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martedì 29 gennaio 2013

La crisi dell’euro é un film giá visto

Ho recentemente letto due articoli dei proff. Cesaratto e Bagnai sull’e-book “Oltre l’austeritá”, disponibile in maniera gratuita qui e che invito chiunque a prendersi il tempo di leggere. Si tratta di due articoli (al capitolo 2) che mettono in chiaro molti dei meccanismi che caratterizzano l’euro, e quindi le cause strutturali dell‘attuale crisi. Trattano della sequenza di processi macroeconomici che storicamente avvengono in un regime di libero mercato e deregolamentazione finanziaria nel momento in cui si adotta un regime di cambi fissi quale, appunto, una unione monetaria.


Puó sembrare complicato ma non lo é. Del resto io non sono di certo un economista. Consiglio quindi vivamente a chiunque di leggerseli, non fosse altro per evitare di farsi prendere in giro ogni giorno dai sacerdoti della liturgia economica. Una volta che si capiscono le cose non ci si fa piú prendere in giro. Capisco peró, sono sicuro, che non tutti troveranno né il tempo né la voglia di farlo. Mi pare peró che siano cose talmente importanti che voglio provare qui a fornire una versione stringata ed elementare di quanto viene descritto. Mi scuseranno i meglio informati per le approssimazioni o le inesattezze (errori direi di no, ma in ogni caso invito chi ne veda a segnalarli). Lo faccio con la speranza che spiegando queste cose nel modo semplice in cui io le ho capite, anche altre persone che hanno i miei stessi limiti possano capirle. Spero quindi possa essere considerato per quello che é: non una sostituzione ai due articoli, ma un tentativo di introduzione semplice, sintetica e il piú inclusiva possibile... con esortazione finale a leggerseli quei due benedetti articoli!


L’UNIONE MONETARIA HA SENSO SOLO SE DANNOSA

Un’unione monetaria sopprime in maniera forzosa le differenze di cambio tra valute, in modo da ottenere dei cambi fissi. I cambi normalmente oscillano per stabilire un equilibrio sui mercati tra aree strutturalmente diverse in termini di competitivitá economica. La svalutazione da parte delle aree piú deboli all’interno di un sistema di libero mercato é uno strumento che consente di assorbire gli shock che emergono proprio come effetto di queste differenze strutturali. Tali differenze includono sistema educativo, mercato del lavoro, sistema di previdenza sociale, produttivitá, stabilitá finanziaria etc.

Imporre una convergenza a valle di tutto questo tramite un’unificazione monetaria, senza cioé preoccuparsi di far prima convergere tutte queste differenze, puó in realtá solo peggiorare questi squilibri. Al contrario, cercando una integrazione di tutti questi aspetti a monte e passando per l’adozione di un bilancio federale volto a coordinare gli investimenti produttivi (es. in infrastrutture, ricerca...) per ottenere una redistribuzione di competitivitá economica a livello europeo, l’unione monetaria non sarebbe piú necessaria in quanto i tassi di cambio da sé giá convergerebbero.

Possiamo dividere l’eurozona in due macro-aree:
  •  paesi centrali (forti)
  •  paesi periferici (deboli)

I paesi centrali sono quelli che fanno riferimento all’area del marco, economicamente molto competitivi per via di una gran produttivitá (che ne favorisce le esportazioni) e per questo finanziariamente molto stabili. I paesi perfierici sono i cosiddetti PIIGS, meno competitivi e finanziariamente piú deboli.
Nel momento in cui aree cosí diverse adottano un regime comune di cambi fissi, all’interno di un sistema di libero mercato e finanza scarsamente regolata, si scatena una serie ben nota di “sfortunati eventi” che culmina in profondi periodi di crisi e nell’inevitabile collasso. Testimonianza di ció sono numerosi casi in cui paesi in via di sviluppo, agganciandosi a qualche regime di cambio fisso, sono stati costretti a dichiarare bancarotta. É evidente quindi come non ci sia nulla di casuale in tutto questo, a meno che non si voglia ignorare la storia.


SFORTUNATI EVENTI

1. Afflussi di capitali esteri dal centro alla periferia

In un regime di libero mercato e cambi costanti per i paesi del centro, molto produttivi e competitivi, diventa particolarmente conveniente prestare capitali ai paesi periferici, in quanto in questo modo possono
·         beneficiare degli interessi piú elevati che i paesi periferici “meno affidabili” sono soliti pagare
·         creare un mercato di sbocco per la propria produzione di beni in eccesso
Infatti gli efficientissimi paesi centrali a paritá di costo producono beni con piú qualitá, o a paritá di qualitá producono piú beni che quindi costeranno meno. Vedendo affluire capitali, le banche dei paesi periferici possono concedere crediti e quindi, visto che cresce la domanda aggregata (cioé la disponibilitá della gente a spendere), l’economia torna a girare. Inizialmente saranno le classi abbienti a spendere comprando beni di lusso importati,  il che aumenta ancora di piú l’afflusso di capitali esteri fino a che anche le classi meno abbienti potranno comprare beni di prima necessitá importandoli dall’estero.

2. Mancanza di investimenti produttivi e divergenza della competitivitá

Questa crescita drogata dagli afflussi di capitale estero spesso va ad alimentare una bolla immobiliare. Questo ha l’effetto di aumentare ulteriormente la domanda aggregata (visto che tutto l’indotto ne beneficia) e la crescita del mercato interno, senza peró riuscire ad aumentarne la competitivitá non rappresentando un investimento produttivo. Non riesce quindi a ristabilire l’equilibrio della bilancia commerciale (export-import). Continuano cioé ad aumentare le importazioni dei paesi periferici di beni prodotti nei paesi centrali, in quanto aumenta il divario di competitivitá. Il tutto reso possibile dal libero scambio su un mercato comune.

3. Inflazione e aumento del deficit commerciale

Questo ha come conseguenze un aumento dell’inflazione, dovuto al maggior potere di spesa nel paese periferico senza che la produzione sia aumentata, oltre che una ulteriore perdita di competitivitá economica: in un regime di cambi fissi infatti il cambio reale é dato dal tasso di cambio meno l’inflazione. Se l’inflazione aumenta il tasso di cambio reale diminuisce, il che di fatto rivaluta la moneta periferica e rende piú difficili le esportazioni di beni prodotti dal paese periferico. Pertanto, mentre le importazioni continuano ad aumentare, le esportazioni diminuiscono  col risultato che il saldo é sempre piú negativo e si entra in una spirale in cui servono sempre piú afflussi di capitale estero.

4. Aumento del debito estero

Ogni volta che qualcuno importa un prodotto dall’estero di fatto aumenta il debito estero. Debito estero significa debito di qualcuno (pubblico o privato) contratto nei confronti di terzi non appartenenti allo stesso stato. Inizialmente il debito é privato, in quanto contratto da banche private attraverso il sistema di pagamenti interbancario europeo, chiamato Target2. Funziona cosí:
Tu compri una mercedes, pagando con la tua carta di credito. La tua banca provvede a trasferire l’importo sul conto della banca tedesca. Il tutto viene peró mediato dalle relative banche centrali (Banca d’Italia e Bundesbank), e tra di loro dalla Banca Centrale Europea (BCE):

acquirente > banca italiana > Banca d’Italia > BCE > Bundesbank > banca tedesca > mercedes

le frecce indicano i flussi di capitale. Succede peró che le banche devono avere una certa riserva di liquiditá presso la banca centrale percui, seguendo lo stesso processo a ritroso, la banca tedesca che ora ha un surplus si offre di prestare denaro alla banca italiana che cosí puó tornare in pari con la Banca d’Italia e questa con la BCE. É contabilitá, ma é cosí che ogni volta che si compra un bene importato cresce il debito delle banche nazionali nei confronti di quelle estere.

