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domenica 16 febbraio 2014

Le parole sono importanti

C’è una regola d’oro a cui tutti dovremmo cercare di non venire a meno: stare in silenzio quando non abbiamo nulla da dire che non possa interessare i nostri interlocutori.

Parliamo di comunicazione. Comunicazione di qualsiasi tipo in qualsiasi forma: stiamo parlando di un binario a doppio scambio. C’è qualcuno che vuole condividere qualcosa, ma per farlo deve anche trovare qualcuno disposto ad accogliere il messaggio. Come succede in un sistema antenna-ricevitore: la comunicazione, lo scambio di informazioni, non avviene se manca uno dei due. Purtroppo ultimamente ce ne dimentichiamo spesso. E allora parlare, scrivere, fare foto, disegnare, danzare o qualsiasi altro mezzo si scelga di usare perde la sua funzione comunicativa. Non è più veicolo di un messaggio, non porta informazioni a qualcun altro. Rimane semplicemente una forma di espressione di sé stessi. Non che non sia utile, anzi. L’espressione di quello che si ha dentro, anche quando non si trova nessuno disposto ad ascoltare, è una necessità di chiunque e ci ha spesso regalato alcuni dei capolavori più grandi della storia dell’arte. Senza dar sfogo alla necessità di esprimere noi stessi il mondo sarebbe piatto, freddo, grigio. La necessità di espressione personale non solo è fonte di arte, ma anche di innovazione e di progresso. È quella cosa che ci fa stare al passo coi tempi e rende ogni periodo storico un argomento a sé, degno di essere studiato e approfondito. L’espressione di sé diventa in questo modo, essa stessa, una forma di comunicazione del proprio tempo, ma allo stesso modo da forma al proprio tempo.

Quando però l’espressione di sé perde il fuoco che le impone di uscire fuori, quando non viene prima digerita a dovere per trovare la forma che meglio le si adatta, quando diventa puramente auto-celebrativa e immediata, ripetitiva, istantanea, sterile e usa-e-getta... allora credo che abbiamo qualche problema. Perché significa che tutti parliamo, e di continuo, ma nessuno ascolta. E in questo modo, penso davvero che faremmo tutti meglio a stare zitti. Il messaggio, in ogni caso, non arriva. Risparmieremmo energie e, probabilmente quello che è più importante, la delusione di non essere ascoltati o capiti. Di non ricevere l’attenzione di cui abbiamo bisogno.

Cosa pretendo di fare allora mentre sto scrivendo? Lo stesso che mi propongo di fare quando parlo con qualcuno. Condividere un qualcosa – sentimenti, emozioni, informazioni, opinioni, dati – che ritengo importanti per entrambi. Non solo per me, altrimenti che senso avrebbe comunicarle a qualcun altro? Basterebbe parlare di fronte a uno specchio. Sarebbe un nutrirsi di visibilità per soddisfare il proprio ego. Nulla di tutto ciò. Faccio quello che faccio perché (a torto o ragione) lo ritengo importante. Penso che tutto questo possa avere una funzione, sia di una qualche utilità anche per chi legge. Per i contenuti che veicolo e le informazioni che condivido, certo. Ma anche perché prendendomi la briga di farlo in prima persona ciò mi permette di avere una funzione sociale, un qualcosa che va al di fuori della mia individualità. Ma affinché tutto questo sia possibile, le informazioni che condivido devono avere un valore anche per l’ascoltatore. Devono essere utili anche al lettore. Devono riuscire a spronarlo in qualche modo, devono farlo riflettere, devono aiutarlo conoscere cose che prima ignorava.

