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mercoledì 4 giugno 2014

Il tempo del tutto e del nulla

Il senso di questo articolo

Penso che il problema più grosso che abbiamo in Italia oggi sia la deriva culturale. Da una parte chi per capacità potrebbe rappresentare una guida di spessore e arricchire gli altri vede presto sprecati i propri sforzi per disinteresse degli interlocutori; per cui presto abdica al suo ruolo sociale, peraltro non scelto ma conseguente alle proprie capacità. Dall'altro la stragrande maggioranza delle persone è distratta dalle questioni che contano veramente, cioè quelle che in un modo o nell'altro determinano la qualità della loro vita. Troppo spesso si preferisce il futile e l’inutile alla cultura e all'impegno civile, gli slogan all'analisi seria, la faciloneria alla serietà.

In questo clima - ricordandoci che in democrazia ogni voto vale uno - è chiaro che l’espressione della maggioranza spesso non sia la più qualificata ad amministrare la società e a prendere le decisioni per tutti. Non è un problema della democrazia, ribadisco, è un problema di abbruttimento culturale. La cultura dominante tende continuamente al ribasso. Per cui sia la classe dirigente che quella politica, non essendo altro che uno specchio della società che rappresentano, non possono fare altrimenti.

Quale soluzione? Non esiste la pillolina magica indolore, bisogna impegnarsi a restituire alla cultura l’importanza che merita, riscattandola da decenni di denigrazione pubblica che in alcuni casi sfiora il disprezzo. Uscire dai luoghi comuni fasulli e dare applicazione reale a tutto questo, recuperando lo spirito civico e l’impegno in prima persona. Iniziare a percorrere la lunga e difficile strada che conduce al rinnovamento non del vertice della piramide, ma dell’intera base. Un percorso tortuoso e mai finito di costante autocritica, l’unico a mio avviso in grado di condurci a risultati duraturi. Tutto il resto temo sia destinato ad essere una speranza passeggera, più o meno infondata.

Qui sotto qualche riflessione più articolata.




NUBI DI IERI SUL NOSTRO DOMANI ODIERNO (cit.)

Nel commentare la debacle della sinistra (più o meno) radicale alle elezioni politiche del 2013 (Il pedone e il giocatore di scacchi), mi chiedevo come fosse possibile che praticamente uno su tre di quelli che erano andati a votare si fossero lasciati abbindolare ancora una volta dalle promesse farlocche del  signor Berlusconi. Mi chiedevo anche come mai tanti altri non capissero che fossero l’iniquità nella distribuzione delle risorse, l’ingiustizia sociale, la mancata presenza di un senso civico contrapposto al mero opportunismo le maggiori cause della triste situazione in cui versa il nostro Paese. Ma soprattutto, in tutto questo, mi interrogavo sul ruolo dei cosiddetti intellettuali di sinistra. Ossia quella schiera di studiosi e sagaci osservatori della realtà che, dall'alto della propria invidiabile cultura, certamente sarebbero in grado di aiutare molti a districarsi nella giungla dell’analisi politica. Nonostante tutto, spesso e volentieri queste persone faticano a scendere a parlare al mondo dei comuni mortali, nella loro lingua. Come se non li riguardasse, come se non fosse compito loro. Come se fossero vinti da un’atavica pigrizia a sporcarsi le mani con l’uomo medio, a sostenere 1'000 volte e altre 1'000 ancora la stessa, stucchevole e magari inutile, conversazione. Non per convincere, ma per far luce su aspetti fino a quel momento magari sconosciuti, per aiutare a riflettere. Perché mi chiedevo tutto questo? Semplice: perché in democrazia ogni voto vale quanto l’altro. Il voto degli illuminati vale esattamente quanto quello dell’uomo della strada, dell’incolto e dello zoticone. Per cui questi signori dalla ampie vedute non possono venir meno a una funzione sociale di cui nessuno li ha investiti, ma che nonostante tutto hanno la responsabilità (e l’onore) di ricoprire, certamente in gran parte per meriti propri. Nel non farlo erano proprio loro a permettere la debacle di quella rappresentanza cui appartengono, che più di altre rifugge l’analisi spicciola per abbracciare invece vedute ad ampio raggio nel tempo e nello spazio. E che proprio per questo ha bisogno di una costante e infaticabile azione di diffusione e divulgazione, informativa e riflessiva. In alternativa vince il populismo e la demagogia, ammesso che esista ancora qualcosa che non lo sia in politica.