5. Il debito da privato diventa pubblico

Il processo continua fino a che non emergono dubbi sulla sostenibilitá del debito e la banca rischia il fallimento. Visto che se le banche fallissero sarebbe un disastro per tutti i clienti della banca, normalmente lo Stato in quel caso si offre di salvare la banca accollandosi sostanzialmente il suo debito. É allora – e solo allora – che il problema inizia a riguardare il debito pubblico.

6. Collasso del sistema

Il tutto continua finché si arriva ad una situazione di palese insostenibilitá che provoca uno “stop improvviso”. In questo caso il paese periferico si dichiara in bancarotta. Storicamente coi paesi in via di sviluppo é qui che interviene il Fondo Monetario Internazionale, offrendosi come prestatore a condizione che vengano imposte politiche repressive di austeritá che garantiscano i creditori stranieri.
In una unione monetaria eistono due alternative percorribili:
  • Coordinamento fiscale: i paesi forti in avanzo aumentano il potere d’acquisto sul loro mercato interno, aumentando l’inflazione ed operando di fatto una rivalutazione che rende meno competitivi loro e piú competitivi i paesi periferici, invertendo cosí la situazione e fungendo da mercato di sbocco per le rinvigorite esportazioni dei paesi periferici (i paesi centrali trainano l’economia dell’unione agendo da locomotiva);
  • Integrazione fiscale: é quanto avviene ad es. negli USA (ma anche in Italia dopo l’unificazione), cioé il surplus delle regioni ricche viene ridistribuito verso le regioni meno sviluppate, utilizzandosi per investimenti produttivi.

Entrambe queste politiche sono di difficile attuazione nell’eurozona, in quanto sono palesemente in contrasto con le politiche perseguite da sempre dai paesi forti, in particolare dalla Germania.


IL MERCATILISMO TEDESCO

Da sempre il capitalismo tedesco si é beneficiato della propria grande produttivitá per arricchirsi perseguendo politiche mercantiliste, ossia cercando di vedere i propri prodotti all’estero piú che sul mercato interno. Per fare ció é necessario operare un contenimento dei salari al ribasso in modo da limitare i consumi del mercato interno e, quindi, l’inflazione. In un regime di cambio fisso ció corrisponde ad una svalutazione reale che avvantaggia sul piano delle esportazioni e permette di vendere all’estero le eccedenze di produzione. Tutto questo é ottenibile promuovendo una mentalitá diffusa, condivisa dalla classe lavoratrice, secondo cui le esportazioni diventano una sorta di orgoglio nazionale.

In questa situazione la Germania si trova costantemente con la bilancia commerciale in attivo, il che le consente di concedere prestiti ai paesi periferici e allo stesso tempo di crearsi un mercato di sbocco privilegiato, l’eurozona. Questo inoltre potenzialmente (col progredire delle politiche di austeritá imposte ai paesi periferici) puó offrirle manodopera a bassissimo costo, permettendogli di aumentare ulteriormente la propria produttivitá ed eventualmente competere sui mercati globali con le altre potenze commerciali emergenti come la Cina.


CONCLUSIONI

Si tratta di fatto di una tattica sleale – aver mantenuto artificialmente l’inflazione per larghi tratti al di sotto del limite stabilito per l’eurozona del 2% va contro gli accordi – ed egoista, in quanto si é visto come un paese forte come la Germania dovrebbe in periodi di crisi optare per politiche di segno opposto. In realtá quindi, piú che locomotiva, la Germania sta andando al rimorchio dei paesi periferici.

É logico che per essa tanto un coordinamento quanto un’integrazione fiscale non possono essere vantaggiosi, visto che annullerebbe questo gioco redditizio; una unione fiscale potrebbe invece esserlo, rappresentando un ricatto in base al quale in cambio di una ulteriore cessione di sovranitá ad autoritá sovranazionali, presumibilmente sotto influenza dei piú forti proprio come lo é ora la BCE, si metterebbero in atto dubbie politiche di solidarietá tra stati. Il tutto potrebbe in definitiva portare a una ulteriore perdita di democrazia e stato sociale nei paesi periferici, a beneficio dei paesi forti che disporrebbero di sempre piú manodopera a basso costo, creandosi di fatto un deserto produttivo attorno su cui basare la propria espansione globale.

In conclusione, l’UE é lontana dall’essere come dovrebbe una comunitá volta alla cooperazione di stati diversi per il raggiungimento di obbiettivi comuni, essendo in realtá sempre piú improntata alla competizione fratricida a beneficio dei piú forti. Piú che una unione, verrebbe da dire un’annessione.

Secondo quanto visto, l’euro é di per sé uno schiaffo della politica all’economia. Ignorando la storia (che quindi si ripete) e i suoi avvertimenti, ha rappresentato e rappresenta una scelta calata dall’alto e giustificata in maniera paternalistica ora dicendo che solo cosí si sarebbe vista come necessaria l’ulteriore unione fiscale e politica dell’Europa, altrimenti inaccettabile. Una scelta in cui lo stesso principio di autodeterminazione democratica cede il passo agli interessi privati.




domenica 28 ottobre 2012

The dark side of the euro


A volte, a ben scavare, uno si accorge che nel mondo succedono cose strane.


Basta considerare per un momento la questione dell’euro. Sará possibile, mi dico io, che gente comune che si occupa di economia in maniera non piú che amatoriale – come il sottoscritto –  riesca a dipingersi in mente un quadro chiaro del perché non si puó andare avanti, mentre gli eruditissimi e rispettatissimi tecnocrati che ci governano ad ogni livello (non solo in Italia) non riescono davvero a vedere il lato oscuro dell’euro?

Uno deve per forza pensare che sia malafede. O forse é solo un'estrema chiusura mentale che sfocia nell'idiozia? Probabilmente entrambe, ma in fin dei conti nessuna delle due. Dopotutto non dimentichiamoci che balliamo costantemente sui carboni ardenti del caos, che ci piaccia o no. Ma andiamo per gradi. Analizziamo prima brevemente il problema.


IMPORTANZA DELLA SOVRANITÁ MONETARIA

L’euro é la conseguenza dell’unione monetaria di piú paesi, ognuno dei quali é rimasto esattamente quello che era prima, meno il fatto che ora usa la stessa moneta degli altri. Non é quindi un’unione economica, fiscale, politica, né tantomeno culturale. Dio ci scampi. Solo monetaria. Ma giá basta e avanza.

Il poter gestire la propria politica monetaria é quello che per uno Stato si chiama sovranitá monetaria, ed é una cosa FON-DA-MEN-TA-LE affinché uno Stato possa definirsi tale. Il compito di uno Stato infatti, non mi stancheró mai di dirlo, é quello di fornire ai propri cittadini i servizi essenziali a garantirne il benessere e i diritti fondamentali. Non il pareggio di bilancio, ma benessere e diritti. Lo Stato infatti non é una famiglia che deve arrivare a fine mese coi conti a posto. E questo perché le famiglie usano la moneta, lo Stato la crea. E quindi non ha senso pensare che possa non averne abbastanza. Anzi, dovendo adempiere a quelle funzioni che gli spettano ed essendo l’unico in grado di creare moneta al netto, é proprio a lui che spetta spenderla prima di tutti. Deve quindi necessariamente avere i conti in rosso a fine mese. Ammesso che la moneta sia la sua e la controlli lui, appunto.

