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sabato 3 novembre 2012

Il mito della disoccupazione


In inglese esistono due parole per esprimere quello che noi chiamiamo, semplicemente, lavoro. Una é work, che esprime il concetto di lavoro in senso ampio come attivitá produttiva con cui l’uomo – attraverso il dispendio di energie fisiche e intellettuali – si procura beni e servizi. Per questo, la parola work é almeno vecchia quanto l’uomo. L’altra, molto piú recente, é job. Rispetto a work, job é prettamente il lavoro salariato. Cioé esprime il fatto che delle persone prestino il loro tempo, le loro energie e capacitá per svolgere mansioni non necessariamente volte a soddisfare le loro necessitá o aspirazioni, ma per le quali ricevono un compenso monetario.


LE ORIGINI DELLO SGOBBONISMO

Si pensa che il termine job abbia origine nel XVI secolo, lo stesso periodo in cui nascono gli stati moderni e il sistema monetario cosí come oggi lo conosciamo, quello delle banche centrali. Le banche centrali sono, giá allora, enti controllati da privati che assolvono la funzione essenzialmente pubblica di creazione e controllo della moneta dello stato.

A proposito della moneta, ci sono un paio di cose interessanti da notare. La prima é che il valore della moneta risiede nella fiducia che la circonda. Trattandosi di una convenzione attraverso cui regolare gli scambi di beni e servizi, non é tanto il valore in sé dell’oggetto che si usa come moneta a darle effettivamente valore, quanto la sicurezza che chiunque potrá poi cambiarlo in qualsiasi altra cosa. Ne deriva che moneta puó in realtá essere qualsiasi cosa, tanto che nel tempo si sono usate conchiglie, pelli e perfino il sale come moneta! É quindi l’alone di fiducia che la circonda a darle valore, ma come si crea? Beh, questa é la seconda cosa interessante...
É in realtá lo stato stesso a crearla ma in un modo che nessuno si aspetterebbe: con le tasse! É infatti creando ad arte la necessitá per i cittadini di pagare le tasse con la moneta emessa dallo stato che questo letteralmente li costringe a procurarsela, altrimenti non avrebbero necessariamente bisogno e potrebbero magari continuare a barattare o a usare il sale invece che le banconote. É quindi sapendo che chiunque potrá usare quella carta per pagare ció che lo stato richiede che tutti sanno, di colpo, che quella cosa ha valore per tutti e che si puó usare per scambiarsi tutto il resto.

Dunque la gente inizia a lavorare per avere monete piú che per altro. In questo modo il risultato del lavoro si uniforma, é sempre e comunque moneta. Moneta che in sé non é niente, ma che in potenza puó essere tutto. Il lavoro diventa in questo modo job, ed é forse lí che iniziano tanti problemi.
La moneta diventa infatti l’unitá di misura non solo del valore delle cose, ma della vita stessa e delle persone. Anche tu diventi misurabile in termini di monete: quelle che possiedi o quelle che sei in grado di guadagnare in un certo tempo. Non importa il come, non importa se sei un artista eccelso o semplicemente un subdolo truffatore. Sono i soldi a dare prestigio, non la qualitá delle persone. E i soldi, cosí come ogni altra forma di ricchezza, danno potere. E il potere, si sa, da sempre piú soldi.


DISTORSIONE DELLA REALTÁ E OMOGENEIZZATO MONETARIO

Eccoci dunque come d’incanto arrivati ad una situazione che conosciamo molto bene. Le scelte che compiamo nella nostra vita, cosí come – e forse piú – le scelte che NON compiamo poiché le diamo per scontate, dipendono sempre piú dai soldi che dalle vere capacitá e aspirazioni delle persone. Si tratta in definitiva di un aridimento estremo della nostra societá, in cui l’infinito ventaglio di possibili espressione della diversitá umana si riduce ad essere sempre e costantemente valutata usando lo stesso metro. Li sordi.
Succede quindi che quando conosciamo qualcuno gli chiediamo “cosa fai?”, avendo giá chiaro in mente – sia noi che lui/lei – che intendiamo il lavoro. E lavoro inteso come job. Semplifichiamo le persone e la loro estrema complessitá facendole passare per l’imbuto del lavoro, omogeneizzazione monetaria. Le capacitá, i talenti, gli hobbies o le inquietudini e aspirazioni delle persone passano sempre piú in secondo piano.

“Cosa fai?”
“Io vivo, e tu?”

Ma dietro questo impoverimento di relazioni, c’é ben altro. E qualcosa di forse molto piú concreto. C’é un sentimento di scarsezza cronica, di insufficienza costante e di preoccupazione per futuri bisogni insoddisfatti che ci obbligano costantemente a scendere a compromessi, tutto sempre in nome del dio denaro. Quanti possono dirsi cosí fortunati da lavorare in qualcosa che gli piace per davvero? La necessitá é peró quella di arrivare a fine mese, cioé di avere di che vivere. Percui é normale, sempre piú normale, fare buon viso a cattivo gioco. Verrebbe da dire che é quasi il contrario, ultimamente. Non é normale quando trovi qualcuno soddisfatto del proprio lavoro. Oggi queste persone appaiono sempre piú dei privilegiati.


SCARSEZZA O NON SCARSEZZA?

Ma quali sono le radici di questa scarsezza? E dopotutto, esiste per davvero!? C’é veramente bisogno di tagliare i servizi sociali e aumentare le tasse per poter fare qualsiasi altra cosa? Abbiamo visto che la ricchezza si misura in termini monetari, percui lo stesso vale per la scarsezza. A questo punto, se nel sistema monetario di oggi i soldi se li stampa lo stato, dov’é il problema? La questione é spinosa, c’é da tenere conto dell’inflazione, del tipo di attivitá fornite (produttive o speculative) e di molte altre cose, ma in generale si potrebbe concludere che questa scarsezza non ha ragione di esistere. O potrebbe perlomeno essere infinitamente minore.
A ben vedere uno potrebbe chiedersi: su che base misuriamo la scarsitá? Sulle vacanze in resort 5 stelle ai Caraibi? Sulla quantitá di depositi milionari? Oppure sul numero di Ferrari che girano per strada? Mi pare non ci siano dubbi nel dire che questo senso di scarsitá si riferisce alle cose che ci servono necessariamente per vivere. Il senso di scarsezza riguarda il poter soddisfare le proprie necessitá primarie. Percui eliminare la scarsitá nella fornitura di alimenti, acqua, energia, case e poche altre cose significherebbe giá ridurre sostanzialmente il problema. Tutti dovrebbero avere accesso a queste cose, per le quali non dovrebbe esistere scarsezza. Bene.