Di tutto questo mi lamentavo allora e, a un anno ed una tornata elettorale di distanza, posso osservare che nella sostanza nulla è cambiato, ma che forse qualcosa in più si muove. Siamo sempre di fronte ad un’occasione da cogliere per mettere in pratica quel cambiamento impellente che richiede una partecipazione informata di tutti alla cosa pubblica. Siamo sempre ad aspettare che, ognuno per sé, si capisca che fare politica non significa né candidarsi né mettere una X di tanto in tanto, ma parlare, discutere, ragionare, ascoltare, capire e riflettere assieme. Che far politica è un atto quotidiano di partecipazione civile che spetta a tutti. Nel frattempo qualche intellettuale la faccia ce l’ha messa, e il progetto della lista civica della sinistra radicale si è ripetuto prendendo qualche voto in più. Son cose che fanno ben sperare, ma non basta.

Capiamoci. Il problema non è poi dei singoli, è della società. Una società distratta e senza fiato, che arriva alla sera sfiancata da lavori ingrati e spesso alienanti, che non vuole ragionare di massimi sistemi perché ha già abbastanza problemi ogni giorno per sbarcare il lunario. Che per la testa di questioni pratiche da risolvere ne ha già tante ed è abituata a delegare qualsiasi cosa trascenda la propria individualità. È lo scacco matto alla partecipazione. È questa la società settaria del disinteresse per i beni pubblici e per la cultura “che non si mangia”. È questa la società della mancanza di civismo e compassione, del cinismo e del parassitare. È il paese che ha paura di guardarsi allo specchio perché ha vergogna di quello che potrebbe vedere. Molto meglio nutrirsi dei sogni degli altri che provare a seguire i propri, il rischio è quello di fallire.

Certo, è la società intera a doversi sollevare, a invertire una marcia debosciante ed abbruttente che dura da fin troppo tempo. Ma la società è fatta dai singoli, per cui se non sono loro in primis ad abbracciare il cambio di rotta, a condividere il proprio coraggio con gli altri trovandovi una sponda (magari inattesa), a sostenersi gli uni con gli altri amplificando la propria voce fino a diventare una marea che tutto travolge... allora non si vede come le cose possano migliorare. Migliorare certo, cambiare non basta. Sempre che interessi a qualcuno.


RUMORE

Un problema grosso da risolvere è che pare essere scomparso il concetto di importanza relativa. Ogni giorno affoghiamo nel calderone dell’era dell’informazione e della controinformazione senza sapere che direzione prendere. Siamo saturi di tutto e del contrario di tutto e rischiamo di rimanerci invischiati come a nuotare in un barattolo di miele. Servirebbe una guida. Si da il caso che l’evoluzione ci abbia dotato di uno strumento straordinario per orientarci, uno strumento spesso dimenticato che ha dimora tra le nostre orecchie: il cervello. È l’uso della ragione e della critica costante che potrebbe guidarci meglio di qualsiasi altra cosa attraverso il labirinto del web e del mondo globalizzato a portata di click. È il rimanere attivamente coinvolti nel ricercare l’informazione che ci serve a rappresentare oggi la vera possibilità di rivoluzione del pensiero, al di là del supporto tecnologico che di per sé non è che uno strumento.