Uso volutamente il termine condividere e non dare. Dare un informazione presuppone l’esserne il depositario unico e generare un flusso unidirezionale. In tutta onestà non penso che questo possa essere possibile, per nessuno. Condivisione significa sentirsi allo stesso tempo antenna e ricevitore di un qualcosa che sappiamo non essere statico, ma in continua evoluzione: la conoscenza/coscienza. Condividerla assume quindi il significato di prendersi per mano e dire “so che abbiamo un cammino infinito che ci aspetta davanti, e che probabilmente quello che ti dico oggi non varrà più domani. Ma nonostante tutto penso che valga la pena iniziare a farlo assieme, imparare l’uno dall’altro ad arricchirci delle nostre reciproche esperienze. Quando poi si riveleranno obsolete, le aggiorneremo, le miglioreremo”. Ancora una volta è il metodo quello che conta. Il modo in cui lo si fa.

Comunicare è un esigenza naturale delle persone, che nasce dal bisogno di fare comunità, di vivere in società, assieme. Di condividere. Informazioni importanti alla sopravvivenza del gruppo, ad esempio. L’espressione di sé stessi è anch’essa un qualcosa di innato e importante. Spesso, ma non sempre, queste due cose si incrociano. Ma non sono la stessa cosa.




Oggi i social network e internet ci mettono di fronte alla continua e costante ostentazione del proprio ego, resa possibile alla velocità di un click. Espressione immediata che si pretende spesso ammantata di un arte che non possiede. Semplicemente, non ne ha avuto il tempo. L’arte, l’espressione profonda di sè stessi, richiede anche il tempo della riflessione, dell’interiorizzazione e dell’affinamento della tecnica. Il mondo cibernetico che viaggia alla velocità della luce non ce lo permette. Per cui ci troviamo sempre piú spesso a trangugiare bulimicamente bit di informazione frammentata e sporadica. Informazione che spesso non ha l’obbiettivo di comunicare qualcosa, non le interessa sapere se stiamo o no ascoltando. Le basta specchiarsi ed uscire dai polpastrelli delle dita. Le basta contare i pollici all’insù e le visualizzazioni. A tanto siamo arrivati, a contare quantità delle reazioni e non più qualità delle interazioni.

È un informazione non richiesta, che nasce e muore immediatamente, che non arreca nessuna utilità a chi ne fruisce. È un informazione sterile e noiosa, autocelebrativa e vanitosa, standard e dozzinale. Tutti ne siamo capaci eppure ci sentiamo sempre gli unici, i migliori, i più importanti. Datemi i miei 5 minuti di celebrità, datemi la mia dose di visibilità. Lasciatemi usare quella parola che ho appena imparato e che fa tanto cool. Mi rifiuto di considerare tutto questo una forma di espressione. È solo un disperato bisogno di attenzione, piuttosto faremmo bene a chiederci il perché di tutto questo.

A maggior ragione, non ha niente a che vedere con la comunicazione. Se non mi stai dicendo qualcosa che serve anche a me, non c’è condivisione, non c’è comunicazione. Se stai parlando da solo, il tuo messaggio non troverà la strada per arrivare a me. Se non mi stai offrendo l’opportunità di arricchirmi in qualche modo, non mi interessa grazie. Non è snobismo, è ricordarsi del significato delle parole. Le parole sono importanti. La manipolazione, il lavaggio del cervello spesso partono proprio dall’usare le parole in un contesto in cui non c’entrano niente.

Comunicare oggi lo fanno davvero in pochi. Quello che vedo sempre più, tristemente anche nelle conversazioni private, è l’autocelebrazione dell’ego. Avanti così, se vi pare. A me non interessa.


Piuttosto, me ne sto zitto.




giovedì 8 marzo 2012

Un soldo per i tuoi pensieri

La premessa necessaria a questo articolo é che credo fermamente nell’autodeterminazione di ognuno di noi. Autodeterminazione significa esser padroni della propria vita e del proprio futuro. Autodeterminazione significa avere il potere di prendere le proprie decisioni e la forza di accettarne le conseguenze, buone o cattive che essere siano. Autodeterminazione significa avere in mano la propria vita, controllare il presente ed essere liberi di immaginare il proprio futuro.