Ma soddisfare le necessitá primarie per tutti significa o uno stato iper-assistenzialista in cui nessuno si deve piú nemmeno preoccuparsi di lavorare, oppure significa garantire un lavoro a chiunque in modo che tutti possano avere una entrata minima. Nel secondo caso ognuno sente di dover contribuire in qualche modo al bene della collettivitá, ma nessuno gli impone piú il come. Significa quindi cambiare nuovamente il paradigma lavorativo, facendolo tornare ad essere work, non piú job. Se potesse esistere una situazione nella quale, indipendentemente da quello che fai, avresti di che vivere, perché mai dovresti fare qualcosa che non ti piace? L’unico caso che mi viene in mente é “non so cosa mi piace”. Bene, nel caso in cui qualcuno non abbia aspirazioni particolari ci sará sempre una marea di lavori socialmente utili (ossia utili alla collettivitá) da dover fare. Nel momento in cui l’hai capito, sei libero di fare quello che meglio credi, che piú ti realizza e ti fa stare bene. La magia in questo caso é che é fisiologico che il tuo lavoro sia anche qualcosa che fai con trasporto e passione, quindi bene. Con voglia di migliorarti costantemente non perché qualcuno te lo impone, ma perché sei tu a volerlo. Se cambiano le condizioni, sei libero di cambiare lavoro. Nel momento in cui si verifica questa condizione é anche il settore privato a beneficiarne, in quanto si vengono a creare imprese nuove, espressione delle aspirazioni di persone che seguono i propri sogni e i propri ideali. Non la necessitá di profitti e benefici economici. Lo stato é quindi tramite tra una disoccupazione che non ha ragione di esistere e il settore privato in crisi.

Ma facciamo un esempio per capirci meglio. Immaginiate, con grande sforzo e solo se ci riuscite, una situazione in cui la disoccupazione é alta e allo stesso tempo non ci sono abbastanza risorse per offrire servizi pubblici di qualitá (ad esempio: la salvaguardia del territorio dal dissesto idrogeologico, oppure la manutenzione delle infrastrutture, oppure ancora l’assistenza sanitaria). Ci siete riusciti? Complimenti, non era facile! Ok, pensate ora: qual é effettivamente il fattore limitante del processo, i soldi o la mancanza di risorse (pensiamo in particolare a quelle umane in questo caso)? Chiaramente sono i soldi. Pare che non ce ne siano mai abbastanza da poter pagare tutti quelli che dovrebbero fare quelle cose. Di lavoro da fare invece, chissá come mai, ce n'é sempre anche troppo! Ma allora se per un momento aggirassimo il sistema dei soldi, niente vieterebbe di prendere la massa dei disoccupati e metterli a lavorare in queste cose che servono eppure nessuno fa. In questo modo loro sentirebbero di avere una funzione, magari imparerebbero un mestiere, si qualificherebbero etc. E se in cambio gi dessimo anche (in un modo o in un altro) di che vivere, dove starebbe il problema? Nello stampare un altro po’ di carta straccia?

Nel momento in queste persone avranno soldi da spendere per comprarsi di che vivere, sará l’intera economia a beneficiarne, molto piú che con le tristemente famose cure a base di lacrime e sangue! E quindi significa che magari le imprese del settore privato torneranno ad un certo punto ad aver bisogno di lavoratori, piú che a doverne licenziare, e che li dovranno per forza di cose pagare meglio di quello che fa lo stato col lavoro garantito. Ci saranno quindi delle persone che transiteranno semplicemente attraverso il lavoro garantito, piuttosto che stare a casa a deprimersi su come le cose vanno male e non si vede la luce in fondo al tunnel, per poi tornare a lavorare nel settore privato. E se poi i salari aumentano troppo? semplice, allora – solo allora – li si tassa un po’ di piú per evitare l’inflazione.


IL ROVESCIO DELLA MEDAGLIA

Ne deriva che la piaga della discoccupazione, oggi, é figlia (anche) di un sistema basato totalmente sul lavoro salariato. Un sistema in cui non esistono piú, almeno in teoria, persone che vengono comprate per lavorare (gli schiavi), ma in cui comunque ogni giorno miliardi di persone vengono letteralmente affittate per farlo. Il fatto é che non hanno alternativa, se vogliono campare.
Da lí l’importanza del lavoro e della professione nella presentazione personale e il suo peso nella vita di ognuno di noi. Da lí la distorsione di valori sempre orientata verso l’ottenere ricchezza economica. Da lí un sistema basato sulla competizione perenne, giudicata necessaria per aggiudicarsi le scarse risorse disponibili a scapito degli altri. Da lí il giustificare, seppur magari inconsciamente, la povertá. Perché in un mondo di risorse scarse qualcuno sará necessariamente povero. Da lí la frenesia di dover accumulare ricchezza pur mantenendola improduttiva (speculazione) piuttosto che usare non piú di quel che ci serve, quando ci serve. Da lí un sacco di altre malattie della nostra societá.

Ma la disoccupazione dilagante, con tutte le piaghe sociali che ne derivano, é anche figlia di una scarsezza artificialmente creata e mantenuta dagli organismi che controllano le politiche monetarie. Scarsezza che, attraverso una reale oculata gestione delle risorse, di fatto non avrebbe ragione di esistere. Gestione basata sulla condivisione di beni e servizi e sulla cooperazione degli sforzi per il bene comune piú che sulla proprietá privata a tutti i costi e sulla competizione predatoria. E tutto questo perché, non dimentichiamocelo, la scarsezza si misura in termini di qualcosa – la moneta – che siamo liberi di creare e distruggere a piacimento. E che non ha nessun valore in sé e per sé.

“Non confidare nei soldi, non sono la realtà.” (Blow)








lunedì 22 ottobre 2012

Truffa?

PREMESSA NECESSARIA n. 1

Non tutti lo sanno, ma il denaro é stato inventato come mezzo di scambio tra merci. In principio si usavano piccole quantitá di materiali luccicanti e rari, per questo considerati preziosi, ma da un certo punto in poi ci si é voluto perfino evitare il fastidio di andarli a pescare lá dove fossero e si é iniziato a usare semplici pezzi di carta. Il valore di questi pezzi di carta, che chiamiamo banconote, risiede puramente sulla fiducia che le circonda. Ossia, siamo tutti d’accordo che le possiamo usare per scambiare qualsiasi tipo di merce, per questo ce le teniamo strette e le accettiamo. Purtroppo il legame é diventato cosí stretto che abbiamo iniziato a confondere il mezzo per il fine. In ogni caso il denaro, monete o banconote che siano, rimane solo un mezzo. Non racchiude nessun tipo di valore in sé. Il valore é rappresentato da quello per cui lo possiamo scambiare.