Attivamente coinvolti, non passivamente recettivi di qualsiasi contenuto sia bombardato in nostra direzione... In questo il web offre sicuramente possibilità nuove di interagire coi contenuti, molto più della scatola magica televisiva che rappresentava (e tuttora rappresenta) semplicemente il veicolo di un pacchetto preconfezionato sparato contro l’homus da divanum a riempire lo spazio tra le orecchie di cui sopra. Ma di per sé il web non salva nulla. Pur offrendo per definizione più spazio alla selezione critica dei contenuti, e persino alla loro creazione, è uno strumento anche quello e va usato bene.

Ecco perché penso che uno problema grossissimo della società di oggi sia la perdita delle priorità. Lo spazio cerebrale viene riempito egualmente da cagnolini che abbaiano o gattini che tirano la catena del wc, di nani e ballerine, casi umani e fenomeni da baraccone che aspirano ai loro 5 minuti di celebrità, di tette culi e pornografia spicciola, di gente che altro merito non ha se non di potersi comprare fama e rispetto, dell’infotainment strabordante di politici che non si sa dove in effetti trovino il tempo per fare gli amministratori pubblici, dell’uomo della strada che grida compiaciuto e con la bava alla bocca contro tutto e tutti che così non va e nonsipuòandareavanticosì... mi scuserete per il qualunquismo, ma di qualunquismo si tratta. Qualunque cosa ci diano, ce la ingoiamo senza chiederci se abbiamo fame o no, e di che cosa. Si perdono le priorità, non si capisce più cosa abbia importanza e cosa no, a cosa vale la pena dedicare le proprie (limitate) energie, di cosa dispiacersi e di cosa no, dove interessarsi e dove tralasciare, dove cambiare canale e dove alzare il volume. Ed è una tragedia. Anzi, una traggedia (rafforzativo). Perché questa dispersione di attenzione, di risorse cerebrali, di interesse e di azione fa esattamente il gioco di un sistema che della partecipazione non se ne fa nulla, anzi. Un sistema che vuole solo creare l’illusione della partecipazione, per poi distrarre dalle questioni principali dirottando le energie sul futile e sul del tutto inutile, continuando ad occuparsi di ciò che conta per davvero nei club privati più o meno esclusivi.

Esiste un antidoto a tutto ciò? No. Ma c’è una strada faticosa e lunga da percorrere che varrebbe la pena iniziare ad imboccare: quella della cultura e del dialogo. Non dell’indottrinamento e delle urla. Quella che legge e riflette per mettere in fila quello che ha imparato; quella che prima di parlare ascolta; quella che rimane vigile, sempre, nel farsi domande e nell'usare il proprio raziocinio per rispondere; quella che stabilisce delle priorità e le segue; quella che guarda lontano e si lascia scivolare addosso lo stucchevole e volgare teatrino che ogni giorno ci bombarda per renderci pecore; quella che non ha paura di esprimere un dissenso costruttivo e che ha la forza di mantenere le proprie posizioni, ma solo finché ragionando su elementi nuovi non cambierà idea o non avrà altri elementi da aggiungere. È una strada da insegnare ai nostri bambini e ai nostri ragazzi, certo, ma da far scoprire anche agli adulti e a chi oggi regge in piedi il mondo. È una stradina scivolosa e tortuosa da fare con umiltà e coraggio, ma non ne conosco di migliori da percorrere.

Non mi resta che augurare a tutti i naviganti buon viaggio.





domenica 30 settembre 2012

30 Settembre


Le acque si stanno alzando. La marea sta montando. Gente sfinita, che di alternative non ne ha piú. Gente esasperata, rassegnata. Disposta perfino a manifestare, assieme ai ragazzi. Dopo una vita che si pensava instradata, sicura, di quelle da potere dormire tra due cuscini. Eppure no. Si scende in strada di nuovo, si riempiono le piazze, si scandiscono gli slogan e si alzano gli striscioni come 50 anni fa. Ancora una volta.