Ora il discorso che va per la maggiore é che in ogni caso se ne stampasse troppa finirebbe per materializzare quel temutissimo spauracchio che é l’iper-inflazione modello Repubblica di Weimar o Zimbabwe, ossia rialzo spropositato dei prezzi e crollo del potere di acquisto. In realtá la questione é molto piú complessa e non c’é un semplice legame diretto di causa-effetto tra immissione di liquiditá in un sistema e inflazione. Bisogna infatti vedere di che sistema stiamo parlando e per che cosa si usa quella nuova moneta.
Infatti non é che uno Stato immetta liquiditá nell’economia sparandola per aria, magari con un cannone spara-banconote (le monete farebbero troppo male credo). In realtá lo Stato prima di tutto si auto-finanzia per mettere in moto attivitá produttive e fornire servizi, il che attiva l’economia creando occupazione e quindi benessere. Poi finanzia le banche, che rilasciano crediti controllando che le credenziali dei richiedenti siano soddisfacenti (almeno in teoria, come ci insegna la storia recente), il che mette in moto altre attivitá produttive e cosí via. Non é quindi che i soldi si fiondano direttamente nelle nostre tasche di spendaccioni, ma prima passano attraverso il filtro della spesa pubblica e dell’occupazione. Fino a che il denaro circola nell’economia reale infatti, quella delle persone che lo usano per vivere, che é il motivo per cui esistono i soldi dopotutto, ció non puó che far un gran bene a tutti: tutti hanno da lavorare, con gli indubbi vantaggi sociali che ne derivano, tutti hanno da mangiare e da spendere il giusto per vivere bene. Se poi il potere d’acquisto aumenta troppo lo Stato puó sempre regolarlo per tempo aumentando un po’ le tasse. Ma non é che in origine le tasse servano allo Stato perché lui i soldi non ce li ha, visto che se li puó stampare da solo! Notate che in questo schema non esiste la parola speculazione, ossia il guadagno per guadagnare. É importante ricordarsi sempre che la moneta é infatti uno strumento, non un fine. Il suo uso deve quindi essere vincolato ad attivitá produttive o a fini sociali.

Ma mettiamo pure che la cosa ci sfugga di mano. Si guadagna tutti troppo e va a finire che i soldi non valgono piú granché. Quanto ci vorrá? Qualche annetto almeno? E fino a che punto nel momento in cui ci si rende conto di questa cosa non la si riesce a fermare? Non vale la pena provare piuttosto che morire giá di fame adesso per giocare al gioco del rigore monetario a tutti i costi? Ci rendiamo allora conto del perché una politica monetaria volta esclusivamente al controllo dell’inflazione (come é dichiaratamente quella della BCE) non ha senso? La politica monetaria é uno strumento preziosissimo per lo Stato, attraverso cui perseguire una piena occupazione e il benessere sociale. Non per controllare l’inflazione punto.


ALTRIMENTI?

La gestione in autonomia della propria politica monetaria é quindi fondamentale per permettere ad uno Stato di finanziarsi direttamente, senza ricorrere ad alternative controproducenti. É infatti essenzialmente nel momento in cui noi non abbiamo piú la nostra sovranitá monetaria che ci rimangono solo due strade per finanziare la spesa pubblica:
  1.  tartassare di tasse cittadini e imprese: in questo caso le tasse sí che servono a finanziare lo Stato, perché questo non emette piú la sua moneta e quindi la deve racimolare laddove ne trova. Va da sé che i cittadini spenderanno meno perché dovranno tirare la cinghia e le imprese perderanno capacitá produttiva, percui l’economia é destinata a rallentare;
  2. oppure indebitarsi presso privati (mercati finanziari), cui dovremo pagare interessi sempre piú alti nel tempo aumentando costantemente il debito pubblico, che é un vero debito solo nel momento in cui si contrae con dei privati. Non lo sarebbe in assoluto infatti se fosse contratto con la propria banca centrale, che é parte dello Stato stesso, percui l’uso stesso della parola debito sarebbe fuorviante.

Se la cosa sfugge di mano, va a finire che si arriva perfino a tagliare la spesa pubblica. Ma va? Suona quasi familiare...


CONCLUSIONE

Ora, é chiaro che se per un profano come me basta informarsi un po’ per mettere in fila queste cose, i nostri professoroni le sanno perfettamente sin dall’inizio. E allora? Cosa dovremmo pensare di lorsignori? Malafede o idiozia?

Come sempre, probabilmente la veritá sta nel mezzo. Nel senso che qualcuno con tutto questo sistema ci ha fatto dei gran soldi. Ricordiamo che un sistema di questo tipo taglia i servizi ai cittadini e li dissangua di tasse, il tutto per pagare gli interessi su un debito che lo Stato ha contratto con dei privati. Tagliando i passi intermedi, significa quindi prendere la ricchezza diffusa alla base e concentrarla nelle mani di pochi privati al vertice della piramide sociale.
Ma non vogliamo essere complottisti piú di tanto. Va riconosciuto infatti che esistono in questo mondo dinamiche cosí complesse che, pur a volerlo fortemente, sfuggono al nostro controllo. Puó essere quindi che come sempre queste cose siano diventate evidenti solo ora, ma non lo fossero prima. Ognuno puó mantenere il proprio grado di scetticismo di fronte a queste affermazioni – e il sottoscritto lo manterrá in toto – eppure dopotutto é cosí. Magari l’obbiettivo era proprio quello che ci hanno venduto in origine, ossia incrementare i commerci e il turismo in Europa beneficiando di una moneta unica. Ora, io capisco che a volte i turisti possano essere un po’ rincoglioniti e si sbaglino a fare due conti, ma devo dire che i commercianti (almeno quelli che di soldi ne muovono sul serio) credevo che almeno la calcolatrice la sapessero usare. Mi sembra quindi una scusa incredibilmente semplicistica, ma magari era molto piú articolata e complessa in origine e questo é solo quello che é stato venduto a noi popolo.

Lasciamo allora stare il passato, che passato resta e la dietrologia non serve a nulla. Quello che mi interessa veramente é il futuro. La domanda ora quindi é: perché tutti continuano a negare che le cose vadano strutturalmente male perché sono marce le regole del gioco a cui stiamo giocando? E perché, al farglielo notare, tutti insistono che queste regole non si possano cambiare? E qui allora mi dispiace, ma il passato torna di stretta attualitá. Perché il discorso é esattamente lo stesso: cui prodest? A chi conviene? A noi non conviene di certo, mi sembra chiaro. Di lacrime e sangue ne stiamo versando giá anche troppe, e mi pare che a ben vedere siano perlopiú innecessarie. Quindi dovremo davvero continuare a giocare a questo massacro per molto ancora? Quei signori incravattati che ci dicono che é impossibile cambiare le cose, ci sono o ci fanno? Perché essendo una convenzione umana, con che faccia ci dicono che non si puó cambiare? E perché? Malafede o pura e semplice idiozia?








domenica 30 settembre 2012

30 Settembre


Le acque si stanno alzando. La marea sta montando. Gente sfinita, che di alternative non ne ha piú. Gente esasperata, rassegnata. Disposta perfino a manifestare, assieme ai ragazzi. Dopo una vita che si pensava instradata, sicura, di quelle da potere dormire tra due cuscini. Eppure no. Si scende in strada di nuovo, si riempiono le piazze, si scandiscono gli slogan e si alzano gli striscioni come 50 anni fa. Ancora una volta.

