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venerdì 12 luglio 2013

Pubblico qui la traduzione in italiano della prefazione alla mia tesi di dottorato, il cui tema è l'energia ondimotrice (quella delle onde del mare). Spero possa essere uno stimolo ad unire i puntini di quello che stiamo vivendo, nonché una fonte di determinazione a prendersi la propria parte di responsabilità.

* * *

Il Mondo dell’energia a buon mercato è finito

benvenuti in un futuro più luminoso

Sin dalla rivoluzione industriale del XIX secolo la fame del Mondo di energia a basso costo che potesse alimentare un’economia in continua crescita è aumentata a un ritmo costante. I combustibili fossili diventarono presto la nostra principale fonte di energia, essenzialmente per via di una densità energetica estremamente alta e della loro facilità di trasporto ed accumulo. La disponibilità di una simile fonte di energia in abbondanza permise la crescita esponenziale dell’economia e il progresso tecnologico nei cosiddetti paesi sviluppati. Allo stesso tempo, tuttavia, determinò a livello globale conseguenze negative di tipo ambientale, sociale e politico, che sono state ampiamente sottovalutate per molti decenni. Tra di esse le più evidenti sono forse l’esaurimento delle risorse, l’inquinamento, la diseguaglianza e instabilità geo-politica; tutte comunque radicate profondamente nel paradigma consumista e nella sottostante ipotesi della possibilità di una economia in perpetua crescita, alla quale l’era dell’abbondanza di combustibili fossili ha abituato tutti noi. Con la crisi sistemica che il Mondo occidentale sta attualmente affrontando, è diventato evidente che questo tipo di paradigma è vecchio e ha bisogno di essere aggiornato.

Le energie rinnovabili non rappresentano solo una nuova forma di energia, ma rappresentano il necessario cambio di approccio richiesto all'umanità nei confronti del proprio ambiente.

Essendo molto meno dense energeticamente, più difficili da immagazzinare e fortemente connesse nella loro disponibilità alle condizioni geografiche locali, la loro implementazione richiede un diverso tipo di infrastruttura. Ci si dovrà evolvere da un sistema centralizzato, dall'alto verso il basso, a un sistema distribuito più democratico e flessibile, riflettendo lo sviluppo dei nostri modelli sociali nell'era di internet. Saranno necessarie reti intelligenti locali che garantiscano una più efficiente e dinamica coordinazione tra la fornitura e la domanda di energia, ma anche super-reti in grado di promuovere la cooperazione tra diverse regioni geografiche e in grado di fornire in modo dinamico un cuscinetto di energia, qualora richiesta. I trasporti dovranno essere ridotti drasticamente, evolvendo verso sistemi di trasporto collettivi e tendenzialmente elettrici. In generale, si dovranno sviluppare e introdurre tecnologie più efficienti.

Ma a parte il pur necessario adattamento delle infrastrutture e gli avanzamenti tecnologici richiesti, la più grande sfida di una transizione verso un Mondo più sostenibile sta probabilmente nella necessità di evolvere delle persone e delle politiche, di sviluppare una diversa mentalità e una diversa attitudine nei confronti della realtà. Le energie rinnovabili sono un flusso, non un accumulo di energia; ciò costringerà la società a tornare in uno stato di equilibrio dinamico con la natura e con il proprio ambiente, in accordo coi limiti della fisica più che quelli della propria immaginazione o stabiliti da “leggi umane”. Il Mondo intero dovrà presto affrontare la necessità di consumare meno energia, consegnando alla storia il concetto di crescita perpetua e le tendenze esponenziali che hanno caratterizzato la nostra società per decenni.

Tutto questo dispiegherà una serie di cambiamenti sociali e politici che sono ora troppo lontani da potersi interamente immaginare. In ogni caso, è probabile che abbia luogo una profonda ri-localizzazione dell’economia globalizzata, implicando un diverso equilibrio tra aree urbane e rurali, la riprogettazione del sistema di produzione e distribuzione di beni e cibo, nonché un più efficace sistema di gestione delle risorse. Anche il sistema economico e finanziario richiederà una riforma sostanziale e il comportamento stesso delle persone dovrà evolvere in accordo con la nuova realtà. Alla fine, potrebbe persino emergere una nuova concezione rispetto a come gestire la società e degli obbiettivi fondamentali che essa si prefigge.


Le energie rinnovabili incorporano ognuna e tutte queste sfide. Ignorarlo sarebbe dannoso non solo per il loro sviluppo e la loro implementazione, ma per la futura prosperità della nostra società. Potranno rappresentare un qualcosa di tecnico per molti; per me, rappresentano una precisa responsabilità politica di chiunque viva il nostro tempo.


Stefano Parmeggiani




sabato 3 novembre 2012

Il mito della disoccupazione


In inglese esistono due parole per esprimere quello che noi chiamiamo, semplicemente, lavoro. Una é work, che esprime il concetto di lavoro in senso ampio come attivitá produttiva con cui l’uomo – attraverso il dispendio di energie fisiche e intellettuali – si procura beni e servizi. Per questo, la parola work é almeno vecchia quanto l’uomo. L’altra, molto piú recente, é job. Rispetto a work, job é prettamente il lavoro salariato. Cioé esprime il fatto che delle persone prestino il loro tempo, le loro energie e capacitá per svolgere mansioni non necessariamente volte a soddisfare le loro necessitá o aspirazioni, ma per le quali ricevono un compenso monetario.


LE ORIGINI DELLO SGOBBONISMO

Si pensa che il termine job abbia origine nel XVI secolo, lo stesso periodo in cui nascono gli stati moderni e il sistema monetario cosí come oggi lo conosciamo, quello delle banche centrali. Le banche centrali sono, giá allora, enti controllati da privati che assolvono la funzione essenzialmente pubblica di creazione e controllo della moneta dello stato.

A proposito della moneta, ci sono un paio di cose interessanti da notare. La prima é che il valore della moneta risiede nella fiducia che la circonda. Trattandosi di una convenzione attraverso cui regolare gli scambi di beni e servizi, non é tanto il valore in sé dell’oggetto che si usa come moneta a darle effettivamente valore, quanto la sicurezza che chiunque potrá poi cambiarlo in qualsiasi altra cosa. Ne deriva che moneta puó in realtá essere qualsiasi cosa, tanto che nel tempo si sono usate conchiglie, pelli e perfino il sale come moneta! É quindi l’alone di fiducia che la circonda a darle valore, ma come si crea? Beh, questa é la seconda cosa interessante...
É in realtá lo stato stesso a crearla ma in un modo che nessuno si aspetterebbe: con le tasse! É infatti creando ad arte la necessitá per i cittadini di pagare le tasse con la moneta emessa dallo stato che questo letteralmente li costringe a procurarsela, altrimenti non avrebbero necessariamente bisogno e potrebbero magari continuare a barattare o a usare il sale invece che le banconote. É quindi sapendo che chiunque potrá usare quella carta per pagare ció che lo stato richiede che tutti sanno, di colpo, che quella cosa ha valore per tutti e che si puó usare per scambiarsi tutto il resto.