PREMESSA NECESSARIA n. 2

Lo Stato é quella unione di persone che decidono di condividere diritti e doveri. Piú o meno. Fatto sta é che certi servizi non ha senso che ognuno se li renda per sé, percui ci si organizza e li si fa una volta sola, e bene,  per tutti. Penso soprattutto a cose essenziali del tipo: acqua, energia, scuola, sanitá. Poi ci sono anche gli aiuti a chi ne ha bisogno perché sfortunato o semplicemente perché se lo merita (bambini, anziani, mamme in cinta etc.). É il famoso stato sociale, che provvede ai bisogni dei propri cittadini.


DOMANDA

Come puó lo Stato fornire ai suoi cittadini questi servizi? Semplice, visto che abbiamo detto che lo Stato é un “mettersi d’accordo” basterá mettersi d’accordo per farlo e sul come farlo. Il fatto che per farlo si debba passare attraverso la moneta é, ancora una volta, un mero accidente. Si potrebbe usare qualsiasi altro mezzo di scambio, la sostanza non cambierebbe affatto. Bisognerá scavare sottoterra per tirare fuori le risorse, bisognerá produrre energia in qualche modo, distribuire acqua, educare i ragazzi, creare ospedali e metterci dentro dei dottori capaci etc. Questo é il vero valore della questione, la moneta rimane un mezzo attraverso cui questo valore raggiunge gli utenti. Secondo questo tipo di convenzione, se lo Stato vuole fornire servizi dovrá quindi spendere moneta affinché non debbano farlo i cittadini. É la famigerata spesa pubblica.


ULTIMA PREMESSA

Mi pare giusto che le persone che vivono su di un territorio possano usufruire di ció che quel territorio ha da offrir loro. Ne deriva che uno Stato ha il diritto di usare le risorse presenti sul suo territorio, cosa piú o meno riconosciuta da tutti. E mi sembra logico pensare che possedendole ne puó disporre come meglio creda, percui é del tutto legittimo che le usi per fornire quei servizi che sono la ragione stessa della sua esistenza. In quel momento, qualora decida di fare un passo intermedio tra risorse e servizi passando per la moneta, ne deriva che lo Stato dovrebbe necessariamente essere padrone di quella moneta. Ossia, che ne possa stampare senza problemi tutta quella che gli serve per fare tutte quelle cose che fanno gli Stati.


IL DUBBIO GROSSO

Fin qui la logica teoria, per qualche motivo peró non é cosí. Per qualche motivo sarebbe dannoso che lo Stato stampi di per sé tutta la moneta che gli serve. Cioé, di risorse ne puó avere quante ne vuole, ma la moneta proprio no. Con quella proprio non funziona. Viene fuori che esiste questa cosa che si chiama debito pubblico, ossia il debito dello Stato, ossia il debito di tutti quelli che lo Stato compongono, che é quando il bilancio tra moneta emessa e moneta guadagnata é in negativo. Pura contabilitá. Quindi se il debito pubblico aumenta troppo non va bene, perché altrimenti poi chi lo ripaga? E piú si va avanti piú sará fatica restituirlo, quindi non é mica giusto nei confronti delle generazioni future, o no? Non bisogna mica essere egoisti e scaricare tutto il peso di noi spendaccioni sui poveri giovani...

E allora viene fuori che per ridurre o nei casi migliori addirittura eliminare questo debito pubblico - il famoso pareggio di bilancio - lo Stato deve limitare la spesa pubblica e anzi tassare i cittadini, ossia riprendersi parte di quei soldi che lui stesso ha stampato, oppure chiedere di comprare pezzetti di questo debito pubblico in giro, in cambio sempre di quei soldi che lui stesso ha stampato.

Ora uno si rende conto che qui c’é qualcosa che non torna non appena fa due semplici ragionamenti:
  1. Se lo Stato é padrone di stampare la propria moneta in quanto mezzo per usare le proprie risorse, perché mai si dovrebbe preoccupare di riaverne indietro dai cittadini o da chi per loro? Cioé, dire debito pubblico significa che lo Stato si sta indebitando con sé stesso, ma allora che problema c’é?
  2. Se proprio servono soldi per fornire quei servizi che rendono lo Stato uno Stato in cui vale la pena vivere, da dove dovrebbero venire fuori se non proprio dal debito pubblico, che altro non fa se non tramutarsi in servizi pubblici?

Qualcuno che ne ha viste tante diceva che a pensare male si fa peccato ma spesso ci si azzecca. Ebbene, il fatto che questo controllare il debito pubblico passi per una cosa cosí necessaria parrebbe proprio uno specchietto per le allodole.


LA DURA E CRUDA REALTÁ

Il fatto é che in realtá l’emissione di moneta oggi non é piú prerogativa esclusiva dello Stato, attraverso la propria banca centrale, anzi é perlopiú (fino al 95% della moneta circolante circa) di banche private che lo creano dal nulla attraverso il meccanismo della riserva frazionaria. Significa che ogni volta che concedono un prestito in realtá non toccano le proprie riserve di denaro, ma ne creano di nuovo semplicemente segnandolo come attivo sui prori libri contabili a fronte del passivo del cliente che contrae il prestito, di fatto aumentando con un gioco di prestigio il proprio capitale monetario. In questo modo concentrano la stragrande maggioranza della moneta circolante nel sistema nelle proprie casse, cosicché spesso lo Stato é costretto a indebitarsi con loro invece che con la banca centrale (che ha dei limiti nell’emissione di moneta fisica) in cambio dei propri Titoli di Stato. In questo caso il debito pubblico diventa quindi un debito vero, in quanto contratto con privati. Su di esso lo Stato dovrá perdipiú pagare un interesse, in cui oramai se ne va ogni anno la maggior parte della spesa pubblica. E addio benessere sociale.