Gente che di scelte da fare non ne ha mai nemmeno avute. Gente che si é sentita da sempre ripetere lo stesso ritornello. Accorgersi all’improvviso di non avere piú strofe da cantare quando arriva il tuo turno é dura, davvero dura. Prendi una manciata di quegli occhi azzurri sognatori e li butti nel sacco dei panni sporchi. Da lavare con la tua illusione. Non credere piú a niente, d’ora in poi.

Poi ci sono quelli che sono lí perché devono, ma di piangersi addosso non se ne parla. Quelli che non hanno voglia di aspettare che la cavalleria li venga a salvare. Sia quella che sia, no grazie. Quelli che si rimboccano le maniche e iniziano la loro, di storia. Che si mantengono lucidi e passano lo sguardo dalle cause, quelle vere, alle soluzioni, quelle vere. Ci sono quelli che l’hanno sempre saputo e quelli che l’hanno appena scoperto,non importa. Ma avanti si va, che a restare fermi si marcisce ancora di piú.

A guardarla cosí sembra tutto bello, ma a che servirá? Che senso ha scendere in piazza? Tanto i fili in mano li tiene sempre qualcun altro. In tanti peró ci hanno insegnato che se una cosa la vuoi, la devi volere forte per poterla prendere. E che da soli non si puó. Tempo fa si alzavano le barricate, si incendiavano le macchine, si prendevano le manganellate. Questa volta forse, ma non é questo il punto. Questa volta il nemico non lo si conosce nemmeno poi tanto. Cioé, lo si intuisce piú che altro, perché non ha volto. Ma la sedia sotto il culo brucia lo stesso, e ti ci devi alzare. E allora succede che ti affacci alla finestra e vedi la strada come un fiume in piena, e due domande te le fai. Il sangue torna a bollire nelle vene, ti senti attratto da quella fiumana di civiltá ritrovata. E allora succede che spegni la tivvú, e ritorni a camminare nel mondo reale. E ti accorgi che ci sono anche quelli di 50 anni fa, di fianco ai figli e pure ai nipoti. Ti accorgi che vi eravate illusi tutti, che vi eravate accontentati delle storie della buonanotte che vi avevano raccontato, ma che non é bastato. Che a vederelo ora sembra tutto cosí chiaro... siamo stati complici anche noi.

Quella marea umana é come una secchiata di acqua fredda dritta in faccia. Guarda cosa ci hanno fatto mentre dormivamo. Si scende in piazza di nuovo. Ci si rimette in gioco. Gemme in attesa sotto il gelo dell’inverno. Brace che si spegne fievole col tempo ma che brucia non appena ci soffi sopra. Ci é voluto un po’, ma abbiamo riaperto gli occhi. Ritrovare l’orgoglio di dire no. Ritrovare la dignitá della non delega. Ritrovare la voglia di scegliere. Ritrovare se stessi in una piazza piena di gente.




sabato 14 gennaio 2012

Un’azione politica


È arrivato il momento di toccare un tema scottante: la politica. Origini, prospettive il senso di questa parola nel momento storico che stiamo attraversando.

Partiamo da una considerazione banale: politica e democrazia non sono la stessa cosa, ma spesso si confondono. Entrambe derivano, come parola e come concetto, dal greco. Dalla antica Grecia.

Nell’antica Grecia della cittá-stato, la polis, la politica (che proprio da polis deriva) consiste nell’attività di gestione e amministrazione della cosa pubblica per il bene della comunità, il che si lega necessariamente a doppio filo con l’esercizio del potere decisionale. Ossia il Potere con la P. Ma non solo, é bene sottolineare infatti che l’attività politica non si riduce alla politica attiva, ma anche all’espressione delle proprie opinioni per il miglioramento della societá in cui si vive. Ció include anche la protesta contro delle decisioni prese, o manifestazioni di qualsiasi tipo.