Detto ció, credo sia un dato di fatto che viviamo sempre di piú in una societá di tipo incrementale. Per societá incrementale intendo una societá in cui l’effetto delle nostre idee, dei nostri pensieri, delle nostre decisioni e azioni é tanto piú forte ed evidente quanto piú é codiviso. Non pretende di essere una definizione sociologica o altro, é semplicemente una constatazione nata dal fatto che spesso sentiamo un senso di frustrazione e immobilitá forzosa, per via del fatto che non siamo in grado di vedere le coseguenze immediate dellenostre azioni. Specialmente se queste mirano a cambiare qualcosa. Specialmente se questo qualcosa é definibile come status quo. Lo stato universalmente riconosciuto delle cose. Quello che sembrerebbe funzionare tale come lo vediamo sin dalla notte dei tempi, immutabile. In effetti é veramente difficile capire quanto tantissimi aspetti della nostra vita e della nostra societá che diamo per scontati siano in realtá relativamente recenti. Quante volte é cambiato il mondo nell’arco degli ultimi 60 anni? Quello che vediamo oggi é in parte il frutto di processi molto lunghi, in altri casi é il frutto di rivoluzioni repentine che specialmente negli ultimi 20 anni, si sono susseguite a ritmi sempre piú veloci.
Questo ci deve dare fiducia sul fatto che, nella societá del’linformazione alla velocitá della luce, cambiare lo status quo é in realtá molto piú facile di quanto non lo sia mai stato prima.

Il re é nudo

Come nel racconto di quel re vanitoso, “completamente dedito alla cura del suo aspetto esteriore, e in particolare del suo abbigliamento. Alcuni imbroglioni giunti in città spargono la voce di essere tessitori e di avere a disposizione un nuovo e formidabile tessuto, sottile, leggero e meraviglioso, con la peculiarità di risultare invisibile agli stolti e agli indegni.
I cortigiani inviati dal re non riescono a vederlo; ma per non essere giudicati male, riferiscono all'imperatore lodando la magnificenza del tessuto. L'imperatore, convinto, si fa preparare dagli imbroglioni un abito. Quando questo gli viene consegnato, però, l'imperatore si rende conto di non essere neppure lui in grado di vedere alcunché; come i suoi cortigiani prima di lui, anch'egli decide di fingere e di mostrarsi estasiato per il lavoro dei tessitori.
Col nuovo vestito sfila per le vie della città di fronte a una folla di cittadini che applaudono e lodano a gran voce l'eleganza del sovrano. L'incantesimo è spezzato da un bimbo che, sgranando gli occhi, grida: il Re é nudo!”

Allo stesso modo oggi ogunuo é in grado di tornare bambino e di formarsi la propria opinione e idea su qualsiasi cosa. Basta averne voglia. Voglia e onestá. Oguno di noi puó spezzare l’incantesimo, ma allora perché sembra cosí difficile?
Forse proprio perché non riusciamo a vederne le conseguenze nell’immediato e ci sembra che le nostre azioni non servano a niente. Tanti buoni propositi, tante idee brillanti, ma se non si mettono in pratica cosa ne resta? Ecco perché l’entusiasmo monta rapidamente all’incontrare persone che condividono le nostre stesse aspirazioni, visioni e speranze per il futuro, ma svanisce altrettanto velocemente al rendersi conto di come sia effettivamente difficile metterli in pratica. Finisce poi definitivamente seppellito quando, pur provando a fare qualcosa di concreto, vediamo che i nostri sforzi si scontrano contro un muro di gomma fatto di indifferenza o persino resistenza al cambiamento.