In definitiva si tratta della cessione di fatto di una prerogativa dello Stato – la gestione monetaria – in mano a dei privati. Lo Stato quindi é sempre piú indebitato per compare la propria stessa moneta, che altro non é se non una convenzione per poter usare le risorse che gli appartengono di diritto. Va da sé che ció é completamente contrario al bene della collettivitá e in contrasto con lo stesso concetto di Stato, e a beneficio esclusivo delle banche. 
Pertanto il voler condannare il deficit e l’aumento di debito pubblico assimilandolo a una situazione di normale economia domestica che ognuno di noi si trova ad affrontare ogni mese equivale al distogliere l’attenzione da tutto questo. Quel che succede in realtá é che 

LO STATO PRENDE LE RISORSE CHE APPARTENGONO A TUTTI 
E LE SCAMBIA PER PEZZI DI CARTA SENZA VALORE 
CONTROLLATI DA POCHI PRIVATI, CHE NE VOGLIONO SEMPRE DI PIÚ. 
IL PROCESSO LIMITA QUINDI LA TRASFORMAZIONE 
DI RISORSE PUBBLICHE IN SERVIZI PUBBLICI, 
TRASFERENDOLE INVECE NELLE MANI DI POCHI PRIVATI 
ATTRAVERSO UN MERO STRATAGEMMA CONTABILE.

Vale la pena ricordare come ció avviene infatti senza essere vincolato da alcuna costrizione fisica, ma da pure convenzioni umane. Chi controlla la moneta quindi controlla quel collo di bottiglia attraverso cui passa lo scambio che attraverso di essa avviene, diventando proprietario di entrambi i lati dello scambio: delle risorse, di cui puó regolare la cui estrazione, e dei cittadini, a cui puó controllare l’erogazione di servizi. 

Lo Stato é quindi limitato e controllato per aver confuso un mezzo, la moneta, per il fine: trasformare risorse pubbliche in servizi pubblici. Bel trucco, non c’é che dire.


MA C’É DI PIÚ

Questa demonizzazione continua del debito pubblico gioca sul  voler mascherarlo con qualcosa di nobile e cui siamo naturalmente sensibili: la sostenibilitá. Il garantire un futuro vivibile attraverso qualche limitazione nel presente. L’effetto voluto é peró quello di riuscire a svincolare il concetto di spesa pubblica da quello di benessere sociale. La spesa pubblica é sbagliata, insostenibile. Il suo legame col benessere sociale é cosí presto dimenticato e mistificato.

Ma oltre al danno la beffa: in questo modo continua in realtá a mancare una vera sostenibilitá. E a maggior ragione, visto che l'unica preoccupazione in tempi di redistribuzione della ricchezza dal basso (lo Stato) verso l'alto (quei pochi che controllano la moneta), e in un'epoca in cui il denaro é il dio incontrastato (confusione tra mezzo e fine), l’unica sostenibilitá parrebbe essere quella di bilancio mentre tutto il resto viene sacrificato su questo altare fasullo. Un altare fasullo creato ad arte.
In questo modo non solo dimuisce la sostenibilitá ambientale della societá, si pensi alle esternalitá delle varie fase di produzione, esercizio e smaltimento, ma anche quella sociale. Per via della delocalizzazione della produzione in contesti a basso costo della mano d’opera ma in cui i diritti umani e del lavoro vengono continuamente calpestati; ma anche nel nostro stesso occidente civilizzato, in cui la demonizzazione del debito pubblico altro non fa che cancellare le conquiste sociali di decenni di lotte della societá civile.


RIASSUMENDO

La necessitá del pareggio di bilancio, di tagliare il debito pubblico, di ridurre la spesa pubblica... é una truffa che sfrutta il sentimento innato che non si possa vivere senza preoccuparsi del futuro. Ci siamo arrivati, ancora una volta, svincolandoci dalla fisica del pianeta (cui competerebbe dettare le regole di una vera sostenibilitá) per aggirarci esclusivamente sul piano delle leggi create dall'uomo. Leggi spesso volutamente complicate e astruse in modo da garantire la loro gestione ed il loro controllo esclusivo agli adepti della setta di turno. Si creano sacerdoti che governano il mondo secondo i precetti che essi solo conoscono e conservano gelosamente, e che tramandano solo agli eletti che un giorno prenderanno il loro posto. Il tutto a loro beneficio esclusivo.

Gli ignoranti seguiranno ciecamente, sacrificandosi per la loro religione senza fare domande.

Questo é il mondo in cui viviamo. Per questo serve tornare a ragionare.

Per conoscere, ma anche per sapere cosa serve conoscere.






sabato 28 aprile 2012

Mettiamo in chiaro un paio di cose


Mettiamo in chiaro un paio di cose. Il compito di uno Stato é quello di salvaguardare e promuovere il benestare dei suoi cittadini. Se non lo fa, viene a mancare il motivo stesso della sua esistenza. Il che non significa caos, significa semplicemente chiedersi se valga la pena considerare un altro tipo di organizzazione, magari piú locale, magari di taglia ridotta, magari piú solidale.
Nel caso italiano, i cittadini da salvaguardare sono i piú di 60 milioni da Trento a Ragusa, non solamente i pochi ricchi speculatori, i cosiddetti poteri forti o le solite banche commerciali grazie ai quali ci ritroviamo come ci ritroviamo. Attori di un sistema di sviluppo che, semplicemente, non funziona e va cambiato. Un sistema di sviluppo basato sulla crescita, sul libero mercato e sul commercio mondiale. Sulla finanza e sulla speculazione. Sul mondo delle menzogne mascherate piú che sul mondo reale. Se davvero vogliamo mettere i puntini sulle i, la prima cosa da fare é renderci conto che – non lo si ripeterá mai abbastanza – si sono privatizzati i guadagni mentre sono le perdite quelle che si stanno socializzando.

Mettiamo in chiaro un paio di cose. Quello che sta succedendo in Europa é criminale, ma a ben vedere non é la prima volta che lo si fa. Sono pratiche ben consolidate, é solo la prima volta che entrano nel giardinetto di casa nostra. Prima erano lontane abbastanza da poterle ignorare e continuare a vivere nella nostra bollla felice. Scene del genere sono state la quotidianità nei paesi del sud del mondo sin dal secondo dopoguerra. È una guerra mascherata, senza armi ma pur sempre una guerra. E guerra significa principalmente guadagni, per chi la fa. Guerra significa portare la distruzione sul territorio nemico, lontano da casa propria.
Il meccanismo é molto semplice. Succede che qualcuno si rende conto che il vicino scemo ha un’immensa ricchezza sotto i piedi e gliela vuole fregare sotto il naso. Allora si studia una bella supercazzola per fargli capire che, in realtá, lui lo puó aiutare ad usarla – quello si – per il bene della propria gente. Allora il vicino scemo, che scemo non é ma magari solo ingenuo e in buonafede, accetta e lascia entrare gli scagnozzi del vicino furbo in casa sua. Viene fuori che sti lavori hanno un costo e che bisognerebbe ripagare chi li fa, al che il vicino furbo ha un’idea brillante e solidale. Guarda non ti preoccupare, dice al vicino scemo, io ti faccio i lavori e tu mi ripaghi con una parte della stessa ricchezza che stiamo tirando fuori. Piú un certo interesse. Finisce che in un modo o nell’altro il vicino scemo si lascia bucare e insozzare tutto il giardino, tanto che i suoi bambini nemmeno ci possono piú giocare, e tutto quello che tira fuori lo deve dare al vicino furbo per ripagare il debito contratto.  Ma non é abbastanza, perché a quel punto i bambini - che non ci possono giocare piú nel giardino - qualcosa dovranno pur fare, ma non si sa bene cosa. E allora arriva un amico del vicino furbo – furbo anche lui – e dice senti, io ti presto dei soldi per montare dietro casa tua un orticello di pomodori di superqualitá come se fosse antani, cosí almeno i tuoi poveri bambini scemi possono tenersi indaffarati e tu poi pomodori li puoi pure vendere al mercatino ai tuoi altri vicini. Che te ne pare? Vah, visto che sono proprio buono, assieme alla fabbrica ti ci costruisco pure un ospedale...lo so lo so, ma non mi devi ringraziare! Noi vicini furbi siamo fatti cosí, abbiamo il cuore tenero. Ecco allora che il vicino scemo, dall’avere un bel giardino su cui far giocare i suoi bambini belli contenti, si sta indebitando due volte e con due vicini diversi – in combutta tra loro – in fin dei conti per farsi distruggere il giardino lasciando tutta la sua ricchezza a qualcun’altro e mettendo i suoi bambini a lavorare per tirar fuori tonnellate di pomodori da vendere per due soldi a qualcun altro ancora. Il fatto é che per ripagare sto debito che si é preso, i pomodori li deve vendere tutti e gli rimangono appena due soldi per comprare quello che serve a lui e i suoi bambini per campare. Morale della favola: il vicino scemo si trova costretto ad ammazzarsi da coltivare pomodori, per poter ripagare il debito contratto coi vicini furbi mentre questi gli fregano da sotto il naso la sua ricchezza e gli comprano i pomodori per due soldi rivendendoli a tutti i supermercati del paese. Ma ancora non basta, e siccome sto debito non si ripaga mai – gli interessi aumentano e aumentano – i vicini furbi iniziano a fare gli scontenti e convincono il vicino scemo che sti bambini scemi, insomma, potrebbero anche lavorare un po’ di piú e smetterla di frignare tanto no? E allora via cosí... cornuti e mazziati.
Questa é la storia dei paesi del sud del mondo. Sostengono la nostra economia e il nostro stile di vita sregolato e consumistico. Se nei supermercati ormai si trova di tutto e costa sempre meno, il costo nascosto é proprio il sudore della loro fronte, la fame dei loro figli e la falcidiazione dei loro diritti. Il costo che non stiamo pagando é la loro vita, le loro tradizioni e la loro cultura rubate. Sono costretti alle monoculture intensive che gli lasciano poco o niente da mangiare perché devono vendere tutto sui mercati internazionali, con la conseguenza che l’autosussistenza per queste persone é ormai un sogno sbiadito, e che devono comprare tutto quello di cui hanno bisogno – perfino ció che essi stessi producono – diventando soggetti alle fluttuazioni dei mercati delle materie prime, che essi chiaramente non controllano. Succede che alla fne della giostra, non hanno piú da mangiare. Sono nostri schiavi.
Nel frattempo le grandi multinazionali saccheggiano le loro risorse naturali traendone benefici incredibili che si volatilizzano sui mercati finanziari senza passare in gran parte per l’economia reale, quella che da per davvero da mangiare alla gente. Allo stesso tempo muovono i fili di organizzazioni come la Banca Mondiale o il Fondo Monetario Internazionale, che prestano soldi agli stessi paesi che sfruttano a tassi di interesse che rendono il debito impagabile, pretendendo di influenzare le politiche di questi paesi per umentarne la produttivitá a scapito dei diritti umani.
Quando si parla di politica capitalistica neo-liberista, si parla di questo.  Quando si parla di debito si parla di questo. Quando si parla di poteri forti, si parla di questo. Si parla di queste imprese che sfruttano la gente semplice, i cui vertici sono gli stessi che controllano la finanza e la politica internazionale. Noi occidentali siamo gli artefici di tutto questo, ed ora ci sta tornando indietro come un boomerang.
Ormai infatti non basta piú sfruttare il giardinetto di casa del vicino, non ce n’é piú abbastanza... come un cancro impazzito, questo sistema si sta rivoltando alla gola stessa di chi gli dava da respirare in passato. La cara vecchia Europa. Certo, iniziamo dalle periferie... ogni infezione inizia dalle periferie, perché quando poi arriva al cuore, sopraggiunge la morte. Iniziamo allora dai greci, dagli irlandesi, dai portoghesi, dagli spagnoli, dagli italiani...
Rendiamo questa gente scema, in modo che siano sempre piú manipolabili. In modo che credano alle nostre promesse fasulle. In modo che credano davvero che vale la pena tenere duro e tirare la cinghia, perfino ritagliare i propri diritti per un ipotetico futuro migliore. Diamogli il mito della crescita. Facciamoli sognare. Facciamoli faticare e morire poco a poco, non chiamiamolo sacrificio peró, qua serve una trovata nuova. Chiamiamolo austeritá, cosí sembra che in realtá si stia solo correggendo una precedente attitudine sbagliata... spreconi prima, austeri poi. Suona molto meglio che sovrani prima, schiavi poi.

Mettiamo in chiaro un paio di cose. Qui qualcuno muove i fili del gioco e ci sta schiacciando. Poco conta dopotutto che ce ne rendiamo conto – come sempre – solo adesso che arriva nel nostro giardinetto. I sintomi ci sono giá tutti: agitare lo spettro del debito da ripagare, di uno Stato che Stato non é piú ma diventa una impresa privata che per mancanza di guadagni deve contenere la spesa, del dover cedere piú poteri all’Europa, del fare scarifici perché l’Europa ce lo chiede...
Tagli all’educazione per farci sempre piú scemi, controllo dei media per darci a conoscere sempre meno, tagli alla sanitá per renderci piú deboli, precariato lavorale per renderci schiavi ricattabili e privarci di ogni futuro.  Mito della crescita per abbagliarci con qualcosa che non arriverá mai e che, in realtá, sarebbe anche dannoso tornasse. Crescere, siamo giá cresciuti abbastanza. Anche troppo.

Come fare? Siamo davvero perduti? Mettiamo in chiaro un paio di cose, io credo di no. Credo che questi signori che muovono i fili del mondo non cambieranno mai, perché non gli conviene. Credo che siano sempre gli stessi sia che guardi nel mondo economico e della finanza, nei consigli di amministrazione delle grandi imprese, nelle banche, nelle organizzazioni sovranazionali, nella politica di ogni colore. Credo peró, che questi signori sono morti senza di noi. Credo che siamo noi che li teniamo in vita dopotutto, seguendo alla cieca quello che ci dicono di fare, adottando lo stile di vita che vogliono per noi per continuare – loro – a prosperare.
Credo che per risolvere un problema bisogna prima di tutto prenderne coscienza, per cui facciamolo. Sebbene possano controllare i media, ancora non possono controllare internet, sebbene ci stiano provando (vedi i tanti disegni di legge che governi di tutto il mondo stanno cercando di far passare per mascherare la censura come lotta alla pirateria e salvaguardia del diritto di autore...SOPA, PIPA, ACTA e compagnia bella). E allora informiamoci e apriamo gli occhi. E chiamiamo le cose col loro nome. Non austeritá, ma riduzione dei dirittti civili e schiavismo mascherato. Pensiamo ad un altro mondo, in cui non serva crescere per stare bene. Diventiamo autosufficienti il piú possibile, perché la nostra vita torni ad essere nelle nostre mani, che sono le uniche che davvero possiamo controllare.
E smettiamola, smettiamola, col consumismo sfrenato. Rendiamoci conto che abbiamo nelle nostre mani il potere piú grande di tutti, il consumo selettivo. Non ce ne rendiamo conto, ci sentiamo insignificanti di fronte a poteri di questa invergatura, ma se davvero inziassimo a dirigere il nostro consumo verso criteri piú responsabili... quello si che sarebbe un voto importante. Un voto che potremmo esercitare piú volte al giorno, e non solo una volta ogni 4 o 5 anni. Rendiamoci conto che abbiamo il potere di cambiare le cose. Rendiamoci conto anche che questo potere, questa volontá, puó solo venire dal basso. Dagli sfruttati, dai condannati alla miseria, da quelli che credono scemi, dalle vite sprecate. Perché dall’alto non verrá mai, inutile aspettare.

Mettiamo in chiaro un paio di cose. Io non sono disposto a lasciarmi shiavizzare, e ho cominciato da qui. A parlare e condividere quello che penso e quello che leggo.  A documentarmi e cercare di avere cura del mio comprtamento quotidiano, di quello che compro e di come lo faccio. A fare di tutto per cercare di diventare meno dipendente da cose che non posso controllare. La strada é lunga e faticosa, e la deriva utopica é sempre lí, a portata di mano. Ma credo che sia l’alternativa piú reale che abbiamo.

Mettiamo in chiaro un paio di cose. È finito il tempo di delegare le proprie responsabilitá. Ognuno si prenda la sua. Ognuno sia consapevole e responsabile delle proprie azioni. Ognuno si informi per capire cosa sta davvero succedendo. E cosa é sempre successo.

Mettiamo in chiaro un paio di cose: non é niente di nuovo, ma questa volta sta toccando a noi. E abbiamo il potere di fermarlo se davvero vogliamo.

Capire per agire.

Agire per cambiare.



sabato 14 gennaio 2012

Un’azione politica


È arrivato il momento di toccare un tema scottante: la politica. Origini, prospettive il senso di questa parola nel momento storico che stiamo attraversando.

Partiamo da una considerazione banale: politica e democrazia non sono la stessa cosa, ma spesso si confondono. Entrambe derivano, come parola e come concetto, dal greco. Dalla antica Grecia.

Nell’antica Grecia della cittá-stato, la polis, la politica (che proprio da polis deriva) consiste nell’attività di gestione e amministrazione della cosa pubblica per il bene della comunità, il che si lega necessariamente a doppio filo con l’esercizio del potere decisionale. Ossia il Potere con la P. Ma non solo, é bene sottolineare infatti che l’attività politica non si riduce alla politica attiva, ma anche all’espressione delle proprie opinioni per il miglioramento della societá in cui si vive. Ció include anche la protesta contro delle decisioni prese, o manifestazioni di qualsiasi tipo.

Giusto per non lasciare niente di scontato, lo Stato é semplicemente una convenzione, una delle tante, adottata dall’uomo e, come tale, una sua invenzione. Ci si accorge a un certo punto che gli uomini da soli non riescono in maniera efficace a soddisfare tutti i propri bisogni, percui decidono mettersi insieme, di organizzarsi e “firmare un contratto” (il cosiddetto contratto sociale) in cui tutti cedono una parte della loro libertà e del loro potere di autogestirsi (parte della loro sovranità) a un entità tutto sommato astratta, ma operata da uomini, che provvederà cosí meglio al bene di tutti. È bene ricordare quindi che l’unica ragione d’esistere di uno Stato è quindi perseguire il bene della comunità che lo compone, attraverso la soddisfazione di quei bisogni che i singoli individui non potrebbero soddisfare con la stessa efficacia. O perlomeno non tutti. Garantire cioé beni e servizi essenziali e minimi a tutti, quali cibo, energia, istruzione, sanità, trasporti e casa, verrebbe da dire. Poi sul come ci si puó mettere d’accordo.

La democrazia é infine solo un modo organizzare l’attività politica, un sistema escogitato per gestire e amministrare lo Stato. Non si tratta dell’unico sistema, né tantomeno del migliore in sé. Letteralmente significa che il potere lo esercita il popolo. Esiste anche un altro sistema in cui l’attivitá politica viene esercitata da un gruppo di persone, detto aristocrazia. Questo termine si é progressivamente usato sempre piú per descrivere un sistema in cui questo gruppo di persone viene scelto per diritto di nascita (i cosiddetti nobili) e non per meriti propri, come probabilmente in origine era. La degenerazione dell’aristocrazia é nota come oligarchia, in cui il gruppo al potere lo esercita non piú per il bene di tutta la società ma per il bene proprio. Esiste poi la monarchia in cui un solo individuo esercita il potere per il bene di tutti e la relativa degenerazione, la tirannia.

Bene. Detto ció, col tempo abbiamo deciso e accettato universalmente che ci conviene vivere in uno Stato, è che la democrazia é il sistema col quale lo vogliamo gestire. Quello che ci piace di piú per far politica. Perché ci sembra il piú giusto. Il fatto é che é una faticaccia farlo funzionare. Bella l’idea, peró serviva trovare un metodo per applicarla e si é dovuto, fin da subito, scendere a compromessi.