Giusto per non lasciare niente di scontato, lo Stato é semplicemente una convenzione, una delle tante, adottata dall’uomo e, come tale, una sua invenzione. Ci si accorge a un certo punto che gli uomini da soli non riescono in maniera efficace a soddisfare tutti i propri bisogni, percui decidono mettersi insieme, di organizzarsi e “firmare un contratto” (il cosiddetto contratto sociale) in cui tutti cedono una parte della loro libertà e del loro potere di autogestirsi (parte della loro sovranità) a un entità tutto sommato astratta, ma operata da uomini, che provvederà cosí meglio al bene di tutti. È bene ricordare quindi che l’unica ragione d’esistere di uno Stato è quindi perseguire il bene della comunità che lo compone, attraverso la soddisfazione di quei bisogni che i singoli individui non potrebbero soddisfare con la stessa efficacia. O perlomeno non tutti. Garantire cioé beni e servizi essenziali e minimi a tutti, quali cibo, energia, istruzione, sanità, trasporti e casa, verrebbe da dire. Poi sul come ci si puó mettere d’accordo.

La democrazia é infine solo un modo organizzare l’attività politica, un sistema escogitato per gestire e amministrare lo Stato. Non si tratta dell’unico sistema, né tantomeno del migliore in sé. Letteralmente significa che il potere lo esercita il popolo. Esiste anche un altro sistema in cui l’attivitá politica viene esercitata da un gruppo di persone, detto aristocrazia. Questo termine si é progressivamente usato sempre piú per descrivere un sistema in cui questo gruppo di persone viene scelto per diritto di nascita (i cosiddetti nobili) e non per meriti propri, come probabilmente in origine era. La degenerazione dell’aristocrazia é nota come oligarchia, in cui il gruppo al potere lo esercita non piú per il bene di tutta la società ma per il bene proprio. Esiste poi la monarchia in cui un solo individuo esercita il potere per il bene di tutti e la relativa degenerazione, la tirannia.

Bene. Detto ció, col tempo abbiamo deciso e accettato universalmente che ci conviene vivere in uno Stato, è che la democrazia é il sistema col quale lo vogliamo gestire. Quello che ci piace di piú per far politica. Perché ci sembra il piú giusto. Il fatto é che é una faticaccia farlo funzionare. Bella l’idea, peró serviva trovare un metodo per applicarla e si é dovuto, fin da subito, scendere a compromessi.

Si é dovuto delegare. La differenza introdotta qui é colossale, quasi paradossale. Nell’antica Grecia (ma anche nei comuni medievali italiani) la limitata dimensione dello Stato permetteva infatti quello che si conosce come democrazia diretta, ossia che tutti i cittadini si potessero riunire nella piazza principale della polis (l’agora) e partecipare nel processo decisionale. E quindi all’esercizio del potere pubblico.
Con l’estensione degli Stati al di fuori delle città questo é diventato semplicemente impossibile. Si é dovuto delegare. Non si tratta peró qui di contratto sociale, niente viene ceduto in maniera definitiva. Si delega l’esercizio del potere decisionale a dei rappresentanti eletti dal popolo periodicamente e temporalmente, che lo eserciteranno perseguendo gli interessi per cui il popolo li ha eletti. Nasce la democrazia rappresentativa. Ed é qui che le cose possono iniziare a distorcersi sensibilmente. È qui che bisogna rimanere svegli e vigili, perché le cose non entrino in putrefazione.