Dunque la gente inizia a lavorare per avere monete piú che per altro. In questo modo il risultato del lavoro si uniforma, é sempre e comunque moneta. Moneta che in sé non é niente, ma che in potenza puó essere tutto. Il lavoro diventa in questo modo job, ed é forse lí che iniziano tanti problemi.
La moneta diventa infatti l’unitá di misura non solo del valore delle cose, ma della vita stessa e delle persone. Anche tu diventi misurabile in termini di monete: quelle che possiedi o quelle che sei in grado di guadagnare in un certo tempo. Non importa il come, non importa se sei un artista eccelso o semplicemente un subdolo truffatore. Sono i soldi a dare prestigio, non la qualitá delle persone. E i soldi, cosí come ogni altra forma di ricchezza, danno potere. E il potere, si sa, da sempre piú soldi.


DISTORSIONE DELLA REALTÁ E OMOGENEIZZATO MONETARIO

Eccoci dunque come d’incanto arrivati ad una situazione che conosciamo molto bene. Le scelte che compiamo nella nostra vita, cosí come – e forse piú – le scelte che NON compiamo poiché le diamo per scontate, dipendono sempre piú dai soldi che dalle vere capacitá e aspirazioni delle persone. Si tratta in definitiva di un aridimento estremo della nostra societá, in cui l’infinito ventaglio di possibili espressione della diversitá umana si riduce ad essere sempre e costantemente valutata usando lo stesso metro. Li sordi.
Succede quindi che quando conosciamo qualcuno gli chiediamo “cosa fai?”, avendo giá chiaro in mente – sia noi che lui/lei – che intendiamo il lavoro. E lavoro inteso come job. Semplifichiamo le persone e la loro estrema complessitá facendole passare per l’imbuto del lavoro, omogeneizzazione monetaria. Le capacitá, i talenti, gli hobbies o le inquietudini e aspirazioni delle persone passano sempre piú in secondo piano.

“Cosa fai?”
“Io vivo, e tu?”

Ma dietro questo impoverimento di relazioni, c’é ben altro. E qualcosa di forse molto piú concreto. C’é un sentimento di scarsezza cronica, di insufficienza costante e di preoccupazione per futuri bisogni insoddisfatti che ci obbligano costantemente a scendere a compromessi, tutto sempre in nome del dio denaro. Quanti possono dirsi cosí fortunati da lavorare in qualcosa che gli piace per davvero? La necessitá é peró quella di arrivare a fine mese, cioé di avere di che vivere. Percui é normale, sempre piú normale, fare buon viso a cattivo gioco. Verrebbe da dire che é quasi il contrario, ultimamente. Non é normale quando trovi qualcuno soddisfatto del proprio lavoro. Oggi queste persone appaiono sempre piú dei privilegiati.


SCARSEZZA O NON SCARSEZZA?

Ma quali sono le radici di questa scarsezza? E dopotutto, esiste per davvero!? C’é veramente bisogno di tagliare i servizi sociali e aumentare le tasse per poter fare qualsiasi altra cosa? Abbiamo visto che la ricchezza si misura in termini monetari, percui lo stesso vale per la scarsezza. A questo punto, se nel sistema monetario di oggi i soldi se li stampa lo stato, dov’é il problema? La questione é spinosa, c’é da tenere conto dell’inflazione, del tipo di attivitá fornite (produttive o speculative) e di molte altre cose, ma in generale si potrebbe concludere che questa scarsezza non ha ragione di esistere. O potrebbe perlomeno essere infinitamente minore.
A ben vedere uno potrebbe chiedersi: su che base misuriamo la scarsitá? Sulle vacanze in resort 5 stelle ai Caraibi? Sulla quantitá di depositi milionari? Oppure sul numero di Ferrari che girano per strada? Mi pare non ci siano dubbi nel dire che questo senso di scarsitá si riferisce alle cose che ci servono necessariamente per vivere. Il senso di scarsezza riguarda il poter soddisfare le proprie necessitá primarie. Percui eliminare la scarsitá nella fornitura di alimenti, acqua, energia, case e poche altre cose significherebbe giá ridurre sostanzialmente il problema. Tutti dovrebbero avere accesso a queste cose, per le quali non dovrebbe esistere scarsezza. Bene.

Ma soddisfare le necessitá primarie per tutti significa o uno stato iper-assistenzialista in cui nessuno si deve piú nemmeno preoccuparsi di lavorare, oppure significa garantire un lavoro a chiunque in modo che tutti possano avere una entrata minima. Nel secondo caso ognuno sente di dover contribuire in qualche modo al bene della collettivitá, ma nessuno gli impone piú il come. Significa quindi cambiare nuovamente il paradigma lavorativo, facendolo tornare ad essere work, non piú job. Se potesse esistere una situazione nella quale, indipendentemente da quello che fai, avresti di che vivere, perché mai dovresti fare qualcosa che non ti piace? L’unico caso che mi viene in mente é “non so cosa mi piace”. Bene, nel caso in cui qualcuno non abbia aspirazioni particolari ci sará sempre una marea di lavori socialmente utili (ossia utili alla collettivitá) da dover fare. Nel momento in cui l’hai capito, sei libero di fare quello che meglio credi, che piú ti realizza e ti fa stare bene. La magia in questo caso é che é fisiologico che il tuo lavoro sia anche qualcosa che fai con trasporto e passione, quindi bene. Con voglia di migliorarti costantemente non perché qualcuno te lo impone, ma perché sei tu a volerlo. Se cambiano le condizioni, sei libero di cambiare lavoro. Nel momento in cui si verifica questa condizione é anche il settore privato a beneficiarne, in quanto si vengono a creare imprese nuove, espressione delle aspirazioni di persone che seguono i propri sogni e i propri ideali. Non la necessitá di profitti e benefici economici. Lo stato é quindi tramite tra una disoccupazione che non ha ragione di esistere e il settore privato in crisi.

Ma facciamo un esempio per capirci meglio. Immaginiate, con grande sforzo e solo se ci riuscite, una situazione in cui la disoccupazione é alta e allo stesso tempo non ci sono abbastanza risorse per offrire servizi pubblici di qualitá (ad esempio: la salvaguardia del territorio dal dissesto idrogeologico, oppure la manutenzione delle infrastrutture, oppure ancora l’assistenza sanitaria). Ci siete riusciti? Complimenti, non era facile! Ok, pensate ora: qual é effettivamente il fattore limitante del processo, i soldi o la mancanza di risorse (pensiamo in particolare a quelle umane in questo caso)? Chiaramente sono i soldi. Pare che non ce ne siano mai abbastanza da poter pagare tutti quelli che dovrebbero fare quelle cose. Di lavoro da fare invece, chissá come mai, ce n'é sempre anche troppo! Ma allora se per un momento aggirassimo il sistema dei soldi, niente vieterebbe di prendere la massa dei disoccupati e metterli a lavorare in queste cose che servono eppure nessuno fa. In questo modo loro sentirebbero di avere una funzione, magari imparerebbero un mestiere, si qualificherebbero etc. E se in cambio gi dessimo anche (in un modo o in un altro) di che vivere, dove starebbe il problema? Nello stampare un altro po’ di carta straccia?

Nel momento in queste persone avranno soldi da spendere per comprarsi di che vivere, sará l’intera economia a beneficiarne, molto piú che con le tristemente famose cure a base di lacrime e sangue! E quindi significa che magari le imprese del settore privato torneranno ad un certo punto ad aver bisogno di lavoratori, piú che a doverne licenziare, e che li dovranno per forza di cose pagare meglio di quello che fa lo stato col lavoro garantito. Ci saranno quindi delle persone che transiteranno semplicemente attraverso il lavoro garantito, piuttosto che stare a casa a deprimersi su come le cose vanno male e non si vede la luce in fondo al tunnel, per poi tornare a lavorare nel settore privato. E se poi i salari aumentano troppo? semplice, allora – solo allora – li si tassa un po’ di piú per evitare l’inflazione.