Gente che di scelte da fare non ne ha mai nemmeno avute. Gente che si é sentita da sempre ripetere lo stesso ritornello. Accorgersi all’improvviso di non avere piú strofe da cantare quando arriva il tuo turno é dura, davvero dura. Prendi una manciata di quegli occhi azzurri sognatori e li butti nel sacco dei panni sporchi. Da lavare con la tua illusione. Non credere piú a niente, d’ora in poi.

Poi ci sono quelli che sono lí perché devono, ma di piangersi addosso non se ne parla. Quelli che non hanno voglia di aspettare che la cavalleria li venga a salvare. Sia quella che sia, no grazie. Quelli che si rimboccano le maniche e iniziano la loro, di storia. Che si mantengono lucidi e passano lo sguardo dalle cause, quelle vere, alle soluzioni, quelle vere. Ci sono quelli che l’hanno sempre saputo e quelli che l’hanno appena scoperto,non importa. Ma avanti si va, che a restare fermi si marcisce ancora di piú.

A guardarla cosí sembra tutto bello, ma a che servirá? Che senso ha scendere in piazza? Tanto i fili in mano li tiene sempre qualcun altro. In tanti peró ci hanno insegnato che se una cosa la vuoi, la devi volere forte per poterla prendere. E che da soli non si puó. Tempo fa si alzavano le barricate, si incendiavano le macchine, si prendevano le manganellate. Questa volta forse, ma non é questo il punto. Questa volta il nemico non lo si conosce nemmeno poi tanto. Cioé, lo si intuisce piú che altro, perché non ha volto. Ma la sedia sotto il culo brucia lo stesso, e ti ci devi alzare. E allora succede che ti affacci alla finestra e vedi la strada come un fiume in piena, e due domande te le fai. Il sangue torna a bollire nelle vene, ti senti attratto da quella fiumana di civiltá ritrovata. E allora succede che spegni la tivvú, e ritorni a camminare nel mondo reale. E ti accorgi che ci sono anche quelli di 50 anni fa, di fianco ai figli e pure ai nipoti. Ti accorgi che vi eravate illusi tutti, che vi eravate accontentati delle storie della buonanotte che vi avevano raccontato, ma che non é bastato. Che a vederelo ora sembra tutto cosí chiaro... siamo stati complici anche noi.

Quella marea umana é come una secchiata di acqua fredda dritta in faccia. Guarda cosa ci hanno fatto mentre dormivamo. Si scende in piazza di nuovo. Ci si rimette in gioco. Gemme in attesa sotto il gelo dell’inverno. Brace che si spegne fievole col tempo ma che brucia non appena ci soffi sopra. Ci é voluto un po’, ma abbiamo riaperto gli occhi. Ritrovare l’orgoglio di dire no. Ritrovare la dignitá della non delega. Ritrovare la voglia di scegliere. Ritrovare se stessi in una piazza piena di gente.




venerdì 9 dicembre 2011

Il mito della crescita


È ora di iniziare ad andare a fondo sulle questioni che contano.

Parliamo di crescita. Parliamo del mito della crescita.

Prima di tutto vi consiglio di vedere questo video, se non l’avete ancora fatto.


Introduce molto bene cose che qui vorrei riprendere. Vorrei cercare di farlo nella maniera più logica e semplice possibile. Senza usare nessun concetto astruso con lo scopo di invogliare a prendere le cose per oro colato. Non serve, qui vorrei che ognuno riflettesse con la propria testa. Poi vedremo se quello che si dice avrà senso o no.

La premessa è che come specie umana viviamo su un pianeta che, per grande che sia, è pur sempre limitato. E limitate sono la stragrande maggioranza delle risorse che esso ci può offrire. Quelle che usiamo di più, le fondamenta del nostro sistema di vita. Altre, che paradossalmente usiamo molto meno, sono invece rinnovabili.
Il mantra delle risorse rinnovabili andrebbe visto in prospettiva. La rinnovabilità é, come moltissime altre cose, un concetto del tutto relativo. Non un attributo in sé. Va infatti definito in base al ritmo con cui quelle risorse si producono e si consumano. Se le consumiamo ad un ritmo piú lento di quello cui si producono, le risorse sono rinnovabili. Altrimenti no. Tutto qui. Se usassimo il petrolio solo per lavarci i denti, forse potremmo considerarlo una risorsa rinnovabile. Purtroppo, peró, dal petrolio dipendono non solo i combustibili per i trasporti, ma anche tutti i processi industriali, l’industria farmaceutica, l’industria petrolchimica (appunto), i pesticidi e l’industria delle materie plastiche. E state pur certi che me ne sto dimenticando qualcuna. In pratica tutto quello che ogni giorno vi passa tra le mani, o tutto quello che fate ogni giorno, dipende – in piú di un senso – dal petrolio.  Il vero perno dell’economia e della vita moderna. Petrolio che tarda milioni di anni in prodursi. A vederla così non sorprende più di tanto che la necessità di petrolio muova guerre e determini tutti gli scenari strategici geopolitici come su un tavolo di risiko.

Dunque viviamo su un pianeta limitato, di risorse limitate, che in ogni caso un giorno finiranno. Lasciamo ora perdere il fatto che, già prima che finiscano, il solo fatto che siano scarse, limitate, genera tensioni e soprusi da parte di chi vuole, o puó, accapparrarsele per sé. Per il proprio bene privato. Facciamo finta di niente. Chiediamoci qui solamente quale, in uno scenario di limitatezza come quello che viviamo (ma del quale non sembriamo affatto accorgerci) potrebbe essere una strategia sensata per gestire al meglio la situazione.

Una crescita sfrenata e a tutti i costi? Da un punto di vista di pura logica, direi proprio di no. Ma da dove nasce allora questa dipendenza, questo affanno da crescita?

La nostra pseudo-economia é completamente scollegata dal mondo fisico in cui, tuttavia, continuiamo a vivere. Non si rapporta in alcun modo alla quantità di risorse disponibili per le attività che facciamo, venendo meno al suo ruolo primario di economia stessa: la loro gestione strategica. Il tutto é stato soppiantato dal concetto di denaro, concetto artificiale e non naturale. Inventato dall’uomo. Una volta poteva aver senso come concetto, ma ci si è andati gradualmente dimenticando del perchè è stato introdotto...ed è successo che il mezzo è diventato il fine. Quello che ci viene continuamente dato in pasto per farcelo accettare, è la chimera del progresso. Il progresso? Un concetto nobile che è stato distorto, tant’é che non si sa nemmeno piú di cosa si parla. Il progresso rappresenta quel processo che porta al miglioramento della condizione umana. Il progresso così come si intende oggi equivale invece puramente alla necessità di aumentare la produzione di beni e servizi, alla quale si suppone sia collegato il miglioramento della qualità della vita. L’idea che ci vendono e che all’aumentare le possibilità di scelta aumenta la qualità della vita. All’aumentare la quantità di cose che possiedi o di servizi di cui puoi usufruire, migliorerà la qualità della tua vita. Falso. Pensate solo a cosa significa avere troppe scelte nel quotidiano. Pensate quanto tempo sprecato per fare scelte futili su questioni completamente irrilevanti. Quanto tempo sottratto a questioni che importanti lo sono davvero. L’eccessiva possibilità di scelta ci porta in realtà alla paralisi: possiamo tutto ma facciamo niente. E pensate alla mole di oggetti che quotidianamente, e soprattutto in questi giorni di tranche pre-natalizia, siamo spinti a comprare. Tante volte, troppe, si tratta di cose che non ci servono, che nemmeno vogliamo. Pazzia consumistica. In ogni caso, ad ogni acquisto inutile o no, contribuiamo al deperimento delle risorse, allo spreco di energia, all’inquinamento, all’aumento dei rifiuti e, collateralmente, molto probabilmente allo sfruttamento immorale del lavoro di qualcuno e al peggioramento della sua qualità di vita. E all’arricchimento indebito di qualcun’altro. Ooops.

Ma perchè l’economia deve crescere? Qual é il vero bisogno? Chi l’ha deciso, da dove nasce quest’idea? È un prodotto dell’attuale sistema monetario. Un prodotto di qualcosa deciso dall’uomo. In questo sistema entità private producono denaro prestandolo con un interesse agli stati e, quindi, creando debito. Un debito che non puó esser ripagato perché non esistono in circolo i soldi per pagare gli interessi, a meno che le stesse entità private ne producano ancora. E con esso, va da sé, ulteriori interessi da pagare. Non é molto diversa da una forma di usura.

Tu produci 10 e me li presti chiedendomi 11. “Dove te lo vado a prendere quell’1 extra,scusa?” “Non ti preoccupare, te lo presto io per 1.1.” “Ok, a questo punto ti devo 12.1 ma ne ho solo 11...”

È cosí che gli stati si indebitano e, con loro, noi tutti. Ogni banconota in circolazione rappresenta una percentuale di debito. Se non é tuo, sará di qualcun’altro. I cittadini, da parte loro, si indebitano con le banche. Per poter ripagare il proprio debito i cittadini, cosí come gli stati, devono produrre ricchezza. Far fruttare quei 10 in qualche modo per poter ripagare quei dieci piú gli interessi e, magari, conservare anche qualcosa per sé. Da qui la necessitá di avere un economia in costante crescita. Da qui la necessitá di avere una societá che consumi. Di avere l’economia in movimento. Se tu compri e spendi, qualcuno guadagna. Finché tutto gira va bene, piú o meno. Quando qualcosa si ferma il sistema va in tilt. Come in questi giorni che siamo chiamati a vivere.
Il lato B di questo sistema é che tende a concentrare la ricchezza. Alla fine della giostra, questo continuo scambio di debito accumula la ricchezza nelle mani di pochissimi. Quelli che il soldi li stampano, o i loro amici stretti. Quella stessa ricchezza originalmente intrinseca nelle risorse naturali, quindi di proprietà di tutti e nessuno, distribuita piú o meno equamente su tutto il pianeta. La scoria di questo sistema invece, il debito, che per ragioni intrinseche al sistema stesso che lo genera puó solamente continuare ad aumentare, si diffonde come un cancro verso i livelli piú bassi della società. Da qui i milioni di bambini che muoiono di fame. Non é che non hanno da mangiare, é semplicemente che non gli lasciano niente. E non possono mangiare debito. A volte riusciamo a nasconderlo provvisoriamente sotto il tappeto, facendo finta che non ci sia solo perché l'abbiamo affibbiato a qualcun'altro. Altre volte, infatti, succede che il giochino non basti più e ci esploda di colpo tutto in faccia. E allora anche noi uomini della strada ci rendiamo conto che, in realtà, avevamo un problema, ma non ci avevamo mai pensato sul serio. In questo senso occorre rendersi conto di come davvero non sia un problema nazionale, o locale, ma globale. 

Il problema sembrerebbe quindi risiedere nello stesso sistema che diamo per scontato. Ci siamo cosí abituati che non vediamo nemmeno piú il problema. Non riusciamo nemmeno ad immaginare come si potrebbe vivere senza soldi. E senza interessi. In realtà una cosa così piccola come gli interessi riesce ad avere effetti cosí globali. Un vero e proprio cataclisma.

Abbiamo iniziato a correre per un motivo. Continuiamo per abitudine. Come dei criceti ammaestrati. Sotto lo sguardo compiaciuto e invisibile di chi si diverte a nostre spese. Senza preoccuparci di dove andiamo. Finchè, forse, sarà troppo tardi.

Il contrasto lampante tra oltraggiosa ricchezza ed estrema povertà, con l’ingiustizia planetaria che ne deriva, non é peró l’unica controindicazione a questa sete di crescita e di consumo. Un’altra, ben piú grave forse, è il modo in cui questo sistema consuma le risorse finite della Terra. Producendo masse di rifiuti e inquinamento per avere in cambio niente. O meglio, per avere più debito e cose futili che realmente non ci servono. Consumiamo continuamente risorse finite, senza renderci veramente conto della loro preziosità. Senza chiederci il perché, o se ne valga davvero la pena. Come entrati in un circolo vizioso, in cui sono le nostre stesse balle ad assuefarci. Non ci rendiamo conto che tutto questo non é sostenibile. Sostenibile non é una bella parola priva di significato in bocca a qualche ambientalista hippy. Significa semplicemente che non ce lo possiamo permettere, se vogliamo continuare a vivere. Se non vogliamo estinguerci come specie. Transcinando nel baratro assieme a noi, peraltro, migliaia di altre specie innocenti. Continuiamo a consumare risorse senza criterio. Ancora prima che si esauriscano, la loro scarsezza in aumento determina una sempre maggior aggressivitá e violenza da parte dei potenti per poterne usufruire: aumentano le guerre. Morte e soprusi. Inguistizie planetarie.

In poche parole, ci é stata assegnata una possibilitá e la stiamo letteralmente sprecando. Le leggi naturali non si possono cambiare. Quando non ci sará piú acqua da bere, non ce ne sará piú. Quello che si possono cambiare sono le leggi dell’uomo. Quelle fatte da lui. Come questa pazzia generalizzata della crescita economica a tutti i costi.

Qual’é la soluzione?

La soluzione è prima di tutto, capire cosa sta succedendo. Essere consapevoli di quello che abbiamo davanti.  Di cosa ci aspetta. Che il problema vero non è lo spread. Non é la recessione.

Poi, proporre ed elaborare una alternativa. Anche se non se ne sente parlare, modelli alternativi esitono e sono quotidianamente discussi e migliorati. In alcuni casi idee piuttosto vecchiotte, elaborate in tempi non sospetti da gente abbastanza onesta da riuscire a (pre)vedere la realtá delle cose. Da riuscire a (pre)vedere l’insostenibilità di questo sistema.
Un’alternativa non puó prescindere dal fare a meno del mito della crescita. Nel sistema in cui viviamo, deve rispettarsi quello che viene definito equilibrio dinamico, volto al raggiungimento di un economia stazionaria. Un sistema che si adatta a quello che ha, in ogni momento, in modo da mantenere un equilibrio tra produzione e consumo. Tra l’uso delle risorse e il loro rimpiazzo. Un sistema in grado di mantenere dimensioni accettabili da poter continuare a vivere su questo pianeta. In mutuo rispetto. Potremmo definirla un Economia Basata sulle Risorse (Resource Based Economy), piuttosto che sul denaro.

Torniamo alle leggi naturali. Torniamo alle cose vere, a quelle che importano.

Torniamo a vivere in armonia col nostro pianeta. Non possiamo vivere senza di esso, non dimentichiamocene. 






sabato 12 novembre 2011

Cosa dovremmo pensare?


Sono giorni di fermento, giorni in cui ti puó anche scoppiare la testa a forza di pensarle tutte. È proprio in giorni come questi che l’unica soddisfazione che uno può prendersi è quella di fermarsi un momento a pensare e riflettere su cosa stia, effettivamente, succedendo. Perché se proprio di devono fregare in qualche modo, almeno esserne consapevole. Saperlo, capire il come e il perchè. Magra consolazione.
Da dove si parte per provare a mettere un po’ di ordine? Come sempre, iniziamo dai fatti.

Il governo Berlusconi è finito. Il berlusconismo, pesantissima eredità di molti più dei 17 anni di governo, quasi sicuramente no. Siamo sull’orlo della bancarotta. Non capiamo bene se la democrazia esiste ancora o no. Perchè se in Africa i governi cadono sotto le bombe, quelle vere, in Europa e nel mondo libero ormai cadono sotto gli oscuri colpi della finanza.

La vera domanda qui è: Cosa dovremmo pensare? Qualcuno, uno che ne sapeva, diceva che a pensare male si fa peccato, ma spesso si indovina...vediamo dunque.

Possiamo immaginarci che la realtà esista sottoforma di due livelli, due mondi paralleli.
Uno è quello ufficiale, quello delle dichiarazioni, quello formale. Quello della politica, per intenderci. Quello di facciata, che tante volte puzza ma che si fa meno fatica ad ingoiare e mandar giù perché tutto sommato si capisce e si crede di conoscere. L’altro é quello oscuro, sotterraneo, quello che muove i fili restando nell’ombra, che ci rende tutti burattini. Quello delle cosidette teorie del complotto, quello che niente è come sembra, niente è scontato. Quello che bisogna scavare sotto la superficie per vederci chiaro, quello che tutto ha un doppio significato. Simbolismo e massoneria. Elite non elette. Mondo finanziario e gotha globale. Matrix.

A quale credere? Se ti fai questa domanda, è evidente più che mai che non c’è niente in cui credere. Non bisogna credere, bisogna per quanto possibile cercare di informarsi e far girare le rotelline arrugginite che tutti abbiamo in testa. Iniziamo da qui allora.

Mondo ufficiale

Si fa un gran parlare di governo tecnico. Dovremmo andare democraticamente a votare o delegare temporaneamente la nostra sovranità a qualcuno che non abbiamo eletto ma con le competenze per tirarci fuori dai problemi? La domanda assume un significato particolare qui: crediamo ancora nella politica?

C’è chi sostiene che la politica non serva a niente. Spesso mi ritrovo a pensarlo anche io. La politica, intesa come il teatrino cui stiamo assistendo ormai da troppo tempo, staccata dai bisogni e dalla passione della gente, quella che si alimenta di ideologie piuttosto che di problemi concreti e quotidiani, che si nutre di miti elaborati ad arte, aliena alle dinamiche del mondo reale, quella politica non serve a niente.
Peró le masse non si gestiscono da sole e noi, volendo o nolendo, nei nostri 7 miliardi di unità siamo masse. Quindi si è inventata la democrazia rappresentativa per delegare il proprio potere decisionale a qualcuno, sulla base di principi condivisi. Su basi prevalentemente ideologiche. E qui è dove le cose, ultimamente, sono cambiate. Con l’avvento della società della comunicazione, dell’accesso all’informazione e alla conoscienza reso possibile a tutti, del boom dell’educazione, forse è ora di pensare la cosa diversamente.

C’è qui chi sostiene che i problemi che ci troviamo ad affrontare sono, per la stragrande maggioranza, problemi di natura tecnica e, come tali, andrebbero affrontati. Non c’é un modo di destra o di sinistra per costruire un aereo, se vuoi farlo volare. È qui allora che la politica perda ogni senso. Quello che servirebbe non è la politica al potere, ma la ragione al potere. Delegare le decisioni che affettano il bene della comunità piú che alle ideologie ad un processo logico e razionale, basato sul metodo scientifico. Dimostrami che hai ragione, non dirmi che hai ragione. Se possiamo descrivere un problema in termini matematici, scientifici, allora abbiamo degli strumenti eccezionali per poterlo risolvere. Per risolverli in maniera libera da contraddizioni, da doppiogiochi, da corruzione, da menzogne, da convenienze personali. È tutto trasparente e sotto gli occhi di tutti.

In una prima approssimazione, è quello che si intende per governo tecnico. Se poi volessimo emanciparci da quell’enorme limitazione che è la necessità di delegare a pochi le decisioni che affettano il bene di tutti, allora arriveremmo alla ricchezza vera, quella che nasce dalla cooperazione. È il concetto dell’open source. Nella sublimazione di questo concetto, tutti possono e tutti DEVONO partecipare. Abbiamo gli strumenti per poterlo fare, oggigiorno. Questa, sì, sarebbe democrazia allo stato puro. Wikitecnocrazia 1.0.

Ma rimaniamo con i piedi perterra, rimaniamo nel presente. Torniamo alla democrazia rappresentativa, si parlava di governo tecnico. Una prima approssimazione. Basi tecnico-scientifiche, non sinistro-destriche. In questo senso mi pare che non possa che essere una buona novitá. In un momento in cui siamo sull’orlo del baratro non vorrei proprio affidare le nostre sorti nelle mani di chi si preoccupa di garantire una maggioranza piuttosto che di risolvere i problemi che abbiamo. Se i problemi sono principlamente economici preferisco, lo confesso, un economista a un politico. Problemi che sono sotto gli occhi di tutti, e non sono nè di destra nè di sinistra.

Se solo uno non volesse considerare anche quel submondo che potrebbe esistere sotto la superficie, parrebbe proprio che le cose si stiano mettendo per il verso giusto.

Mondo oscuro

C’é chi dice che non esiste più la sovranità popolare, in quanto tale. Che gli stati nazionali non hanno più alcun senso. Che i nuovi stati, al giorno d’oggi, sono le multinazionali. Che chi muove i fili di tutto quello che succede sono una manciata di persone dell’elite finanziaria mondiale, che si riuniscono in totale segretezza con lo scopo di dirigire gli avvenimenti a livello globale in modo da ricavarne un beneficio, loro, alla spalle di tutti gli altri, il famoso 99%. Una specie di setta oscura e malefica che, mossa da interessi esclusivamente personali, perpetua quotidianamente un unico enorme crimine contro l’umanità. Concentra la ricchezza mondiale nelle mani di pochissimi a scapito della qualità delle nostre vite e dell’ambiente. Con disprezzo per la vita stessa. Il potere per il potere.

Avete visto matrix? Ecco. Nel vero mondo ombra invece delle macchine chi controlla il mondo fittizio in modo da darci l’illusione di essere arbitri delle nostre decisioni (vedasi democrazia rappresentativa) è probabilmente un gruppetto di qualche centinaio di persone di cui non si conosce la faccia, chiusi in una stanza e che ci guarda sogghignando maleficamente dall’alto di un qualche superattico.

Dovremmo crederci? Abbiamo abbastanza prove quotidianamente sotto gli occhi a suffragare questa ipotesi, prove che forse tante volte non siamo abbastanza allenati da vedere. O non vogliamo vedere.

Dove voglio andare a parare?

C’è chi dice che il governo in Italia è caduto per colpa dei mercati. Qualunque cosa significhi, non ha poi tutti i torti. Qualche potere oscuro – che la gente comune non capisce,  non conosce –  ha assestato un attacco mortale negli ultimi giorni. Il governo è caduto immediatamente dopo mesi, forse anni, in cui stava in una specie di coma farmacologico. Un’escalation inarrestabile. Gli stessi che sostengono queste cose ci dicono anche attenti, perché il salvatore della patria, il tecnico competente che sta arrivando a salvare il paese, l’unico e il solo che puó uccidedere quel drago malefico che è lo spettro incombente della bancarotta, altro non è che un uomo mandato proprio dallo stesso potere occulto. Quello che controlla i fili del mondo. Lo stesso che ha appena assestato il colpo mortale. In quest’ottica, sarebbe il crimine perfetto. Agendo nell’ombra tutto è possibile.

Assestiamo un colpo mortale ad un paese, con le nostre armi finanziarie, poi mandiamo uno dei nostri a prenderne il comando col pretesto di salvarlo. E a salvarlo, dato che i fili di tutto li muoviamo noi, certo che ci riuscirà. La gente lo acclamerà. Nel frattempo li convinceremo che dovranno fare sacrifici, che è l’unico modo per risolvere il problema. Diamo la colpa alla politica e mandiamo un non politico. Il problema è economico? Mandiamo un economista. Il crimine perfetto. Saranno perfino contenti di morire lentamente. E qualcuno ci guadagnerà, come sempre.

Cosa dovremmo pensare?

Non lo so. In ogni caso non è che cambi più di tanto le cose, adesso come adesso.
Quello che mi fa sospettare è che, ancora una volta, depositiamo tutte le nostre speranze in un illuminato uomo della provvidenza, l’uomo giusto al momento giusto. Sbucato fuori all’improvviso dall’ombra. Un uomo nuovo. Che salverà l’Italia, l’Europa e il Mondo (per dirla con il Wall Street Journal). Siamo pieni di aspettative e pronti al peggio. Sull’orlo dell’esasperazione e della paura non si ha più tempo per la critica, si fa passare qualsiasi cosa alla svelta. Per far fronte alle emergenze, si è pronti a tutto. Noi siamo il paese delle emergenze. Ma se le emergenze fossero create ad arte per indorarci la pillola?

A pensar male si fa peccato...








sabato 5 novembre 2011

Oria d'aria fritta



Ultimamente si fa un gran parlare di economia. Mi chiedo come mai.

Il problema quando si parla tanto di qualcosa, è che uno finisce per dimenticarsi il punto si partenza della discussione. Da dove eravamo partiti?

Economia, dal greco οἴκος (oikos), "casa" inteso anche come "beni di famiglia", e νόμος (nomos), "norma" o "legge": “scienza che studia l’utilizzo di risorse scarse per soddisfare al meglio bisogni individuali e collettivi contenendo la spesa”.  
Su questo direi che possiamo essere piú o meno d’accordo.

Facciamo ora lo sforzo di analizzare l’attinenza di questa definizione con quello di cui tanto si parla.



Prima di tutto: mi sembra utile centrare la discussione sull’economia umana, ossia quello che noi esseri umani cosideriamo il modo migliore per soddisfare i bisogni legati alla sopravvivenza e al benessere della nostra specie. Uno strumento che usiamo egoisiticamente e utilitaristicamente per il nostro bene esclusivo.
Non si tratta di una precisazione inutile, dato che dalla definizione generale non è affatto chiaro di quale tipo di individui parliamo, nè di quale tipo di comunità. Potermmo parlare di un ristretto gruppo di persone o, all’estremo opposto, di tutto il regno animale, o perfino di tutta la biosfera. Le cose cambierebbero notevolmente, in quel caso. Si tratta del concetto di simbiosi, ma di questo forse meglio parlare un’altra volta per non mettere troppa carne al fuoco.

Parliamo quindi di economia umana. Ora, visto che tutti gli esseri umani abitano nello stesso posto, comunemente noto come pianeta Terra, possiamo circorscrivere abbastanza il ragionamento sulle risorse: sono quelle contenute dal pianeta.
L’unico modo in cui ha senso parlare di economia umana, é quindi facendo un discorso a livello globale.



Definiamo ora il concetto di risorsa: il senso comune ci dice che è risorsa qualsiasi cosa possiamo usare per fare qualcosa. Possiamo distinguere principalmente tra risorse naturali, tra cui materie prime e risorse energetiche, e risorse umane.

Le risorse umane sono incredibilmente importanti, il fondamento della nostra civiltà direi. Sono le nostre capacità, quello che ci permette di fare ciò che facciamo. Più persone, più risorse umane. A livello globale quindi potremmo dire che le risorse umane aumentano con la popolazione mondiale. Qui peró trascuriamo un fatto estremamente importante, cioè il loro carattere emergente. In altre parole se in matematica uno piú uno fa due, in genere in biologia non funziona cosí. Dall’unione di strutture uguali in una superstruttura normalmente emergono proprietà che prima non esistevano. Pensate a quello che puó fare una persona; pensate a quello che puó fare un gruppo di persone che si organizzano tra loro. Non c’é paragone. Il concetto é conosciuto come proprietà emergenti. Vale la pena approfondire il concetto, ma forse meglio rimandare anche questo ad un altro post.
La cosa chiara è che, se di scarso c’é qualcosa su questo pianeta, non sono di certo le risorse umane. Per lo meno secondo una prospettiva di utilizzo umano, che è quella che ci interessa.



E le materie prime? Mi sembra abbastanza ovvio che qui è un altro paio di maniche. Per il semplice fatto che il pianeta Terra è un pianeta, ne deriva che ogni risorsa che può contenere è per definizione limitata. Limitata non vuol dire necessariamente scarsa, ma vuol dire che va gestita perchè altrimenti prima o poi lo diverrà. A volte ce ne dimentichiamo, ma tra le materie prime rientrano anche l’aria che respiriamo e l’acqua.



Per quanto riguarda le risorse energetiche, invece, parliamo di qualcosa che potremmo considerare come una delle frodi più grandi della storia umana. Si tratta di una frode perpetuata, piuttosto recentemente per la verità, da un gruppo di esseri umani contro la totalità del genere umano che, forse a insaputa dei primi, li include.
Infatti, la stragrande maggioranza delle risorse energetiche utilizzate finora sono in realtà niente più che altre materie prime. Petrolio. Carbone. Gas naturale. Comunemente detti combustibili fossili, sono il prodotto della decomposizione durante milioni di anni di materia organica. Esseri viventi che crescono assorbendo l’energia solare (piante) o acquisendo energia già accumulata in altri organismi (animali). In ogni caso il tutto è riconducibile ad una conversione piú o meno lunga di energia solare in quello che si chiama energia chimica di legame, che si puó liberare molto facilmente semplicemente bruciando questi composti.  L’energia infatti non si crea nè si distrugge, si puó solo convertire da una forma ad un altra. Per via del ritmo estremamente lento con cui si originano queste sostanze, rispetto al ritmo con cui le consumiamo, vengono chiamate risorse energetiche non rinnovabili. Si tratta della nostra principale fonte di energia ora e, nonstante tutto, si prevede che continuerà ad esserlo ancora per molto tempo.
A queste possiamo aggiungere il nucleare che, dipendendo dalla disponibilità di una materia prima, l’uranio, è anch’essa per definizione non rinnovabile.

Il loro utilizzo si poteva giustificare in passato, vista la relativa abbondanza di materie prime e il fatto che non fosse tecnicamente possibile utilizzare risorse energetiche rinnovabili. Entrambe queste scuse ormai da qualche tempo non reggono più. Il progresso scientifico-tecnologico (vedasi proprietà emergenti delle risorse umane) ha reso possibile diverse tecniche per convertire in elettricità, la nostra moneta di scambio per veicolare l’energia, le risorse energetiche rinnovabili. Tra queste sono molto popolari il solare e l’eolico, ma ne esistono anche altre come il geotermico e l’energia marina (onde e maree). Possiamo includere tra le rinnovabili anche l’idraulico, visto che il ciclo dell’acqua si ripete constantemente e avremo piú o meno sempre acqua nei fiumi per riempire le dighe.
Si tratta di risorse che, su un orizzonte umano, NON sono limitate. In altre parole, dal momento in cui é diventato possibile utilizzare risorse energetiche rinnovabili sarebbe economico eliminare del tutto l’uso delle non rinnovabili. Lasciando quelle stesse materie prime ad altri usi che non siano la produzione energetica (e ce ne sono). Secondo la definizione di economia stessa.




Torniamo a questo punto al problema di definire l’economia umana ad un livello globale. Abbiamo visto che il cuore di questa scienza dovrebbe essere il modo in cui utilizzare efficientemente le materie prime, visto che risorse umane non presentano problemi di scarsità e che potremmo utilizzare fonti energetiche illimitate su questo pianeta.
Ho volutamente sostituito il concetto di “per soddisfare al meglio bisogni individuali e collettivi contenendo la spesa” con “efficientemente”, visto che mi sembra più facile da ricordare. Produrre il massimo consumando il minimo. Efficienza.



Fatto tutto questo discorso abbiamo finalmente ben chiaro il concetto di economia umana:

“la scienza che studia come utilizzare efficientemente le materie prime a livello globale, per il bene del genere umano”.

Se volessimo riassumerlo in un concetto, sarebbe massimizzare l’efficienza.



Esattamente quello di cui si parla normalmente quindi. Economia.


O mi sono perso qualcosa?





Beh, nel sistema attuale economia letteralmente significa: massimizzare il profitto.
Niente più. Niente meno.

Perché massimizzare il profitto? Perché il nostro sistema si regge sulla necessità intrinseca di una crescita continua, dovuta alla necessità ben nota di ripagare gli interessi sul debito contratto. Debito personale, con la banche, oppure debito pubblico, sempre con la banche.
È il sistema monetario. Denaro prodotto da banche che lo prestano ad un certo interesse.
Per ripagare una somma maggiore di quella iniziale, si può solo farla crescere in qualche modo.

Come si massimizza il profitto? Attraverso la ben nota società dei consumi. Il classico far girare l’economia.
Ma cosa succede in un sistema del genere?

  • Beni e servizi devono continuamente essere prodotti e venduti se si vuole evitare il collasso. Questo implica necessariamente una limitazione della loro qualità, in modo che dovranno essere prima o poi sostituiti o riparati. Il che implica una limitazione artificiale dell’efficienza nell’uso delle risorse naturali.  Anti-economia.
  • Altra conseguenza è la continua produzione di rifiuti. Un inquinamento cronico intrinseco al sistema. Non conviene limitarlo se si vuole massimizzare il profitto. L’inquinamento riduce l’utilizzabilità delle risorse naturali. I rifiuti sono risorse andate perse. Anti-economia.
  • Una sistema di questo tipo trae inoltre vantaggio da uno stato di scarsezza cronica di beni e servizi. Limitando artificialmente l’offerta infatti, a parità o aumento di domanda, i prezzi aumentano. E con loro, a parità di costi, il profitto. Se ci fosse abbondanza per tutti invece i prezzi crollerebbero e con loro il profitto. In un sistema intrinsecamente schiavo della crescita continua, questo non è possibile. Il bene del genere umano in quanto tale non è conciliabile con la ricerca del profitto. Anti-economia.




Mi chiedo come mai siamo in crisi.



E di cosa sentiamo parlare ogni giorno.







martedì 1 novembre 2011

Where are we going


Mi sono sempre preoccupato di trovare un senso nelle cose che faccio.

Non ho mai fatto le cose tanto per farle e che poi un giorno, chissà, un perché ne verrà fuori. Non é il mio modo di ragionare. Mi piace normalmente avere una visione dall’alto, a volo d’uccello; senza troppi dettagli, ma mi deve far capire da dove partire, dove voglio arrivare e, più o meno, per dove passare. Poi le cose possono cambiare, chiaro...ma la visione deve cambiare con loro, aggiornarsi costantemente e non lasciarmi solo coi capricci del caso. È un sistema che mi da la sicurezza e la determinazione di cui ho bisogno per andare avanti, giorno dopo giorno, fino a raggiungere il mio traguardo.

C’é solo un piccolo particolare: questo sistema, in genere, non funziona.

Per quanto ci si sforzi di piegare le cose a proprio piacimento, di deviare il corso della vita e tenerlo sotto controllo, questo inevitabilmente ci ride in faccia e ci scivola via tra le dita. Avete mai provato a fermare la corrente in un fiume con le mani aperte? Ecco.

Quando inevitabilmente arriva il momento in cui ti senti impotente, tutto come d’improvviso perde ogni senso e ti svuoti. Si torna alle origini, pagina bianca da scrivere. Mille le domande.

Cosa ci spinge ad andare avanti ogni giorno? Perché si fa quello che si fa? Ma soprattutto, dove stiamo andando? E perché?

Si potrebbe rispondere che, per qualche motivo, troviamo un senso in quello che facciamo, un’intima convinzione che sia la cosa giusta (giusta per chi?). I più fortunati la chiamano visione.

Visione é una di quelle cazzate che si scrivono sul curriculum e in cui finisci per credere per davvero. Visioni sono anche quelle che avevano in testa i figli dei fiori, con o senza aiuti lisergici. Una visione é qualcosa che ti guida, che non devi mai perdere d’occhio. È una cosa che ti cade addosso all’improvviso e poi non smetti più di vederla, ovunque. È una cosa bella, la visione. Ma non si trova per caso; anzi, direi che non si trova proprio; é lei che ti viene a prendere, un giorno.

La mia visione é una fotografia aerea ti me che sto volando sopra alla mia vita. Non le manca niente.

A volte, però, ti da picche e ti lascia piantato lì, come un coglione. È roba da gente tosta, una visione. Bisogna saper reagire, non sprofondare in quella pesante cortina nera che ti vuole avvolgere e stritolare, battere un colpo e trovare una soluzione quando tutto perde all’improvviso ogni senso.
Perché una visione divora tutto il resto. Tutto si piega a lei, tutto é distorto e si rischia di perdere le proporzioni. E di colpo allora ti rendi conto, quando lei ti lascia, che le cose non sono poi così come pensavi. In genere le cose, per la verità, non seguono affatto il filo del tuo discorso. Se ne fregano abbastanza, loro, della tua visione.  Loro sono, e basta.

E tu ti trovi lì, lasciato solo di fronte alla cruda realtà, all’assenza di ogni senso e senza un percorso da seguire. Rischi di affondare con la nave, da buon capitano. E allora succede una cosa strana. Come all’improvviso, capisci. È un attimo appena, una folgorazione, una miccia che si accende e si spegne di colpo che bisogna essere bravi a non lasciarsela sfuggire...

Capisci che non c’é visione che regga, non c’é un cammino scritto davanti a te. Non esiste in quanto tale. Sei tu che credi di averlo trovato e ti sforzi in tutti i modi di seguirlo. Ma a volte succede che perdi la strada, ed é qui che ti devi girare indietro, verso quello che conosci già. O almeno credi.



Guarda all’orizzonte, é da lì che vieni. Non devi dimenticarlo mai.

Percorri con lo sguardo il percorso che hai fatto finora, arriverai a vedere delle impronte per terra. Sono le tue. Sono quelle lì che ti hanno portato dove sei ora, ad essere la persona che sei. Niente é stato casuale, poiché ogni deviazione ti avrebbe portato in un altro posto, in un altro tempo. Dimensioni parallele. Multiversi. Indeterminazione. E invece sei lì. Ed é l’unica cosa che sai, in questo momento.
Sei il prodotto di miliardi di eventualità, milioni di variabili incontrollabili in gioco. Istanti in cui hai dovuto fare scelte che hai voluto credere in coscienza essere razionali. Che hai voluto credere di stare controllando. Beh, non era così.

Se ti sforzi un po’ vedrai che le impronte finiscono proprio sotto i tuoi piedi. