aspettarsi, terapeutico. I mille fili confusi dei miei pensieri erano costretti a prendere forma sulla tastiera. Percui anche quelli piú nascosti emergevano, quasi magicamente. Capitava spesso che iniziassi a scrivere di qualcosa che poi rimaneva tra le dita per dare spazio a qualcos’altro che sgorgava vigoroso e inaspettato da dentro. Mi ha aiutato molto scrivere questo blog. Mettere in ordine le idee serve sempre, non fosse altro come scusa per pensare. Giá, la meditazione. Cosa poco conosciuta e dal suono orientaleggiante, per la quale oggigiorno di tempo non se ne trova proprio piú. Scrivere era veramente come prendersi un po’ di tempo per fare quello. Pensare. Vi stupirebbe cosa potrebbe succedere a chiunque di voi lo provasse, se giá non lo avete fatto. E vi stupirebbe vedere quanti fili sparsi si riescano ad unire cercando di vedere le cose non sempre con la lente di ingrandimento, ma a volte anche a volo d’uccello. A volte partire da discrorsi meccanicistici é trovarsi a discutere dei massimi sistemi. Filosofia laddove una volta c’era spazio solo per la matematica. Ma daltronde, chi queste cose le ha inventate, giá migliaia di anni fa sapeva bene che il loro confine é ben piú sfumato di quanto oggi ci piace credere. Una delle conquiste piú grosse é stata infatti proprio questa: il recuperare l’amore per il pensiero puro, che ti eleva al di sopra dei fatti contingenti e in fin dei conti ti da la forza, se lo credi, per sostenerli.



Dopo un anno ci sará sicuramente qualcosa che é riuscito meglio e qualcos altro peggio. Ci saranno state cose interessanti e altre noiose, o persino inconcludenti. Ma di sicuro ogni articolo é stato un passo compiuto nella giusta direzione per il momento in cui é stato scritto. Ma verso dove? Non lo so, né lo sapevo quando l’ho scritto. Ma di sicuro era adatto alle sue circostanze e a quello che avevo da dire. Perché mi ero informato sull’argomento, perché mi toccava particolarmente, perché credevo che fosse importante per comprendere meglio il perché ognuno dovrebbe alzarsi in piedi oggi. Ed é curioso come ora, a guardare per un attimo all’indietro, pare che il tutto prenda forma. Pur non avendola in origine. Come quando ci si gira all’indietro a vedere che le tante orme che passo dopo passo hai lasciato sulla sabbia in realtá stanno formando qualcosa di chiaro e definito.

Credo che tutti mi siano serviti a capire meglio a come guardare il nostro mondo di oggi e la crisi che attraversiamo. Ma credo anche che nessuno di loro sia, preso da solo, sufficiente. E sono sicuro che mille altri ne mancano, anche se devo dire che la cosa piú che atterrarmi mi affascina. Perché da qualche parte si inizia sempre, ma invariabilmente non si sa mai dove si finisce. E spesso devo dire che é proprio per questo che il gioco vale la candela. Perché ti insegna in modo perentorio, ancora una volta, di come il fine di ogni percorso non sia la meta, ma il viaggio. Il modo in cui metti un piede davanti all’altro. E il capire che lo fai non per arrivare dove non sai né mai saprai. Ma solo perché sei tu e sei lí, ora. E stai camminando che rimanere fermi non si puó. E allora uno prima l’hai messo lá, che ancora ne vedi l’orma. L’altro lo metterai appena piú avanti, il dove sará questione di deciderlo ora.



Dunque oggi vi parlo proprio di questo. Partendo dal ricordare quel momento di necessitá comunicativa in cui ho iniziato a fare una cosa talmente inutile quanto scrivere su di una pagina che probabilmente una ventina di persone sí e no avrá mai letto. Ma non importa. Perché strada facendo mi sono reso conto sempre di piú che l’obbiettivo principale forse non era la comunicazione, quanto la riflessione. Se poi questa puó essere condivisa con qualcuno, intendiamoci, tanto meglio. Ma quello che voglio dire, qui, é che non bisogna aspettare di essere una rock star per fare qualcosa. Non bisogna aspettare di avere l’occasione per parlare da un pulpito. Non bisogna aspettare un treno che per quando arriverá saremo tutti ammuffiti. Non bisogna aspettare di dimenticarsi cosa si vuole dire, o il perché. Bisogna farlo quando ci si sente. Punto. Battere il ferro finché é caldo. Andrá a finire che é proprio lí che nascono le cose piú interessanti.