La realtá é questa, ma non c’é da disperare. Bisogna solo rimboccarsi le maniche e tirare la carretta in salita per un po’. Ci vuole una buona motivazione e bisogna riuscire ad attirare un certo numero di persone che ci aiutino nello sforzo, arrivare in cima alla collina e poi... lasciarla proseguire da sola! Tanti altri si accoderanno e saliranno sul treno che funziona. Occorre cioé raggiungere quella che viene chiamata “massa critica”, prendendo in prestito il termine dal gergo nucleare, cioé la massa minima al di sopra della quale la reazione di fissione avviene spontaneamente, liberando una quantitá enorme di energia senza il bisogno di fornirne altra dall’esterno, attraverso una reazione a catena.
Nella nostra societá incrementale, ogni processo ha bisogno di raggiungere la propria massa critica. Ogni idea, ogni progetto, ogni associazione ha bisogno di raggiungere il giusto numero (e il giusto mix) di persone per poter camminare in autonomia con le sue gambe, per poter farsi sentire nel modo giusto e poter davvero influenzare lo stato delle cose.
Un articolo che ho letto qualche tempo fa quantificava questa massa in un 10% della popolazione totale. Uno su dieci. Basta guardarsi attorno e farsi la domanda: cosa staranno pensando?

Quante piú persone condividono la tua idea, tante piú possibilità hai di essere ascoltato e di poter riuscire a metterla in pratica. Tante piú possibilitá hai di avere un impatto visibile sulle cose che ti circondano. Quindi, morale della favola, FALLO SAPERE!!!
Parlane, discutine, fai crescere e maturare le tue convinzioni, le tue idee. Le idee rivoluzionarie non nascono quasi mai in una testa soltanto, ma si modellano grazie all’apporto di tutte le menti per le quali passano, si arricchiscono continuamente e fioriscono fino ad arrivare alla loro forma piú conosciuta... che peraltro non é quasi mai quella definitiva. È un processo del tutto simile al principio dell’open source, col quale oggigiorno siamo molto familiarizzati. Le idee sono – e devono essere –  completamente open source, per cui parlarne e diffonderle restando recettivi é la miglior cosa che possiamo fare per avere un vero impatto sul mondo che ci circonda. Per non esserne sopraffatti. Per non essere un semplice ingranaggio di una  macchina ma piuttosto un attore sul palco di un teatro.

Comunica, cerca il tuo recettore, cerca altra gente con cui condividere e far crescere le tue idee, persegui la tua massa critica e non cercare di nasconderti dietro il dito dell’immobilitá, dell’impossibilitá di cambiare le cose nel mondo di oggi... forse é proprio oggi che é piú facile che mai cambiare davvero le cose!
Ognuno di noi ha accesso a tutta l’informazione che vuole, possiamo mantenerci in contatto con un numero imprecisato di persone nei 5 continenti, abbiamo infinite opportunitá per fare sentire la nostra voce anche in modi non convenzionali, siamo ben consapevoli della forza della gente quando si riunisce sotto un ideale comune fortemente condiviso.

Non sottovalutiamo il potere delle idee. È con un idea che tutto inizia. È con un idea che tutto é iniziato nella storia dell’uomo. La forza delle idee é l’unica in grado di cambiare le cose per davvero.

"There is one thing stronger than all the armies in the world, and that is an idea whose time has come." - Victor Hugo
(“C’é una cosa piú forte di tutti gli eserciti del mondo, ed é un idea per la quale é arrivato il momento”)




PS: consiglio di dare un occhiata a www.ted.com se avete bisogno di trovare ispirazione, motivazione e una fonte inesauribile di idee!





sabato 14 gennaio 2012

Un’azione politica


È arrivato il momento di toccare un tema scottante: la politica. Origini, prospettive il senso di questa parola nel momento storico che stiamo attraversando.

Partiamo da una considerazione banale: politica e democrazia non sono la stessa cosa, ma spesso si confondono. Entrambe derivano, come parola e come concetto, dal greco. Dalla antica Grecia.

Nell’antica Grecia della cittá-stato, la polis, la politica (che proprio da polis deriva) consiste nell’attività di gestione e amministrazione della cosa pubblica per il bene della comunità, il che si lega necessariamente a doppio filo con l’esercizio del potere decisionale. Ossia il Potere con la P. Ma non solo, é bene sottolineare infatti che l’attività politica non si riduce alla politica attiva, ma anche all’espressione delle proprie opinioni per il miglioramento della societá in cui si vive. Ció include anche la protesta contro delle decisioni prese, o manifestazioni di qualsiasi tipo.