IL ROVESCIO DELLA MEDAGLIA

Ne deriva che la piaga della discoccupazione, oggi, é figlia (anche) di un sistema basato totalmente sul lavoro salariato. Un sistema in cui non esistono piú, almeno in teoria, persone che vengono comprate per lavorare (gli schiavi), ma in cui comunque ogni giorno miliardi di persone vengono letteralmente affittate per farlo. Il fatto é che non hanno alternativa, se vogliono campare.
Da lí l’importanza del lavoro e della professione nella presentazione personale e il suo peso nella vita di ognuno di noi. Da lí la distorsione di valori sempre orientata verso l’ottenere ricchezza economica. Da lí un sistema basato sulla competizione perenne, giudicata necessaria per aggiudicarsi le scarse risorse disponibili a scapito degli altri. Da lí il giustificare, seppur magari inconsciamente, la povertá. Perché in un mondo di risorse scarse qualcuno sará necessariamente povero. Da lí la frenesia di dover accumulare ricchezza pur mantenendola improduttiva (speculazione) piuttosto che usare non piú di quel che ci serve, quando ci serve. Da lí un sacco di altre malattie della nostra societá.

Ma la disoccupazione dilagante, con tutte le piaghe sociali che ne derivano, é anche figlia di una scarsezza artificialmente creata e mantenuta dagli organismi che controllano le politiche monetarie. Scarsezza che, attraverso una reale oculata gestione delle risorse, di fatto non avrebbe ragione di esistere. Gestione basata sulla condivisione di beni e servizi e sulla cooperazione degli sforzi per il bene comune piú che sulla proprietá privata a tutti i costi e sulla competizione predatoria. E tutto questo perché, non dimentichiamocelo, la scarsezza si misura in termini di qualcosa – la moneta – che siamo liberi di creare e distruggere a piacimento. E che non ha nessun valore in sé e per sé.

“Non confidare nei soldi, non sono la realtà.” (Blow)








martedì 16 ottobre 2012

Collasso!


Recentemente ho letto un articolo di Ugo Bardi, di ASPO Italia (l’associazione che studia il picco del petrolio). L’articolo, lungi dall'essere catastrofista, analizzava lucidamente il collasso di una civiltà a noi molto vicina, l’Impero romano, secondo la teoria dei sistemi. E lo faceva a titolo di esempio, visto che la stessa analisi potrebbe farsi per qualsiasi altra civiltà, ma non a caso.

Tuttora ci sentiamo i discendenti diretti dell’Impero romano, li guardiamo con ammirazione e a volte perfino con nostalgia. Li vediamo come una società pura e retta, libera da fronzoli e in cui valori erano profondi e la disciplina ferrea. Pensiamo che fu questo a permettergli, a dargli il quasi sacro diritto, di esportare la cultura in tutto il mondo allora conosciuto. Già, esportare la cultura. Iniziate a capire dove voglio andare a parare?

L’Impero romano sono le nostre radici, la culla della civiltà moderna si direbbe. Erano grandi ingegneri, hanno unito l’Europa con le loro strade, i loro acquedotti le hanno dato da bere e i loro anfiteatri ne hanno portato i fasti fino ai giorni nostri. Il diritto per come lo conosciamo l’hanno inventato loro. Si tende a dimenticare però una piccola cosa: anche quella volta, i romani, non erano gli unici in Europa, né probabilmente i più civilizzati. Erano civilizzati in quel modo, punto. Il problema è che la storia la scrivono sempre i vincitori. E pertanto tutti gli altri erano non più che barbari in attesa di essere civilizzati dai nostri amici a suon di gladio.

A guardar bene l’epopea romana, come fa il signor Bardi, si notano tante analogie con qualcosa che continua a succedere al giorno d’oggi, proprio sotto il nostro naso. I romani erano costretti ad espandersi per poter sostenere la loro struttura imperiale, la macchina burocratica, i lussi dei palazzi e le potentissime legioni. Avevano bisogno di oro da dare in pasto ai legionari, in modo che questi continuassero a combattere per loro, per difendere le frontiere. E che le terre conquistate producessero per Roma, tenendosi per loro non più che gli avanzi. Ma quest’oro come se lo procuravano? Conquistando nuove terre e saccheggiandole. Espandendosi. L’Impero romano, per sopravvivere, doveva crescere. La crescita prima di tutto dunque, interessante no?

E crescere significava semplicemente appropriarsi con la forza delle risorse di altri popoli, per poter mandare avanti un carrozzone che da solo non si sarebbe mosso di un dito. Era un Impero drogato, dipendente dall'oro e dalle conquiste di nuove terre, dalla sottomissione di nuovi popoli. Ricorda molto da vicino un nostro tipo di dipendenza, quella da petrolio.  Anche oggi ci espandiamo, con guerre manifeste o mascherate, per soddisfare questa nostra assuefazione e mantenere in moto l’economia petrolizzata. Una macchina che senza oro nero non girerebbe più: campi senza frutto e ridotti a deserti, strade vuote, supermercati vuoti, luci e acqua razionate... il collasso della nostra civiltà così come la conosciamo.

Ma prima di parlare di collasso, occorre definire di che cosa si tratta. Nell'articolo si riprende una definizione illuminante data da un antropologo studioso di collassi di civiltà, il dr. Joseph Tainter. Il dr. Tainter definisce il collasso come “la perdita di complessità di un sistema”. Bellissima definizione, chiarissima. Quando una società collassa, vuol dire che è costretta a diventare più semplice. Vista così, non è poi tutto sto ché no? Le società reagiscono agli stimoli esterni, alle crisi, e lo fanno normalmente aumentando la loro complessità, dotandosi di leggi e strutture più dettagliate e comprensive. Lo fanno per mantenersi in equilibrio sopra il baratro. Arriva però un momento in cui questo aumento di complessità non produce più nessun ulteriore beneficio per la società. Anzi, quando lo sforzo per mantenere in piedi la baracca così com’è (senza nemmeno più espandersi) non viene ripagato da un guadagno... allora è quando una società collassa. Semplice ed efficace. Si torna indietro, un bel po’ magari, fino al punto in cui il sistema è in grado di auto-mantenersi e perfino di creare un surplus, per cui conviene ancora alzarsi la mattina e faticare. Altrimenti che lo facciamo a fare?

Bene, per l’Impero romano questo momento giunse quando non poterono più espandersi, o non gli conveniva più. A nord i Germani erano tipi troppo tosti e troppo poveri da combattere per quel poco che potevano offrire. A ovest c’era l’Oceano. A est i Persiani avevano un esercito sconfinato. A sud c’era il deserto. Risultato? Niente più oro e ricchezze facili, la macchina si ferma e ci si rende conto che senza poterla più alimentare per andare avanti, non vale nemmeno più la pena mantenerla in piedi. Collasso. Si semplifica signori.
La cosa affascinante è che la riduzione di complessità a guardarla bene fu molto simile a quella che ci potremmo aspettare oggi, dovesse succedere una cosa del genere: decentralizzazione del potere, i militari che tornano da frontiere lontane per difendere i nuclei abitati, il ri-sincronizzare produzione e consumo di risorse. In altre parole, il medioevo. Con i suoi feudi e le sue città fortificate, con la sua economia cittadina autosufficiente, senza la burocrazia imperiale.