Si parla sempre di speranza. La speranza in un futuro migliore. Dove tutto andrá bene, alla fine. Fatto sta che, come al solito, per arrivarci dobbiamo sacrificare il presente. Sacrificare il presente, che é l’unica cosa che a conti fatti conosciamo, per promesse di vanagloria nutrite della migliore delle speranze. Scrivo proprio mentre le solite previsioni di crescita economica sono state spostate appena piú in lá. Guardacaso, come sempre, alla fine dell’anno prossimo. Lontano, quindi, ma mai troppo da toglierci la speranza che sia davvero possibile. O che vedremo ricompensati i nostri sacrifici. Ci sará ancora parecchio da stringere la cinghia, miei prodi, ma ce la faremo. Io, peró, non ci credo. Non credo nella speranza, credo in quello che uno puó fare con le sue mani. Qui e oggi. Credo nella conoscenza prima di tutto, quella che ti permette di agire con coscienza e in modo efficace. Quella che, sapendo dove ci troviamo e non dove potremmo essere in futuro, ci aiuta a prendere una buona decisione.Forse non la migliore. Sicuramente ci aiuta a non mettere il prossimo piede in una pozza di merda per avere un giorno, chissá, una caramella. Della speranza senza fondamento non me ne faccio niente. Io credo nell’impegno. Quello stesso che, oggi piú che mai, ci spinge tutti a far qualcosa per spegnere quel fuoco che ci infiamma dentro. Quello che non ci fa girare la testa dall’altra parte e forse non ci fa nemmeno dormire la notte. Quello che non ammette ritardi né deroghe, né tantomeno scuse. Quello che serve a darci la certezza, non la speranza, che giá domani andrá meglio. Quello che ti guarda negli occhi e ti chiama per nome, giorno dopo giorno, dicendoti che é ora di alzarsi in piedi.



"La speranza è una trappola, è una brutta parola, non si deve usare. La speranza è una trappola inventata dai padroni, (...) state buoni, state zitti, pregate, che avrete il riscatto nell'aldilà. State buoni,sì siete dei precari, ma tanto tra due o tre mesi vi riassumiamo, vi daremo il posto, abbiate speranza. Mai avere la speranza, la speranza è una trappola, è una cosa infame inventata da chi comanda."

Mario Monicelli







venerdì 5 ottobre 2012

Sólo sé lo que no sé


Ho 28 anni ed ho sempre avuto una tensione bipolare nella mia vita. Verso la scienza da un lato e, dall’altro, verso tutto quello che scienza non é.  Chiunque guardando alla mia vita direbbe che la prima ha vinto. Appena ho potuto scegliere ho deciso di fare il liceo scientifico, l’universitá, sono diventato ingegnere e poi ricercatore. Oggi porto avanti la mia piccola parte di scienza quotidiana, cercando di non scivolare dalle spalle dei giganti sulle quali mi trovo spesso a bivaccare. La seconda pulsione é rimasta invece perlopiú latente. Limitata piú o meno consapevolmente ai momenti di libertá. Oggi capisco che in realtá questa distinzione non esiste. Forse non é mai esistita, veramente. Un bel sospiro di sollievo.


LA SCIENZA

Da sempre la scienza mi ha affascinato in quanto ti permette di conoscere il mondo. Ti avvicina al perché e al per come delle cose. E non c’é margine: é precisa, univoca, ripetibile. É sicura, solida. Se ti ci addentri sul serio poi, ti puó perfino dare l’idea di riuscirle a controllarle le cose, quasi a predire come andranno a finire. É una specie di magia. Ma bisogna studiare duro per poterla controllare. Richiede anni e anni di sacrificio, direi quasi il compromesso di non smettere mai. Non é affatto facile arrivare a quei livelli, ma sono sempre stato profondamente affascinato da chi mi dava l’impressione di averlo raggiunto. Cosí ho sperato di poterlo fare anche io. Ho sempre considerato la scienza, prima ancora delle arti, come l’espressione piú nobile dell’essere umano e delle potenzialitá della sua mente, ció che ci contraddistingue. Lo stesso si potrebbe dire per le arti, certamente. Ma se mi aveste chiesto fino a poco tempo fa, non avrei avuto il minimo dubbio. Il sapere nobilita l’uomo, lo rafforza. É nel nostro destino quello di conoscere il mondo, per poterlo capire e adattarci ad esso per vivere meglio.

Il progresso. La scienza é la premessa necessaria e non sufficiente per il progresso. Non sufficiente perché non basta, dev’essere guidata da qualcos’altro... E qui entra in gioco quel qualcosa di latente. Chiamiamola filosofia. Chiamiamola spiritualitá. Chiamiamola arte. Chiamiamola sensazioni, emozioni, passioni. Chiamiamola etica, morale. Chiamiamola come volete, ma siate consapevoli che c’é. Che ci deve essere.
Recentemente ho avuto la fortuna di deviare dai binari del razionalismo per farmi un viaggio attraverso lande per me quasi desolate. Quelle che ti portano a pensare che, per quanto possiamo sapere, per quanto possiamo sforzarci... non sapremo mai niente. É stato davvero un viaggio rivelatore. La scienza dunque... che cos’é davvero la scienza?