Giusto per non lasciare niente di scontato, lo Stato é semplicemente una convenzione, una delle tante, adottata dall’uomo e, come tale, una sua invenzione. Ci si accorge a un certo punto che gli uomini da soli non riescono in maniera efficace a soddisfare tutti i propri bisogni, percui decidono mettersi insieme, di organizzarsi e “firmare un contratto” (il cosiddetto contratto sociale) in cui tutti cedono una parte della loro libertà e del loro potere di autogestirsi (parte della loro sovranità) a un entità tutto sommato astratta, ma operata da uomini, che provvederà cosí meglio al bene di tutti. È bene ricordare quindi che l’unica ragione d’esistere di uno Stato è quindi perseguire il bene della comunità che lo compone, attraverso la soddisfazione di quei bisogni che i singoli individui non potrebbero soddisfare con la stessa efficacia. O perlomeno non tutti. Garantire cioé beni e servizi essenziali e minimi a tutti, quali cibo, energia, istruzione, sanità, trasporti e casa, verrebbe da dire. Poi sul come ci si puó mettere d’accordo.

La democrazia é infine solo un modo organizzare l’attività politica, un sistema escogitato per gestire e amministrare lo Stato. Non si tratta dell’unico sistema, né tantomeno del migliore in sé. Letteralmente significa che il potere lo esercita il popolo. Esiste anche un altro sistema in cui l’attivitá politica viene esercitata da un gruppo di persone, detto aristocrazia. Questo termine si é progressivamente usato sempre piú per descrivere un sistema in cui questo gruppo di persone viene scelto per diritto di nascita (i cosiddetti nobili) e non per meriti propri, come probabilmente in origine era. La degenerazione dell’aristocrazia é nota come oligarchia, in cui il gruppo al potere lo esercita non piú per il bene di tutta la società ma per il bene proprio. Esiste poi la monarchia in cui un solo individuo esercita il potere per il bene di tutti e la relativa degenerazione, la tirannia.

Bene. Detto ció, col tempo abbiamo deciso e accettato universalmente che ci conviene vivere in uno Stato, è che la democrazia é il sistema col quale lo vogliamo gestire. Quello che ci piace di piú per far politica. Perché ci sembra il piú giusto. Il fatto é che é una faticaccia farlo funzionare. Bella l’idea, peró serviva trovare un metodo per applicarla e si é dovuto, fin da subito, scendere a compromessi.

Si é dovuto delegare. La differenza introdotta qui é colossale, quasi paradossale. Nell’antica Grecia (ma anche nei comuni medievali italiani) la limitata dimensione dello Stato permetteva infatti quello che si conosce come democrazia diretta, ossia che tutti i cittadini si potessero riunire nella piazza principale della polis (l’agora) e partecipare nel processo decisionale. E quindi all’esercizio del potere pubblico.
Con l’estensione degli Stati al di fuori delle città questo é diventato semplicemente impossibile. Si é dovuto delegare. Non si tratta peró qui di contratto sociale, niente viene ceduto in maniera definitiva. Si delega l’esercizio del potere decisionale a dei rappresentanti eletti dal popolo periodicamente e temporalmente, che lo eserciteranno perseguendo gli interessi per cui il popolo li ha eletti. Nasce la democrazia rappresentativa. Ed é qui che le cose possono iniziare a distorcersi sensibilmente. È qui che bisogna rimanere svegli e vigili, perché le cose non entrino in putrefazione.