Va detto che la democrazia diretta era resa possibile anche dal fatto che una minima parte della popolazione di etá adulta era ammessa al suo esercizio (schiavi e donne ne erano tagliati fuori). Il passare del tempo ha favorito il fiorire delle democrazie moderne, caratterizzate dai principi di libertà, uguaglianza e fratellanza, di separazione dei poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario), suffragio generale, laicità dello Stato, fino alla necessitá di garantire l’esistenza di un quarto potere, una stampa libera e indipendente. È senza dubbio un bel progresso.
Vale peró come sempre la pena di farsi la domanda scomoda “si é forse raggiunta la perfezione?” Ovviamente no. Si è migliorato un sistema rendendolo applicabile a vasta scala, a popolazioni enormemente maggiori, ma é sotto gli occhi di tutti il fatto che questo sistema abbia in sé una inconfutabile tendenza alla corruzione. Al raggiungimento e perpetuazione di un’artistocrazia/oligarchia mascherata da democrazia.
Tanto piú quando la commistione con altri sistemi piú subdoli, come il sistema monetario dominato dalla logica del profitto a tutti i costi e controllato dal potere corporativo multinazionale, ne determinano il triste decadimento che oggi é sotto gli occhi di tutti.
Oggigiorno gli Stati sono costretti a servire il potere finanziario prima di soddisfare le necessità primarie dei propri cittadini. La politica é il braccio destro del corporativismo, strumento di perpetuazione di un sistema degenerato in cui non ci si ricorda nemmeno piú il senso o il perché delle parole. Questa politica nulla ha piú a che fare con il bene della società, é sempre piú solo uno strumento di controllo. Dandoci l’illusione di avere in mano il potere riesce a perseguire i propri scopi reali alla luce del sole, senza che nemmeno ce ne rendiamo conto. Ringraziando perfino. Contribuisce ogni giorno di píú alla corruzione morale della società e all’accumulazione delle ricchezze e dei benefici nelle mani di pochi. Pochissimi.

È ora di aprire gli occhi e dire basta. È ora di ripensare a come genstire il nostro potere.
A cominciare dal restituire il senso alle parole: Stato, politica, democrazia.

È stata una scelta necessaria, quella della democrazia rappresentativa, ma forse non lo é piú. Ogni sistema nasce, si sviluppa e muore in un contesto storico. Cambiano le condizioni di fondo, cambiano gli strumenti, cambiano le priorità, cambia il sistema. Il progresso, la sempre presente aspirazione dell’uomo all’innovazione e alla ricerca di soluzioni per vivere meglio, ci spinge ora a chiederci: la democrazia rappresentativa é oggi un sistema obsoleto?

Il progresso tecnico-scientifico ci ha resi spettatori di cambiamenti epocali nello spazio di appena qualche decina d’anni. Cambiamenti prima d’ora semplicemente inimmaginabili, fantascientifici. Lo sviluppo delle telecomunicazioni e internet hanno rivoluzionato il nostro modo di vivere. Contemporaneamente abbiamo assistito ad una sempre maggiore democratizzazione della tecnologia e all’aumento della scolarizzazione. L’informazione non é piú quella che era prima. La cultura non é piú quella che era prima. L’industria non é piú quella che era prima, con un’attenzione sempre maggiore per il mercato dei servizi. Il concetto stesso di relazione umana é radicalmente cambiato, con l’affermarsi sempre piú perentorio di modelli a rete sui vecchi modelli a cascata. Sistemi in cui tutti si é nodi di un qualcosa di globale, che trascende qualsiasi individualismo. Sistemi in cui ognuno di noi diventa consumatore e produttore allo stesso tempo. Viviamo nella società delle reti. Viviamo immersi in un mondo di informazione.
Abbiamo a nostra disposizione la maggior quantità di sapere che sia mai stata disponibile a qualsiasi essere umano. Ed é gratis, e viaggia alla velocità della luce. Abbiamo a disposizione sistemi che ci permettono capacità di analisi mai viste prima. Possiamo maneggiare moli di dati incredibili e con un minimo sforzo. Abbiamo a nostra disposizione sistemi che ci permettono di far sentire la nostra voce, di organizzarci, di scambiare idee e opinioni. Di avere una risonanza a livello globale, in un battito di ciglia. Sistemi in continua evoluzione. Sistemi di democratizzazione e di politica.

Cambiano le condizioni di fondo, cambiano gli strumenti, cambiano le priorità, cambia il sistema.

Possiamo finalmente avere un opinione informata su virtualmente qualsiasi argomento ci interessi. Possiamo scambiare idee e opinioni, modificarle e svilupparle attraverso una sorta di intelligenza collettiva. Possiamo contarci e organizzarci in tempo reale. Possiamo parlare del nostro futuro e prendere decisioni insieme. Possiamo fare politica. Possiamo riprenderci la democrazia diretta.

Oggi abbiamo gli strumenti, le possibilitá per farlo.

Non ne abbiamo forse anche bisogno?








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Un esempio: wikicrazia 2.0

Partiamo da alcune considerazioni piú dettagliate:

  •      Oggi deleghiamo il nostro potere decisionale a rappresentanti eletti, principalmente, sulla base di ideologie. Si tratta di persone che, pur in buona fede, come chiunque altro avranno delle competenze in qualche campo, ma mai in tutti. Si tratta altresí di persone che saranno chiamate a decidere e votare leggi di ogni tipo e argomento. Certo, si circonderanno di professionisti in ogni campo di interesse che li possano assistere laddove non abbiano competenze. È bene rendersi conto che non abbiamo nessun controllo su questi ultimi. Oggigiorno nello specifico non ne abbiamo nemmeno sui primi. Si tratta in ogni caso di persone privilegiate, che non hanno nessuna convenienza ad abbandonare questa condizione di privilegio da cui derivano tanti altri privilegi collaterali. Tutto lascia presupporre che sia facile lasciarsi corrompere dalla situazione (accadrebbe a chiunque probabilmente, l’occasione fa l’uomo ladro), emergendo la corruzione intrinseca di questo modello. 
  •  La stragrande maggioranza dei problemi che dobbiamo affrontare sono di natura tecnica, e come tali possono essere descritti e andrebbero affrontati. Per fare ció é necessario:
1.       competenza in materia
2.       assenza di conflitti di interesse volti al raggiungimento di benefici personali
3.       raccogliere quanta piú informazione possibile
4.       capacitá di analisi dei dati
5.       autoritá per prendere le decisioni per il bene di tutti

Va da sé che quanta piú competenza, quanta piú neutralitá, quanta piú informazione raccolta, quanta piú capacitá di analisi, migliori saranno le decisioni che si prederanno per risolvere qualsiasi problema.

·      I problemi vanno affrontati per risolverli e in maniera efficace. Ogni problema necessita competenze e un approccio diverso per essere risolto. È pertanto sciocco considerare come base comune per la risoluzione di tutti i problemi che uno Stato puó trovarsi ad affrontare una semplice linea ideologica. È anacronistico affidarsi a vecchie ideologie per risolvere problemi concreti, che andrebbero valutati caso per caso e non una volta per tutte ogni 4 anni.


Detto questo, credo che oggigiorno sia possibile implementare nella nostra società un sistema di democrazia diretta gestito informaticamente on-line, in cui ogni cittadino puó partecipare alla discussione e risoluzione dei problemi dello Stato e alla legiferazione in maniera volontaria e non retribuita. Niente privilegi, la partecipazione al bene della società é una ricompensa giá di per sé ampiamente sufficiente. Si limiterebbe in questo senso la spesa pubblica in questo settore, destinandone una quota alla gestione dei sistemi e delle infrastrutture informatiche necessarie.

In questo contesto consideriamo il fatto che internet consente l’accesso all’informazione. Come giá detto, ognuno puó farsi un opinione informata su qualunque tema gli possa interessare.

Internet inoltre ci permette di sviluppare il dibattito politico in modo che chiunque possa partecipare, organizzandolo per temi e contribuendo mano a mano allo sviluppo e miglioramento progressivo delle leggi in modo da considerare i punti positivi di ogni proposta.
Chiunque sia interessato a una qualunque problematica puó partecipare al dibattito, apportando competenze in materia o anche semplicemente senso comune. Qualcuno potrebbe partecipare anche solo per puro e semplice interesse. Tutti possono partecipare al dibattito politico, come in una vera democrazia. Questo avviene indipendentemente dalla professione o dalle competenze. Qui si verificherebbe infatti un fenomeno che potrebbe richiamare molto da vicino la selezione naturale darwiniana, chiamiamola selezione razionale:
Se non ho né le competenze né l’interesse nel discutere di un tema saró naturalmente incline a non farlo. Dopotutto non ci guadagno niente, lo farei investendo del tempo e a gratis. Potrei in ogni caso volerlo fare, e in questo caso puó succedere che quello che dico non abbia molta rilevanza. In questo caso gli altri partecipanti al dibattito me lo fanno notare e la questione é chiusa. È improbabile che torni a perdere tempo in questo modo, concentrandomi invece sulle questioni che ritengo di capire e cui credo di poter contribuire in qualche modo. Potrebbe comunque accadere che venendo dal di fuori del campo in discussione si abbia una visione meno “indottrinata” e piú fresca della questione, cosa che chi vi é immerso da tempo ha ormai perso, e che quindi sia comunque in grado di apportare un parere costruttivo al discorso.
Questo aggiunge una pluralitá di opinione alla discussione, arricchendola e garantendo allo stesso tempo un punto di vista olistico, generale e non di settore della questione. Di qualsiasi questione.

In ogni caso é la maggioranza a decidere, siamo in democrazia. Avendo chiunque la libertá di partecipare in qualsiasi discussione, siamo in una democrazia diretta.
Ogni decisione registrata in una legge sará presa perché votata dalla maggioranza dei partecipanti, ognuno dotato di firma elettronica. Ogni decisione sará presa perché motivata da basi tecniche. Qualora dovessero nascere conflitti di interesse, il carattere aperto del dibattito provvederá naturalmente a bilanciarli in favore del bene pubblico. L’unico conflitto d’interesse che passerebbe in una legge sarebbe necessariamente quello di interesse pubblico, proprio perché votato a maggioranza da tutti i componenti dello Stato.

Computer, basi di dati e sistemi informatici garantirebbero la gestione, l’elaborazione  e lo scambio di una tale quantitá di dati e informazioni, organizzandola e riducendo progressivamente il ventaglio delle alternative a disposizione, a seconda delle voltazioni a maggioranza degli utenti. Ogni alternativa avrá dei pro e dei contro, che verranno spiegati in maniera neutrale, squisitamente tecnica (non per questo avendo un linguaggio impossibile), il che selezionerá il relativo bacino di utenza tra quelli in grado di capire di cosa si sta parlando.

Ogni questione sará discussa partendo dal livello locale, deducendo poi leggi a livello piú generale ma lasciando per quanto possibile autonomia locale. È infatti a livello locale che si vive, le leggi a livello regionale o Statale servirebbero ad assolvere la funzione di garantire un sistema organico e ordinato di leggi, nonché una gestione economica unitaria.

Questo sistema ha l’enorme beneficio di riavvicinare l’uomo alla dimensione politica, di renderlo responsabile in prima persona di come funzionano le cose nella propria societá. Si tratta di un sistema volontario, non retribuito.
Sono convinto che dall’adozione di un sistema di questo tipo deriverebbe la diminuzione drastica dei conflitti d’interesse, diminuirebbe la corruzione, deriverebbe un maggior benessere sociale, maggior democrazia e un maggior rispetto per lo Stato, derivante da una partecipazione piú attiva.

Certo, é solo un idea. Va sicuramente migliorata (proprio in accordo con l’idea stessa!). Ad esempio in termini di tempi, procedure e modalità. Ma sono convinto che vale la pena lavorarci sopra per proporre un sistema alternativo di gestione della cosa pubblica, in cui le risorse (naturali e umane) sarebbero amministrate in maniera piú giusta, equa ed efficace.