L’ILLUSIONE DEL SAPERE

La scienza é l’illusione di sapere. Il mondo é talmente complesso, talmente vasto e misterioso che qualsiasi persona che si reputi razionale per davvero non puó che assentire sul fatto che non arriveremo mai a conoscerlo sul serio. Il controllo poi, quella piú che un’idea é un illusione. Un ulteriore passo verso la follia, é che questa nostra presunzione ci inviti addirittura a voler plasmare il mondo stesso secondo i nostri bisogni.

Piú mi immergo nella scienza e piú mi rendo conto di quello che non sappiamo. Ogni conclusione si appoggia su assiomi, ipotesi piú o meno verificate, interpretazioni soggettive di questo e di quello, quantificazioni di proprietá non misurabili. Ogni modello riflette in sé la nostra visione del mondo. L’importanza relativa che diamo alle cose. Uno scienziato serio questo lo sa. E non puó fare finta di niente. Che poi, per certe applicazioni, le approssimazioni della realtá cosí come la conosciamo attraverso quegli strumenti di cui noi stessi ci siamo dotati siano funzionali ai nostri bisogni... beh, quella é una gran bella cosa. Ma sono grato di aver compreso, grazie alle parole di persone illuminanti che avevano giá percorso questa stessa strada prima di me, che accanto alla soddisfazione di una previsione azzeccata ci deve sempre essere la consapevolezza della nostra nullitá di fronte allo sterminato e impenetrabile mondo che risiede al di fuori della nostra mente.


SCIENZA O COSCIENZA?

Arrivato a questo punto, la bilancia torna a pendere in misura uguale da entrambe le parti. Non é piatta, ma cambia continuamente di lato, in uno stato di equilibrio dinamico. La scienza, intesa come abilitá di usare la nostra razionalitá, é in equilibrio con la coscienza della nostra inadeguatezza a comprendere per davvero il mondo. Si alterna costantemente con la sempre piú profonda convinzione che la realtá in quanto tale ci é imperscrutabile. Che tutto quello che possiamo fare é darne un’interpretazione, che sappiamo essere soggettiva e, pertanto, necessariamente incompleta. E che occorre viverci in pace. Accettarla. Accettare di non sapere, per mantenere l’umiltá di imparare quel che si puó. Ma senza nemmeno darsi troppa importanza, perché quello che impari oggi puó non valere piú domani. E questo non solo perché sia la realtá fisica a cambiare. Noi cambiamo costantemente e con noi la nostra capacitá di interpretare e di leggere il mondo.

Per quanto grandioso, per quanto emergente in  dimensione collettiva o storica, il nostro intelletto e la conoscenza che ne deriva é pur sempre limitato. E questa limitatezza ci pone costantemente di fronte ad una scelta: é meglio conoscere in profonditá un aspetto specifico della realtá, oppure averne una visione piú globale, seppur generale? Oggi tendiamo ad avere un approccio riduzionistico, che riduce la realtá alla descrizione dettagliata delle sue parti. Ma come si puó pretendere di conoscere qualsiasi cosa, per circoscritta che sia, se si ignorano o addirittura si trascurano volutamente i legami che questa mantiene con tutte le altre componenti che con essa interagiscono costantemente e in maniera complessa? La risposta é semplice, non si puó. Cosí come non ci sarebbe possibile abbracciare la realtá nel suo complesso in un unico sguardo.




E allora? E allora niente. Tutto qui. Siamo coscienti che non solo di scienza e di razionalitá si nutre lo spirito umano. Siamo consapevoli che i problemi non si risolvono solo grazie a numeri che decidiamo noi. Che ci sono altre forze in gioco e che, spesso, sono perfino piú potenti. Che la tecnologia, riflesso applicato della scienza, non é – da sola – la soluzione a niente. Che una buona dose di autocritica fa sempre bene. Che dobbiamo mantenere l’umiltá che ci viene richiesta dalla nostra condizione di limitatezza. Che se una guida dobbiamo proprio avere, allora dovrebbe essere qualcosa di piú saggio, di piú grande e di meno limitato di noi. Nel tempo, nello spazio e in ogni altra dimensione.

La nostra guida, quella vera, sia allora la natura. Quella che vive attorno a noi. Assieme a noi eppur indipendentemente da noi. Quella che si sviluppa costantemente e da miliardi di anni, secondo leggi che ci sfuggono nella loro complessitá. Osserviamola, cerchiamo di capirla... ma sentiamola anche, rispettiamola, impariamo da essa. E accettiamola, per accettare noi stessi e tornare alla nostra vera dimensione: l’essere umano. Parte auto-cosciente di Gaia.