Si é dovuto delegare. La differenza introdotta qui é colossale, quasi paradossale. Nell’antica Grecia (ma anche nei comuni medievali italiani) la limitata dimensione dello Stato permetteva infatti quello che si conosce come democrazia diretta, ossia che tutti i cittadini si potessero riunire nella piazza principale della polis (l’agora) e partecipare nel processo decisionale. E quindi all’esercizio del potere pubblico.
Con l’estensione degli Stati al di fuori delle città questo é diventato semplicemente impossibile. Si é dovuto delegare. Non si tratta peró qui di contratto sociale, niente viene ceduto in maniera definitiva. Si delega l’esercizio del potere decisionale a dei rappresentanti eletti dal popolo periodicamente e temporalmente, che lo eserciteranno perseguendo gli interessi per cui il popolo li ha eletti. Nasce la democrazia rappresentativa. Ed é qui che le cose possono iniziare a distorcersi sensibilmente. È qui che bisogna rimanere svegli e vigili, perché le cose non entrino in putrefazione.

Va detto che la democrazia diretta era resa possibile anche dal fatto che una minima parte della popolazione di etá adulta era ammessa al suo esercizio (schiavi e donne ne erano tagliati fuori). Il passare del tempo ha favorito il fiorire delle democrazie moderne, caratterizzate dai principi di libertà, uguaglianza e fratellanza, di separazione dei poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario), suffragio generale, laicità dello Stato, fino alla necessitá di garantire l’esistenza di un quarto potere, una stampa libera e indipendente. È senza dubbio un bel progresso.
Vale peró come sempre la pena di farsi la domanda scomoda “si é forse raggiunta la perfezione?” Ovviamente no. Si è migliorato un sistema rendendolo applicabile a vasta scala, a popolazioni enormemente maggiori, ma é sotto gli occhi di tutti il fatto che questo sistema abbia in sé una inconfutabile tendenza alla corruzione. Al raggiungimento e perpetuazione di un’artistocrazia/oligarchia mascherata da democrazia.
Tanto piú quando la commistione con altri sistemi piú subdoli, come il sistema monetario dominato dalla logica del profitto a tutti i costi e controllato dal potere corporativo multinazionale, ne determinano il triste decadimento che oggi é sotto gli occhi di tutti.
Oggigiorno gli Stati sono costretti a servire il potere finanziario prima di soddisfare le necessità primarie dei propri cittadini. La politica é il braccio destro del corporativismo, strumento di perpetuazione di un sistema degenerato in cui non ci si ricorda nemmeno piú il senso o il perché delle parole. Questa politica nulla ha piú a che fare con il bene della società, é sempre piú solo uno strumento di controllo. Dandoci l’illusione di avere in mano il potere riesce a perseguire i propri scopi reali alla luce del sole, senza che nemmeno ce ne rendiamo conto. Ringraziando perfino. Contribuisce ogni giorno di píú alla corruzione morale della società e all’accumulazione delle ricchezze e dei benefici nelle mani di pochi. Pochissimi.

È ora di aprire gli occhi e dire basta. È ora di ripensare a come genstire il nostro potere.
A cominciare dal restituire il senso alle parole: Stato, politica, democrazia.

È stata una scelta necessaria, quella della democrazia rappresentativa, ma forse non lo é piú. Ogni sistema nasce, si sviluppa e muore in un contesto storico. Cambiano le condizioni di fondo, cambiano gli strumenti, cambiano le priorità, cambia il sistema. Il progresso, la sempre presente aspirazione dell’uomo all’innovazione e alla ricerca di soluzioni per vivere meglio, ci spinge ora a chiederci: la democrazia rappresentativa é oggi un sistema obsoleto?

Il progresso tecnico-scientifico ci ha resi spettatori di cambiamenti epocali nello spazio di appena qualche decina d’anni. Cambiamenti prima d’ora semplicemente inimmaginabili, fantascientifici. Lo sviluppo delle telecomunicazioni e internet hanno rivoluzionato il nostro modo di vivere. Contemporaneamente abbiamo assistito ad una sempre maggiore democratizzazione della tecnologia e all’aumento della scolarizzazione. L’informazione non é piú quella che era prima. La cultura non é piú quella che era prima. L’industria non é piú quella che era prima, con un’attenzione sempre maggiore per il mercato dei servizi. Il concetto stesso di relazione umana é radicalmente cambiato, con l’affermarsi sempre piú perentorio di modelli a rete sui vecchi modelli a cascata. Sistemi in cui tutti si é nodi di un qualcosa di globale, che trascende qualsiasi individualismo. Sistemi in cui ognuno di noi diventa consumatore e produttore allo stesso tempo. Viviamo nella società delle reti. Viviamo immersi in un mondo di informazione.
Abbiamo a nostra disposizione la maggior quantità di sapere che sia mai stata disponibile a qualsiasi essere umano. Ed é gratis, e viaggia alla velocità della luce. Abbiamo a disposizione sistemi che ci permettono capacità di analisi mai viste prima. Possiamo maneggiare moli di dati incredibili e con un minimo sforzo. Abbiamo a nostra disposizione sistemi che ci permettono di far sentire la nostra voce, di organizzarci, di scambiare idee e opinioni. Di avere una risonanza a livello globale, in un battito di ciglia. Sistemi in continua evoluzione. Sistemi di democratizzazione e di politica.

Cambiano le condizioni di fondo, cambiano gli strumenti, cambiano le priorità, cambia il sistema.

Possiamo finalmente avere un opinione informata su virtualmente qualsiasi argomento ci interessi. Possiamo scambiare idee e opinioni, modificarle e svilupparle attraverso una sorta di intelligenza collettiva. Possiamo contarci e organizzarci in tempo reale. Possiamo parlare del nostro futuro e prendere decisioni insieme. Possiamo fare politica. Possiamo riprenderci la democrazia diretta.

Oggi abbiamo gli strumenti, le possibilitá per farlo.

Non ne abbiamo forse anche bisogno?








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Un esempio: wikicrazia 2.0

Partiamo da alcune considerazioni piú dettagliate:

  •      Oggi deleghiamo il nostro potere decisionale a rappresentanti eletti, principalmente, sulla base di ideologie. Si tratta di persone che, pur in buona fede, come chiunque altro avranno delle competenze in qualche campo, ma mai in tutti. Si tratta altresí di persone che saranno chiamate a decidere e votare leggi di ogni tipo e argomento. Certo, si circonderanno di professionisti in ogni campo di interesse che li possano assistere laddove non abbiano competenze. È bene rendersi conto che non abbiamo nessun controllo su questi ultimi. Oggigiorno nello specifico non ne abbiamo nemmeno sui primi. Si tratta in ogni caso di persone privilegiate, che non hanno nessuna convenienza ad abbandonare questa condizione di privilegio da cui derivano tanti altri privilegi collaterali. Tutto lascia presupporre che sia facile lasciarsi corrompere dalla situazione (accadrebbe a chiunque probabilmente, l’occasione fa l’uomo ladro), emergendo la corruzione intrinseca di questo modello. 
  •  La stragrande maggioranza dei problemi che dobbiamo affrontare sono di natura tecnica, e come tali possono essere descritti e andrebbero affrontati. Per fare ció é necessario:
1.       competenza in materia
2.       assenza di conflitti di interesse volti al raggiungimento di benefici personali
3.       raccogliere quanta piú informazione possibile
4.       capacitá di analisi dei dati
5.       autoritá per prendere le decisioni per il bene di tutti

Va da sé che quanta piú competenza, quanta piú neutralitá, quanta piú informazione raccolta, quanta piú capacitá di analisi, migliori saranno le decisioni che si prederanno per risolvere qualsiasi problema.

·      I problemi vanno affrontati per risolverli e in maniera efficace. Ogni problema necessita competenze e un approccio diverso per essere risolto. È pertanto sciocco considerare come base comune per la risoluzione di tutti i problemi che uno Stato puó trovarsi ad affrontare una semplice linea ideologica. È anacronistico affidarsi a vecchie ideologie per risolvere problemi concreti, che andrebbero valutati caso per caso e non una volta per tutte ogni 4 anni.


Detto questo, credo che oggigiorno sia possibile implementare nella nostra società un sistema di democrazia diretta gestito informaticamente on-line, in cui ogni cittadino puó partecipare alla discussione e risoluzione dei problemi dello Stato e alla legiferazione in maniera volontaria e non retribuita. Niente privilegi, la partecipazione al bene della società é una ricompensa giá di per sé ampiamente sufficiente. Si limiterebbe in questo senso la spesa pubblica in questo settore, destinandone una quota alla gestione dei sistemi e delle infrastrutture informatiche necessarie.

In questo contesto consideriamo il fatto che internet consente l’accesso all’informazione. Come giá detto, ognuno puó farsi un opinione informata su qualunque tema gli possa interessare.

Internet inoltre ci permette di sviluppare il dibattito politico in modo che chiunque possa partecipare, organizzandolo per temi e contribuendo mano a mano allo sviluppo e miglioramento progressivo delle leggi in modo da considerare i punti positivi di ogni proposta.
Chiunque sia interessato a una qualunque problematica puó partecipare al dibattito, apportando competenze in materia o anche semplicemente senso comune. Qualcuno potrebbe partecipare anche solo per puro e semplice interesse. Tutti possono partecipare al dibattito politico, come in una vera democrazia. Questo avviene indipendentemente dalla professione o dalle competenze. Qui si verificherebbe infatti un fenomeno che potrebbe richiamare molto da vicino la selezione naturale darwiniana, chiamiamola selezione razionale:
Se non ho né le competenze né l’interesse nel discutere di un tema saró naturalmente incline a non farlo. Dopotutto non ci guadagno niente, lo farei investendo del tempo e a gratis. Potrei in ogni caso volerlo fare, e in questo caso puó succedere che quello che dico non abbia molta rilevanza. In questo caso gli altri partecipanti al dibattito me lo fanno notare e la questione é chiusa. È improbabile che torni a perdere tempo in questo modo, concentrandomi invece sulle questioni che ritengo di capire e cui credo di poter contribuire in qualche modo. Potrebbe comunque accadere che venendo dal di fuori del campo in discussione si abbia una visione meno “indottrinata” e piú fresca della questione, cosa che chi vi é immerso da tempo ha ormai perso, e che quindi sia comunque in grado di apportare un parere costruttivo al discorso.
Questo aggiunge una pluralitá di opinione alla discussione, arricchendola e garantendo allo stesso tempo un punto di vista olistico, generale e non di settore della questione. Di qualsiasi questione.

In ogni caso é la maggioranza a decidere, siamo in democrazia. Avendo chiunque la libertá di partecipare in qualsiasi discussione, siamo in una democrazia diretta.
Ogni decisione registrata in una legge sará presa perché votata dalla maggioranza dei partecipanti, ognuno dotato di firma elettronica. Ogni decisione sará presa perché motivata da basi tecniche. Qualora dovessero nascere conflitti di interesse, il carattere aperto del dibattito provvederá naturalmente a bilanciarli in favore del bene pubblico. L’unico conflitto d’interesse che passerebbe in una legge sarebbe necessariamente quello di interesse pubblico, proprio perché votato a maggioranza da tutti i componenti dello Stato.

Computer, basi di dati e sistemi informatici garantirebbero la gestione, l’elaborazione  e lo scambio di una tale quantitá di dati e informazioni, organizzandola e riducendo progressivamente il ventaglio delle alternative a disposizione, a seconda delle voltazioni a maggioranza degli utenti. Ogni alternativa avrá dei pro e dei contro, che verranno spiegati in maniera neutrale, squisitamente tecnica (non per questo avendo un linguaggio impossibile), il che selezionerá il relativo bacino di utenza tra quelli in grado di capire di cosa si sta parlando.

Ogni questione sará discussa partendo dal livello locale, deducendo poi leggi a livello piú generale ma lasciando per quanto possibile autonomia locale. È infatti a livello locale che si vive, le leggi a livello regionale o Statale servirebbero ad assolvere la funzione di garantire un sistema organico e ordinato di leggi, nonché una gestione economica unitaria.

Questo sistema ha l’enorme beneficio di riavvicinare l’uomo alla dimensione politica, di renderlo responsabile in prima persona di come funzionano le cose nella propria societá. Si tratta di un sistema volontario, non retribuito.
Sono convinto che dall’adozione di un sistema di questo tipo deriverebbe la diminuzione drastica dei conflitti d’interesse, diminuirebbe la corruzione, deriverebbe un maggior benessere sociale, maggior democrazia e un maggior rispetto per lo Stato, derivante da una partecipazione piú attiva.

Certo, é solo un idea. Va sicuramente migliorata (proprio in accordo con l’idea stessa!). Ad esempio in termini di tempi, procedure e modalità. Ma sono convinto che vale la pena lavorarci sopra per proporre un sistema alternativo di gestione della cosa pubblica, in cui le risorse (naturali e umane) sarebbero amministrate in maniera piú giusta, equa ed efficace.