Va detto che la democrazia diretta era resa possibile anche dal fatto che una minima parte della popolazione di etá adulta era ammessa al suo esercizio (schiavi e donne ne erano tagliati fuori). Il passare del tempo ha favorito il fiorire delle democrazie moderne, caratterizzate dai principi di libertà, uguaglianza e fratellanza, di separazione dei poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario), suffragio generale, laicità dello Stato, fino alla necessitá di garantire l’esistenza di un quarto potere, una stampa libera e indipendente. È senza dubbio un bel progresso.
Vale peró come sempre la pena di farsi la domanda scomoda “si é forse raggiunta la perfezione?” Ovviamente no. Si è migliorato un sistema rendendolo applicabile a vasta scala, a popolazioni enormemente maggiori, ma é sotto gli occhi di tutti il fatto che questo sistema abbia in sé una inconfutabile tendenza alla corruzione. Al raggiungimento e perpetuazione di un’artistocrazia/oligarchia mascherata da democrazia.
Tanto piú quando la commistione con altri sistemi piú subdoli, come il sistema monetario dominato dalla logica del profitto a tutti i costi e controllato dal potere corporativo multinazionale, ne determinano il triste decadimento che oggi é sotto gli occhi di tutti.
Oggigiorno gli Stati sono costretti a servire il potere finanziario prima di soddisfare le necessità primarie dei propri cittadini. La politica é il braccio destro del corporativismo, strumento di perpetuazione di un sistema degenerato in cui non ci si ricorda nemmeno piú il senso o il perché delle parole. Questa politica nulla ha piú a che fare con il bene della società, é sempre piú solo uno strumento di controllo. Dandoci l’illusione di avere in mano il potere riesce a perseguire i propri scopi reali alla luce del sole, senza che nemmeno ce ne rendiamo conto. Ringraziando perfino. Contribuisce ogni giorno di píú alla corruzione morale della società e all’accumulazione delle ricchezze e dei benefici nelle mani di pochi. Pochissimi.

È ora di aprire gli occhi e dire basta. È ora di ripensare a come genstire il nostro potere.
A cominciare dal restituire il senso alle parole: Stato, politica, democrazia.

È stata una scelta necessaria, quella della democrazia rappresentativa, ma forse non lo é piú. Ogni sistema nasce, si sviluppa e muore in un contesto storico. Cambiano le condizioni di fondo, cambiano gli strumenti, cambiano le priorità, cambia il sistema. Il progresso, la sempre presente aspirazione dell’uomo all’innovazione e alla ricerca di soluzioni per vivere meglio, ci spinge ora a chiederci: la democrazia rappresentativa é oggi un sistema obsoleto?

Il progresso tecnico-scientifico ci ha resi spettatori di cambiamenti epocali nello spazio di appena qualche decina d’anni. Cambiamenti prima d’ora semplicemente inimmaginabili, fantascientifici. Lo sviluppo delle telecomunicazioni e internet hanno rivoluzionato il nostro modo di vivere. Contemporaneamente abbiamo assistito ad una sempre maggiore democratizzazione della tecnologia e all’aumento della scolarizzazione. L’informazione non é piú quella che era prima. La cultura non é piú quella che era prima. L’industria non é piú quella che era prima, con un’attenzione sempre maggiore per il mercato dei servizi. Il concetto stesso di relazione umana é radicalmente cambiato, con l’affermarsi sempre piú perentorio di modelli a rete sui vecchi modelli a cascata. Sistemi in cui tutti si é nodi di un qualcosa di globale, che trascende qualsiasi individualismo. Sistemi in cui ognuno di noi diventa consumatore e produttore allo stesso tempo. Viviamo nella società delle reti. Viviamo immersi in un mondo di informazione.
Abbiamo a nostra disposizione la maggior quantità di sapere che sia mai stata disponibile a qualsiasi essere umano. Ed é gratis, e viaggia alla velocità della luce. Abbiamo a disposizione sistemi che ci permettono capacità di analisi mai viste prima. Possiamo maneggiare moli di dati incredibili e con un minimo sforzo. Abbiamo a nostra disposizione sistemi che ci permettono di far sentire la nostra voce, di organizzarci, di scambiare idee e opinioni. Di avere una risonanza a livello globale, in un battito di ciglia. Sistemi in continua evoluzione. Sistemi di democratizzazione e di politica.

Cambiano le condizioni di fondo, cambiano gli strumenti, cambiano le priorità, cambia il sistema.

Possiamo finalmente avere un opinione informata su virtualmente qualsiasi argomento ci interessi. Possiamo scambiare idee e opinioni, modificarle e svilupparle attraverso una sorta di intelligenza collettiva. Possiamo contarci e organizzarci in tempo reale. Possiamo parlare del nostro futuro e prendere decisioni insieme. Possiamo fare politica. Possiamo riprenderci la democrazia diretta.

Oggi abbiamo gli strumenti, le possibilitá per farlo.

Non ne abbiamo forse anche bisogno?








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Un esempio: wikicrazia 2.0

Partiamo da alcune considerazioni piú dettagliate:

  •      Oggi deleghiamo il nostro potere decisionale a rappresentanti eletti, principalmente, sulla base di ideologie. Si tratta di persone che, pur in buona fede, come chiunque altro avranno delle competenze in qualche campo, ma mai in tutti. Si tratta altresí di persone che saranno chiamate a decidere e votare leggi di ogni tipo e argomento. Certo, si circonderanno di professionisti in ogni campo di interesse che li possano assistere laddove non abbiano competenze. È bene rendersi conto che non abbiamo nessun controllo su questi ultimi. Oggigiorno nello specifico non ne abbiamo nemmeno sui primi. Si tratta in ogni caso di persone privilegiate, che non hanno nessuna convenienza ad abbandonare questa condizione di privilegio da cui derivano tanti altri privilegi collaterali. Tutto lascia presupporre che sia facile lasciarsi corrompere dalla situazione (accadrebbe a chiunque probabilmente, l’occasione fa l’uomo ladro), emergendo la corruzione intrinseca di questo modello. 
  •  La stragrande maggioranza dei problemi che dobbiamo affrontare sono di natura tecnica, e come tali possono essere descritti e andrebbero affrontati. Per fare ció é necessario:
1.       competenza in materia
2.       assenza di conflitti di interesse volti al raggiungimento di benefici personali
3.       raccogliere quanta piú informazione possibile
4.       capacitá di analisi dei dati
5.       autoritá per prendere le decisioni per il bene di tutti

Va da sé che quanta piú competenza, quanta piú neutralitá, quanta piú informazione raccolta, quanta piú capacitá di analisi, migliori saranno le decisioni che si prederanno per risolvere qualsiasi problema.

·      I problemi vanno affrontati per risolverli e in maniera efficace. Ogni problema necessita competenze e un approccio diverso per essere risolto. È pertanto sciocco considerare come base comune per la risoluzione di tutti i problemi che uno Stato puó trovarsi ad affrontare una semplice linea ideologica. È anacronistico affidarsi a vecchie ideologie per risolvere problemi concreti, che andrebbero valutati caso per caso e non una volta per tutte ogni 4 anni.


Detto questo, credo che oggigiorno sia possibile implementare nella nostra società un sistema di democrazia diretta gestito informaticamente on-line, in cui ogni cittadino puó partecipare alla discussione e risoluzione dei problemi dello Stato e alla legiferazione in maniera volontaria e non retribuita. Niente privilegi, la partecipazione al bene della società é una ricompensa giá di per sé ampiamente sufficiente. Si limiterebbe in questo senso la spesa pubblica in questo settore, destinandone una quota alla gestione dei sistemi e delle infrastrutture informatiche necessarie.

In questo contesto consideriamo il fatto che internet consente l’accesso all’informazione. Come giá detto, ognuno puó farsi un opinione informata su qualunque tema gli possa interessare.

Internet inoltre ci permette di sviluppare il dibattito politico in modo che chiunque possa partecipare, organizzandolo per temi e contribuendo mano a mano allo sviluppo e miglioramento progressivo delle leggi in modo da considerare i punti positivi di ogni proposta.
Chiunque sia interessato a una qualunque problematica puó partecipare al dibattito, apportando competenze in materia o anche semplicemente senso comune. Qualcuno potrebbe partecipare anche solo per puro e semplice interesse. Tutti possono partecipare al dibattito politico, come in una vera democrazia. Questo avviene indipendentemente dalla professione o dalle competenze. Qui si verificherebbe infatti un fenomeno che potrebbe richiamare molto da vicino la selezione naturale darwiniana, chiamiamola selezione razionale:
Se non ho né le competenze né l’interesse nel discutere di un tema saró naturalmente incline a non farlo. Dopotutto non ci guadagno niente, lo farei investendo del tempo e a gratis. Potrei in ogni caso volerlo fare, e in questo caso puó succedere che quello che dico non abbia molta rilevanza. In questo caso gli altri partecipanti al dibattito me lo fanno notare e la questione é chiusa. È improbabile che torni a perdere tempo in questo modo, concentrandomi invece sulle questioni che ritengo di capire e cui credo di poter contribuire in qualche modo. Potrebbe comunque accadere che venendo dal di fuori del campo in discussione si abbia una visione meno “indottrinata” e piú fresca della questione, cosa che chi vi é immerso da tempo ha ormai perso, e che quindi sia comunque in grado di apportare un parere costruttivo al discorso.
Questo aggiunge una pluralitá di opinione alla discussione, arricchendola e garantendo allo stesso tempo un punto di vista olistico, generale e non di settore della questione. Di qualsiasi questione.

In ogni caso é la maggioranza a decidere, siamo in democrazia. Avendo chiunque la libertá di partecipare in qualsiasi discussione, siamo in una democrazia diretta.
Ogni decisione registrata in una legge sará presa perché votata dalla maggioranza dei partecipanti, ognuno dotato di firma elettronica. Ogni decisione sará presa perché motivata da basi tecniche. Qualora dovessero nascere conflitti di interesse, il carattere aperto del dibattito provvederá naturalmente a bilanciarli in favore del bene pubblico. L’unico conflitto d’interesse che passerebbe in una legge sarebbe necessariamente quello di interesse pubblico, proprio perché votato a maggioranza da tutti i componenti dello Stato.

Computer, basi di dati e sistemi informatici garantirebbero la gestione, l’elaborazione  e lo scambio di una tale quantitá di dati e informazioni, organizzandola e riducendo progressivamente il ventaglio delle alternative a disposizione, a seconda delle voltazioni a maggioranza degli utenti. Ogni alternativa avrá dei pro e dei contro, che verranno spiegati in maniera neutrale, squisitamente tecnica (non per questo avendo un linguaggio impossibile), il che selezionerá il relativo bacino di utenza tra quelli in grado di capire di cosa si sta parlando.

Ogni questione sará discussa partendo dal livello locale, deducendo poi leggi a livello piú generale ma lasciando per quanto possibile autonomia locale. È infatti a livello locale che si vive, le leggi a livello regionale o Statale servirebbero ad assolvere la funzione di garantire un sistema organico e ordinato di leggi, nonché una gestione economica unitaria.

Questo sistema ha l’enorme beneficio di riavvicinare l’uomo alla dimensione politica, di renderlo responsabile in prima persona di come funzionano le cose nella propria societá. Si tratta di un sistema volontario, non retribuito.
Sono convinto che dall’adozione di un sistema di questo tipo deriverebbe la diminuzione drastica dei conflitti d’interesse, diminuirebbe la corruzione, deriverebbe un maggior benessere sociale, maggior democrazia e un maggior rispetto per lo Stato, derivante da una partecipazione piú attiva.

Certo, é solo un idea. Va sicuramente migliorata (proprio in accordo con l’idea stessa!). Ad esempio in termini di tempi, procedure e modalità. Ma sono convinto che vale la pena lavorarci sopra per proporre un sistema alternativo di gestione della cosa pubblica, in cui le risorse (naturali e umane) sarebbero amministrate in maniera piú giusta, equa ed efficace.