Non che debba succedere anche a noi, ma almeno analizziamo la cosa fuori dai denti: i romani dipendevano dall'oro, noi dal petrolio. Nessuno dei due possiede abbastanza di quel di cui più ha bisogno. Entrambi siamo quindi destinati a crescere ed espanderci per poter sopravvivere. Entrambi ci siamo inventati una bella scusa per sottomettere i poveri barbari: loro esportavano la cultura, noi la democrazia. Entrambi per mantenere il controllo tendiamo ad accentrare il potere aumentando la burocrazia e l’inerzia del sistema. Non basta per farsi delle domande?
Per di più: si potrebbe pensare che cause simili per problemi simili lascino intravvedere soluzioni altrettanto simili. Già oggi in molti, compreso il sottoscritto, sostengono la necessità per la nostra società di tornare alla localizzazione, al decentramento del potere e della gestione diretta della propria sovranità, al consumo legato alla produzione, entrambi locali. All'affievolire quantomeno la dipendenza dalla droga che mantiene in vita la nostra società, prima che finisca per davvero.

Per i romani la soluzione, forse loro malgrado, fu il medioevo. Per noi invece? Il fatto poi che il medioevo sia generalmente considerato come un periodo buio della storia occidentale, a torto o a ragione, non dovrebbe trarci in inganno, ma farci fare un passettino ancora in più. La storia e la fisica seguono semplicemente il loro corso. Forse i sistemi sono inesorabilmente destinati a collassare, arrivati a un certo punto. Forse è inevitabile, è il modo che il mondo ha per mantenersi in equilibrio. Fatto sta che a vederlo in anticipo, al contrario di quanto fecero i romani, magari si potrebbe reagire in qualche modo che renda la transizione verso quella società più semplice un po’ meno traumatica. Si potrebbero evitare cose tipo il sacco di Roma, strade divelte, case in fiamme, razzie, stupri eccetera. Si potrebbe perfino sperare che quella perdita di complessità che ci aspetta si possa ridurre. Magari loro avrebbero potuto salvare qualche antica sapienza, qualche opera d’arte, qualche libro in più.

Non lo sappiamo. Però sappiamo tante altre cose, e varrebbe la pena di pensarci, di farsi domande del tipo: a che punto siamo? A che punto è la nostra società sull'autostrada che l porterà inevitabilmente al collasso? Possiamo almeno frenare prima di schiantarci contro quel muro?
Io, e come me tanti, tantissimi altri, credo di sì. Ma credo anche che per riuscirci c’è bisogno di aprire gli occhi e vederlo, quel muro. E di tenerli sempre bene aperti, mentre iniziamo a pigiare sul quel freno, che è ora.



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Per chi volesse approfondire (tutto il materiale è in inglese):

  • L’articolo di U. Bardi (versione corta, versione estesa)
  • Un altro interessante articolo sul tema: “How civilization falls, a theory of catabolic collapse - J. M. Greer, 2005”
  • Video di una conferenza di J. Tainter “Why societies collapse  (and what it means to us)”, International Conference on Sustainability: Energy, Economy, and Environment, 2010.




sabato 28 aprile 2012

Mettiamo in chiaro un paio di cose


Mettiamo in chiaro un paio di cose. Il compito di uno Stato é quello di salvaguardare e promuovere il benestare dei suoi cittadini. Se non lo fa, viene a mancare il motivo stesso della sua esistenza. Il che non significa caos, significa semplicemente chiedersi se valga la pena considerare un altro tipo di organizzazione, magari piú locale, magari di taglia ridotta, magari piú solidale.
Nel caso italiano, i cittadini da salvaguardare sono i piú di 60 milioni da Trento a Ragusa, non solamente i pochi ricchi speculatori, i cosiddetti poteri forti o le solite banche commerciali grazie ai quali ci ritroviamo come ci ritroviamo. Attori di un sistema di sviluppo che, semplicemente, non funziona e va cambiato. Un sistema di sviluppo basato sulla crescita, sul libero mercato e sul commercio mondiale. Sulla finanza e sulla speculazione. Sul mondo delle menzogne mascherate piú che sul mondo reale. Se davvero vogliamo mettere i puntini sulle i, la prima cosa da fare é renderci conto che – non lo si ripeterá mai abbastanza – si sono privatizzati i guadagni mentre sono le perdite quelle che si stanno socializzando.

Mettiamo in chiaro un paio di cose. Quello che sta succedendo in Europa é criminale, ma a ben vedere non é la prima volta che lo si fa. Sono pratiche ben consolidate, é solo la prima volta che entrano nel giardinetto di casa nostra. Prima erano lontane abbastanza da poterle ignorare e continuare a vivere nella nostra bollla felice. Scene del genere sono state la quotidianità nei paesi del sud del mondo sin dal secondo dopoguerra. È una guerra mascherata, senza armi ma pur sempre una guerra. E guerra significa principalmente guadagni, per chi la fa. Guerra significa portare la distruzione sul territorio nemico, lontano da casa propria.
Il meccanismo é molto semplice. Succede che qualcuno si rende conto che il vicino scemo ha un’immensa ricchezza sotto i piedi e gliela vuole fregare sotto il naso. Allora si studia una bella supercazzola per fargli capire che, in realtá, lui lo puó aiutare ad usarla – quello si – per il bene della propria gente. Allora il vicino scemo, che scemo non é ma magari solo ingenuo e in buonafede, accetta e lascia entrare gli scagnozzi del vicino furbo in casa sua. Viene fuori che sti lavori hanno un costo e che bisognerebbe ripagare chi li fa, al che il vicino furbo ha un’idea brillante e solidale. Guarda non ti preoccupare, dice al vicino scemo, io ti faccio i lavori e tu mi ripaghi con una parte della stessa ricchezza che stiamo tirando fuori. Piú un certo interesse. Finisce che in un modo o nell’altro il vicino scemo si lascia bucare e insozzare tutto il giardino, tanto che i suoi bambini nemmeno ci possono piú giocare, e tutto quello che tira fuori lo deve dare al vicino furbo per ripagare il debito contratto.  Ma non é abbastanza, perché a quel punto i bambini - che non ci possono giocare piú nel giardino - qualcosa dovranno pur fare, ma non si sa bene cosa. E allora arriva un amico del vicino furbo – furbo anche lui – e dice senti, io ti presto dei soldi per montare dietro casa tua un orticello di pomodori di superqualitá come se fosse antani, cosí almeno i tuoi poveri bambini scemi possono tenersi indaffarati e tu poi pomodori li puoi pure vendere al mercatino ai tuoi altri vicini. Che te ne pare? Vah, visto che sono proprio buono, assieme alla fabbrica ti ci costruisco pure un ospedale...lo so lo so, ma non mi devi ringraziare! Noi vicini furbi siamo fatti cosí, abbiamo il cuore tenero. Ecco allora che il vicino scemo, dall’avere un bel giardino su cui far giocare i suoi bambini belli contenti, si sta indebitando due volte e con due vicini diversi – in combutta tra loro – in fin dei conti per farsi distruggere il giardino lasciando tutta la sua ricchezza a qualcun’altro e mettendo i suoi bambini a lavorare per tirar fuori tonnellate di pomodori da vendere per due soldi a qualcun altro ancora. Il fatto é che per ripagare sto debito che si é preso, i pomodori li deve vendere tutti e gli rimangono appena due soldi per comprare quello che serve a lui e i suoi bambini per campare. Morale della favola: il vicino scemo si trova costretto ad ammazzarsi da coltivare pomodori, per poter ripagare il debito contratto coi vicini furbi mentre questi gli fregano da sotto il naso la sua ricchezza e gli comprano i pomodori per due soldi rivendendoli a tutti i supermercati del paese. Ma ancora non basta, e siccome sto debito non si ripaga mai – gli interessi aumentano e aumentano – i vicini furbi iniziano a fare gli scontenti e convincono il vicino scemo che sti bambini scemi, insomma, potrebbero anche lavorare un po’ di piú e smetterla di frignare tanto no? E allora via cosí... cornuti e mazziati.
Questa é la storia dei paesi del sud del mondo. Sostengono la nostra economia e il nostro stile di vita sregolato e consumistico. Se nei supermercati ormai si trova di tutto e costa sempre meno, il costo nascosto é proprio il sudore della loro fronte, la fame dei loro figli e la falcidiazione dei loro diritti. Il costo che non stiamo pagando é la loro vita, le loro tradizioni e la loro cultura rubate. Sono costretti alle monoculture intensive che gli lasciano poco o niente da mangiare perché devono vendere tutto sui mercati internazionali, con la conseguenza che l’autosussistenza per queste persone é ormai un sogno sbiadito, e che devono comprare tutto quello di cui hanno bisogno – perfino ció che essi stessi producono – diventando soggetti alle fluttuazioni dei mercati delle materie prime, che essi chiaramente non controllano. Succede che alla fne della giostra, non hanno piú da mangiare. Sono nostri schiavi.
Nel frattempo le grandi multinazionali saccheggiano le loro risorse naturali traendone benefici incredibili che si volatilizzano sui mercati finanziari senza passare in gran parte per l’economia reale, quella che da per davvero da mangiare alla gente. Allo stesso tempo muovono i fili di organizzazioni come la Banca Mondiale o il Fondo Monetario Internazionale, che prestano soldi agli stessi paesi che sfruttano a tassi di interesse che rendono il debito impagabile, pretendendo di influenzare le politiche di questi paesi per umentarne la produttivitá a scapito dei diritti umani.
Quando si parla di politica capitalistica neo-liberista, si parla di questo.  Quando si parla di debito si parla di questo. Quando si parla di poteri forti, si parla di questo. Si parla di queste imprese che sfruttano la gente semplice, i cui vertici sono gli stessi che controllano la finanza e la politica internazionale. Noi occidentali siamo gli artefici di tutto questo, ed ora ci sta tornando indietro come un boomerang.
Ormai infatti non basta piú sfruttare il giardinetto di casa del vicino, non ce n’é piú abbastanza... come un cancro impazzito, questo sistema si sta rivoltando alla gola stessa di chi gli dava da respirare in passato. La cara vecchia Europa. Certo, iniziamo dalle periferie... ogni infezione inizia dalle periferie, perché quando poi arriva al cuore, sopraggiunge la morte. Iniziamo allora dai greci, dagli irlandesi, dai portoghesi, dagli spagnoli, dagli italiani...
Rendiamo questa gente scema, in modo che siano sempre piú manipolabili. In modo che credano alle nostre promesse fasulle. In modo che credano davvero che vale la pena tenere duro e tirare la cinghia, perfino ritagliare i propri diritti per un ipotetico futuro migliore. Diamogli il mito della crescita. Facciamoli sognare. Facciamoli faticare e morire poco a poco, non chiamiamolo sacrificio peró, qua serve una trovata nuova. Chiamiamolo austeritá, cosí sembra che in realtá si stia solo correggendo una precedente attitudine sbagliata... spreconi prima, austeri poi. Suona molto meglio che sovrani prima, schiavi poi.

Mettiamo in chiaro un paio di cose. Qui qualcuno muove i fili del gioco e ci sta schiacciando. Poco conta dopotutto che ce ne rendiamo conto – come sempre – solo adesso che arriva nel nostro giardinetto. I sintomi ci sono giá tutti: agitare lo spettro del debito da ripagare, di uno Stato che Stato non é piú ma diventa una impresa privata che per mancanza di guadagni deve contenere la spesa, del dover cedere piú poteri all’Europa, del fare scarifici perché l’Europa ce lo chiede...
Tagli all’educazione per farci sempre piú scemi, controllo dei media per darci a conoscere sempre meno, tagli alla sanitá per renderci piú deboli, precariato lavorale per renderci schiavi ricattabili e privarci di ogni futuro.  Mito della crescita per abbagliarci con qualcosa che non arriverá mai e che, in realtá, sarebbe anche dannoso tornasse. Crescere, siamo giá cresciuti abbastanza. Anche troppo.

Come fare? Siamo davvero perduti? Mettiamo in chiaro un paio di cose, io credo di no. Credo che questi signori che muovono i fili del mondo non cambieranno mai, perché non gli conviene. Credo che siano sempre gli stessi sia che guardi nel mondo economico e della finanza, nei consigli di amministrazione delle grandi imprese, nelle banche, nelle organizzazioni sovranazionali, nella politica di ogni colore. Credo peró, che questi signori sono morti senza di noi. Credo che siamo noi che li teniamo in vita dopotutto, seguendo alla cieca quello che ci dicono di fare, adottando lo stile di vita che vogliono per noi per continuare – loro – a prosperare.
Credo che per risolvere un problema bisogna prima di tutto prenderne coscienza, per cui facciamolo. Sebbene possano controllare i media, ancora non possono controllare internet, sebbene ci stiano provando (vedi i tanti disegni di legge che governi di tutto il mondo stanno cercando di far passare per mascherare la censura come lotta alla pirateria e salvaguardia del diritto di autore...SOPA, PIPA, ACTA e compagnia bella). E allora informiamoci e apriamo gli occhi. E chiamiamo le cose col loro nome. Non austeritá, ma riduzione dei dirittti civili e schiavismo mascherato. Pensiamo ad un altro mondo, in cui non serva crescere per stare bene. Diventiamo autosufficienti il piú possibile, perché la nostra vita torni ad essere nelle nostre mani, che sono le uniche che davvero possiamo controllare.
E smettiamola, smettiamola, col consumismo sfrenato. Rendiamoci conto che abbiamo nelle nostre mani il potere piú grande di tutti, il consumo selettivo. Non ce ne rendiamo conto, ci sentiamo insignificanti di fronte a poteri di questa invergatura, ma se davvero inziassimo a dirigere il nostro consumo verso criteri piú responsabili... quello si che sarebbe un voto importante. Un voto che potremmo esercitare piú volte al giorno, e non solo una volta ogni 4 o 5 anni. Rendiamoci conto che abbiamo il potere di cambiare le cose. Rendiamoci conto anche che questo potere, questa volontá, puó solo venire dal basso. Dagli sfruttati, dai condannati alla miseria, da quelli che credono scemi, dalle vite sprecate. Perché dall’alto non verrá mai, inutile aspettare.

Mettiamo in chiaro un paio di cose. Io non sono disposto a lasciarmi shiavizzare, e ho cominciato da qui. A parlare e condividere quello che penso e quello che leggo.  A documentarmi e cercare di avere cura del mio comprtamento quotidiano, di quello che compro e di come lo faccio. A fare di tutto per cercare di diventare meno dipendente da cose che non posso controllare. La strada é lunga e faticosa, e la deriva utopica é sempre lí, a portata di mano. Ma credo che sia l’alternativa piú reale che abbiamo.

Mettiamo in chiaro un paio di cose. È finito il tempo di delegare le proprie responsabilitá. Ognuno si prenda la sua. Ognuno sia consapevole e responsabile delle proprie azioni. Ognuno si informi per capire cosa sta davvero succedendo. E cosa é sempre successo.

Mettiamo in chiaro un paio di cose: non é niente di nuovo, ma questa volta sta toccando a noi. E abbiamo il potere di fermarlo se davvero vogliamo.

Capire per agire.

Agire per cambiare.



venerdì 9 dicembre 2011

Il mito della crescita


È ora di iniziare ad andare a fondo sulle questioni che contano.

Parliamo di crescita. Parliamo del mito della crescita.

Prima di tutto vi consiglio di vedere questo video, se non l’avete ancora fatto.


Introduce molto bene cose che qui vorrei riprendere. Vorrei cercare di farlo nella maniera più logica e semplice possibile. Senza usare nessun concetto astruso con lo scopo di invogliare a prendere le cose per oro colato. Non serve, qui vorrei che ognuno riflettesse con la propria testa. Poi vedremo se quello che si dice avrà senso o no.

La premessa è che come specie umana viviamo su un pianeta che, per grande che sia, è pur sempre limitato. E limitate sono la stragrande maggioranza delle risorse che esso ci può offrire. Quelle che usiamo di più, le fondamenta del nostro sistema di vita. Altre, che paradossalmente usiamo molto meno, sono invece rinnovabili.
Il mantra delle risorse rinnovabili andrebbe visto in prospettiva. La rinnovabilità é, come moltissime altre cose, un concetto del tutto relativo. Non un attributo in sé. Va infatti definito in base al ritmo con cui quelle risorse si producono e si consumano. Se le consumiamo ad un ritmo piú lento di quello cui si producono, le risorse sono rinnovabili. Altrimenti no. Tutto qui. Se usassimo il petrolio solo per lavarci i denti, forse potremmo considerarlo una risorsa rinnovabile. Purtroppo, peró, dal petrolio dipendono non solo i combustibili per i trasporti, ma anche tutti i processi industriali, l’industria farmaceutica, l’industria petrolchimica (appunto), i pesticidi e l’industria delle materie plastiche. E state pur certi che me ne sto dimenticando qualcuna. In pratica tutto quello che ogni giorno vi passa tra le mani, o tutto quello che fate ogni giorno, dipende – in piú di un senso – dal petrolio.  Il vero perno dell’economia e della vita moderna. Petrolio che tarda milioni di anni in prodursi. A vederla così non sorprende più di tanto che la necessità di petrolio muova guerre e determini tutti gli scenari strategici geopolitici come su un tavolo di risiko.

Dunque viviamo su un pianeta limitato, di risorse limitate, che in ogni caso un giorno finiranno. Lasciamo ora perdere il fatto che, già prima che finiscano, il solo fatto che siano scarse, limitate, genera tensioni e soprusi da parte di chi vuole, o puó, accapparrarsele per sé. Per il proprio bene privato. Facciamo finta di niente. Chiediamoci qui solamente quale, in uno scenario di limitatezza come quello che viviamo (ma del quale non sembriamo affatto accorgerci) potrebbe essere una strategia sensata per gestire al meglio la situazione.

Una crescita sfrenata e a tutti i costi? Da un punto di vista di pura logica, direi proprio di no. Ma da dove nasce allora questa dipendenza, questo affanno da crescita?

La nostra pseudo-economia é completamente scollegata dal mondo fisico in cui, tuttavia, continuiamo a vivere. Non si rapporta in alcun modo alla quantità di risorse disponibili per le attività che facciamo, venendo meno al suo ruolo primario di economia stessa: la loro gestione strategica. Il tutto é stato soppiantato dal concetto di denaro, concetto artificiale e non naturale. Inventato dall’uomo. Una volta poteva aver senso come concetto, ma ci si è andati gradualmente dimenticando del perchè è stato introdotto...ed è successo che il mezzo è diventato il fine. Quello che ci viene continuamente dato in pasto per farcelo accettare, è la chimera del progresso. Il progresso? Un concetto nobile che è stato distorto, tant’é che non si sa nemmeno piú di cosa si parla. Il progresso rappresenta quel processo che porta al miglioramento della condizione umana. Il progresso così come si intende oggi equivale invece puramente alla necessità di aumentare la produzione di beni e servizi, alla quale si suppone sia collegato il miglioramento della qualità della vita. L’idea che ci vendono e che all’aumentare le possibilità di scelta aumenta la qualità della vita. All’aumentare la quantità di cose che possiedi o di servizi di cui puoi usufruire, migliorerà la qualità della tua vita. Falso. Pensate solo a cosa significa avere troppe scelte nel quotidiano. Pensate quanto tempo sprecato per fare scelte futili su questioni completamente irrilevanti. Quanto tempo sottratto a questioni che importanti lo sono davvero. L’eccessiva possibilità di scelta ci porta in realtà alla paralisi: possiamo tutto ma facciamo niente. E pensate alla mole di oggetti che quotidianamente, e soprattutto in questi giorni di tranche pre-natalizia, siamo spinti a comprare. Tante volte, troppe, si tratta di cose che non ci servono, che nemmeno vogliamo. Pazzia consumistica. In ogni caso, ad ogni acquisto inutile o no, contribuiamo al deperimento delle risorse, allo spreco di energia, all’inquinamento, all’aumento dei rifiuti e, collateralmente, molto probabilmente allo sfruttamento immorale del lavoro di qualcuno e al peggioramento della sua qualità di vita. E all’arricchimento indebito di qualcun’altro. Ooops.

Ma perchè l’economia deve crescere? Qual é il vero bisogno? Chi l’ha deciso, da dove nasce quest’idea? È un prodotto dell’attuale sistema monetario. Un prodotto di qualcosa deciso dall’uomo. In questo sistema entità private producono denaro prestandolo con un interesse agli stati e, quindi, creando debito. Un debito che non puó esser ripagato perché non esistono in circolo i soldi per pagare gli interessi, a meno che le stesse entità private ne producano ancora. E con esso, va da sé, ulteriori interessi da pagare. Non é molto diversa da una forma di usura.

Tu produci 10 e me li presti chiedendomi 11. “Dove te lo vado a prendere quell’1 extra,scusa?” “Non ti preoccupare, te lo presto io per 1.1.” “Ok, a questo punto ti devo 12.1 ma ne ho solo 11...”

È cosí che gli stati si indebitano e, con loro, noi tutti. Ogni banconota in circolazione rappresenta una percentuale di debito. Se non é tuo, sará di qualcun’altro. I cittadini, da parte loro, si indebitano con le banche. Per poter ripagare il proprio debito i cittadini, cosí come gli stati, devono produrre ricchezza. Far fruttare quei 10 in qualche modo per poter ripagare quei dieci piú gli interessi e, magari, conservare anche qualcosa per sé. Da qui la necessitá di avere un economia in costante crescita. Da qui la necessitá di avere una societá che consumi. Di avere l’economia in movimento. Se tu compri e spendi, qualcuno guadagna. Finché tutto gira va bene, piú o meno. Quando qualcosa si ferma il sistema va in tilt. Come in questi giorni che siamo chiamati a vivere.
Il lato B di questo sistema é che tende a concentrare la ricchezza. Alla fine della giostra, questo continuo scambio di debito accumula la ricchezza nelle mani di pochissimi. Quelli che il soldi li stampano, o i loro amici stretti. Quella stessa ricchezza originalmente intrinseca nelle risorse naturali, quindi di proprietà di tutti e nessuno, distribuita piú o meno equamente su tutto il pianeta. La scoria di questo sistema invece, il debito, che per ragioni intrinseche al sistema stesso che lo genera puó solamente continuare ad aumentare, si diffonde come un cancro verso i livelli piú bassi della società. Da qui i milioni di bambini che muoiono di fame. Non é che non hanno da mangiare, é semplicemente che non gli lasciano niente. E non possono mangiare debito. A volte riusciamo a nasconderlo provvisoriamente sotto il tappeto, facendo finta che non ci sia solo perché l'abbiamo affibbiato a qualcun'altro. Altre volte, infatti, succede che il giochino non basti più e ci esploda di colpo tutto in faccia. E allora anche noi uomini della strada ci rendiamo conto che, in realtà, avevamo un problema, ma non ci avevamo mai pensato sul serio. In questo senso occorre rendersi conto di come davvero non sia un problema nazionale, o locale, ma globale. 

Il problema sembrerebbe quindi risiedere nello stesso sistema che diamo per scontato. Ci siamo cosí abituati che non vediamo nemmeno piú il problema. Non riusciamo nemmeno ad immaginare come si potrebbe vivere senza soldi. E senza interessi. In realtà una cosa così piccola come gli interessi riesce ad avere effetti cosí globali. Un vero e proprio cataclisma.

Abbiamo iniziato a correre per un motivo. Continuiamo per abitudine. Come dei criceti ammaestrati. Sotto lo sguardo compiaciuto e invisibile di chi si diverte a nostre spese. Senza preoccuparci di dove andiamo. Finchè, forse, sarà troppo tardi.

Il contrasto lampante tra oltraggiosa ricchezza ed estrema povertà, con l’ingiustizia planetaria che ne deriva, non é peró l’unica controindicazione a questa sete di crescita e di consumo. Un’altra, ben piú grave forse, è il modo in cui questo sistema consuma le risorse finite della Terra. Producendo masse di rifiuti e inquinamento per avere in cambio niente. O meglio, per avere più debito e cose futili che realmente non ci servono. Consumiamo continuamente risorse finite, senza renderci veramente conto della loro preziosità. Senza chiederci il perché, o se ne valga davvero la pena. Come entrati in un circolo vizioso, in cui sono le nostre stesse balle ad assuefarci. Non ci rendiamo conto che tutto questo non é sostenibile. Sostenibile non é una bella parola priva di significato in bocca a qualche ambientalista hippy. Significa semplicemente che non ce lo possiamo permettere, se vogliamo continuare a vivere. Se non vogliamo estinguerci come specie. Transcinando nel baratro assieme a noi, peraltro, migliaia di altre specie innocenti. Continuiamo a consumare risorse senza criterio. Ancora prima che si esauriscano, la loro scarsezza in aumento determina una sempre maggior aggressivitá e violenza da parte dei potenti per poterne usufruire: aumentano le guerre. Morte e soprusi. Inguistizie planetarie.

In poche parole, ci é stata assegnata una possibilitá e la stiamo letteralmente sprecando. Le leggi naturali non si possono cambiare. Quando non ci sará piú acqua da bere, non ce ne sará piú. Quello che si possono cambiare sono le leggi dell’uomo. Quelle fatte da lui. Come questa pazzia generalizzata della crescita economica a tutti i costi.

Qual’é la soluzione?

La soluzione è prima di tutto, capire cosa sta succedendo. Essere consapevoli di quello che abbiamo davanti.  Di cosa ci aspetta. Che il problema vero non è lo spread. Non é la recessione.

Poi, proporre ed elaborare una alternativa. Anche se non se ne sente parlare, modelli alternativi esitono e sono quotidianamente discussi e migliorati. In alcuni casi idee piuttosto vecchiotte, elaborate in tempi non sospetti da gente abbastanza onesta da riuscire a (pre)vedere la realtá delle cose. Da riuscire a (pre)vedere l’insostenibilità di questo sistema.
Un’alternativa non puó prescindere dal fare a meno del mito della crescita. Nel sistema in cui viviamo, deve rispettarsi quello che viene definito equilibrio dinamico, volto al raggiungimento di un economia stazionaria. Un sistema che si adatta a quello che ha, in ogni momento, in modo da mantenere un equilibrio tra produzione e consumo. Tra l’uso delle risorse e il loro rimpiazzo. Un sistema in grado di mantenere dimensioni accettabili da poter continuare a vivere su questo pianeta. In mutuo rispetto. Potremmo definirla un Economia Basata sulle Risorse (Resource Based Economy), piuttosto che sul denaro.

Torniamo alle leggi naturali. Torniamo alle cose vere, a quelle che importano.

Torniamo a vivere in armonia col nostro pianeta. Non possiamo vivere senza di esso, non dimentichiamocene. 






sabato 5 novembre 2011

Oria d'aria fritta



Ultimamente si fa un gran parlare di economia. Mi chiedo come mai.

Il problema quando si parla tanto di qualcosa, è che uno finisce per dimenticarsi il punto si partenza della discussione. Da dove eravamo partiti?

Economia, dal greco οἴκος (oikos), "casa" inteso anche come "beni di famiglia", e νόμος (nomos), "norma" o "legge": “scienza che studia l’utilizzo di risorse scarse per soddisfare al meglio bisogni individuali e collettivi contenendo la spesa”.  
Su questo direi che possiamo essere piú o meno d’accordo.

Facciamo ora lo sforzo di analizzare l’attinenza di questa definizione con quello di cui tanto si parla.



Prima di tutto: mi sembra utile centrare la discussione sull’economia umana, ossia quello che noi esseri umani cosideriamo il modo migliore per soddisfare i bisogni legati alla sopravvivenza e al benessere della nostra specie. Uno strumento che usiamo egoisiticamente e utilitaristicamente per il nostro bene esclusivo.
Non si tratta di una precisazione inutile, dato che dalla definizione generale non è affatto chiaro di quale tipo di individui parliamo, nè di quale tipo di comunità. Potermmo parlare di un ristretto gruppo di persone o, all’estremo opposto, di tutto il regno animale, o perfino di tutta la biosfera. Le cose cambierebbero notevolmente, in quel caso. Si tratta del concetto di simbiosi, ma di questo forse meglio parlare un’altra volta per non mettere troppa carne al fuoco.

Parliamo quindi di economia umana. Ora, visto che tutti gli esseri umani abitano nello stesso posto, comunemente noto come pianeta Terra, possiamo circorscrivere abbastanza il ragionamento sulle risorse: sono quelle contenute dal pianeta.
L’unico modo in cui ha senso parlare di economia umana, é quindi facendo un discorso a livello globale.



Definiamo ora il concetto di risorsa: il senso comune ci dice che è risorsa qualsiasi cosa possiamo usare per fare qualcosa. Possiamo distinguere principalmente tra risorse naturali, tra cui materie prime e risorse energetiche, e risorse umane.

Le risorse umane sono incredibilmente importanti, il fondamento della nostra civiltà direi. Sono le nostre capacità, quello che ci permette di fare ciò che facciamo. Più persone, più risorse umane. A livello globale quindi potremmo dire che le risorse umane aumentano con la popolazione mondiale. Qui peró trascuriamo un fatto estremamente importante, cioè il loro carattere emergente. In altre parole se in matematica uno piú uno fa due, in genere in biologia non funziona cosí. Dall’unione di strutture uguali in una superstruttura normalmente emergono proprietà che prima non esistevano. Pensate a quello che puó fare una persona; pensate a quello che puó fare un gruppo di persone che si organizzano tra loro. Non c’é paragone. Il concetto é conosciuto come proprietà emergenti. Vale la pena approfondire il concetto, ma forse meglio rimandare anche questo ad un altro post.
La cosa chiara è che, se di scarso c’é qualcosa su questo pianeta, non sono di certo le risorse umane. Per lo meno secondo una prospettiva di utilizzo umano, che è quella che ci interessa.



E le materie prime? Mi sembra abbastanza ovvio che qui è un altro paio di maniche. Per il semplice fatto che il pianeta Terra è un pianeta, ne deriva che ogni risorsa che può contenere è per definizione limitata. Limitata non vuol dire necessariamente scarsa, ma vuol dire che va gestita perchè altrimenti prima o poi lo diverrà. A volte ce ne dimentichiamo, ma tra le materie prime rientrano anche l’aria che respiriamo e l’acqua.



Per quanto riguarda le risorse energetiche, invece, parliamo di qualcosa che potremmo considerare come una delle frodi più grandi della storia umana. Si tratta di una frode perpetuata, piuttosto recentemente per la verità, da un gruppo di esseri umani contro la totalità del genere umano che, forse a insaputa dei primi, li include.
Infatti, la stragrande maggioranza delle risorse energetiche utilizzate finora sono in realtà niente più che altre materie prime. Petrolio. Carbone. Gas naturale. Comunemente detti combustibili fossili, sono il prodotto della decomposizione durante milioni di anni di materia organica. Esseri viventi che crescono assorbendo l’energia solare (piante) o acquisendo energia già accumulata in altri organismi (animali). In ogni caso il tutto è riconducibile ad una conversione piú o meno lunga di energia solare in quello che si chiama energia chimica di legame, che si puó liberare molto facilmente semplicemente bruciando questi composti.  L’energia infatti non si crea nè si distrugge, si puó solo convertire da una forma ad un altra. Per via del ritmo estremamente lento con cui si originano queste sostanze, rispetto al ritmo con cui le consumiamo, vengono chiamate risorse energetiche non rinnovabili. Si tratta della nostra principale fonte di energia ora e, nonstante tutto, si prevede che continuerà ad esserlo ancora per molto tempo.
A queste possiamo aggiungere il nucleare che, dipendendo dalla disponibilità di una materia prima, l’uranio, è anch’essa per definizione non rinnovabile.

Il loro utilizzo si poteva giustificare in passato, vista la relativa abbondanza di materie prime e il fatto che non fosse tecnicamente possibile utilizzare risorse energetiche rinnovabili. Entrambe queste scuse ormai da qualche tempo non reggono più. Il progresso scientifico-tecnologico (vedasi proprietà emergenti delle risorse umane) ha reso possibile diverse tecniche per convertire in elettricità, la nostra moneta di scambio per veicolare l’energia, le risorse energetiche rinnovabili. Tra queste sono molto popolari il solare e l’eolico, ma ne esistono anche altre come il geotermico e l’energia marina (onde e maree). Possiamo includere tra le rinnovabili anche l’idraulico, visto che il ciclo dell’acqua si ripete constantemente e avremo piú o meno sempre acqua nei fiumi per riempire le dighe.
Si tratta di risorse che, su un orizzonte umano, NON sono limitate. In altre parole, dal momento in cui é diventato possibile utilizzare risorse energetiche rinnovabili sarebbe economico eliminare del tutto l’uso delle non rinnovabili. Lasciando quelle stesse materie prime ad altri usi che non siano la produzione energetica (e ce ne sono). Secondo la definizione di economia stessa.




Torniamo a questo punto al problema di definire l’economia umana ad un livello globale. Abbiamo visto che il cuore di questa scienza dovrebbe essere il modo in cui utilizzare efficientemente le materie prime, visto che risorse umane non presentano problemi di scarsità e che potremmo utilizzare fonti energetiche illimitate su questo pianeta.
Ho volutamente sostituito il concetto di “per soddisfare al meglio bisogni individuali e collettivi contenendo la spesa” con “efficientemente”, visto che mi sembra più facile da ricordare. Produrre il massimo consumando il minimo. Efficienza.



Fatto tutto questo discorso abbiamo finalmente ben chiaro il concetto di economia umana:

la scienza che studia come utilizzare efficientemente le materie prime a livello globale, per il bene del genere umano”.

Se volessimo riassumerlo in un concetto, sarebbe massimizzare l’efficienza.



Esattamente quello di cui si parla normalmente quindi. Economia.


O mi sono perso qualcosa?





Beh, nel sistema attuale economia letteralmente significa: massimizzare il profitto.
Niente più. Niente meno.

Perché massimizzare il profitto? Perché il nostro sistema si regge sulla necessità intrinseca di una crescita continua, dovuta alla necessità ben nota di ripagare gli interessi sul debito contratto. Debito personale, con la banche, oppure debito pubblico, sempre con la banche.
È il sistema monetario. Denaro prodotto da banche che lo prestano ad un certo interesse.
Per ripagare una somma maggiore di quella iniziale, si può solo farla crescere in qualche modo.

Come si massimizza il profitto? Attraverso la ben nota società dei consumi. Il classico far girare l’economia.
Ma cosa succede in un sistema del genere?

  • Beni e servizi devono continuamente essere prodotti e venduti se si vuole evitare il collasso. Questo implica necessariamente una limitazione della loro qualità, in modo che dovranno essere prima o poi sostituiti o riparati. Il che implica una limitazione artificiale dell’efficienza nell’uso delle risorse naturali.  Anti-economia.
  • Altra conseguenza è la continua produzione di rifiuti. Un inquinamento cronico intrinseco al sistema. Non conviene limitarlo se si vuole massimizzare il profitto. L’inquinamento riduce l’utilizzabilità delle risorse naturali. I rifiuti sono risorse andate perse. Anti-economia.
  • Una sistema di questo tipo trae inoltre vantaggio da uno stato di scarsezza cronica di beni e servizi. Limitando artificialmente l’offerta infatti, a parità o aumento di domanda, i prezzi aumentano. E con loro, a parità di costi, il profitto. Se ci fosse abbondanza per tutti invece i prezzi crollerebbero e con loro il profitto. In un sistema intrinsecamente schiavo della crescita continua, questo non è possibile. Il bene del genere umano in quanto tale non è conciliabile con la ricerca del profitto. Anti-economia.




Mi chiedo come mai siamo in crisi.



E di cosa sentiamo parlare ogni giorno.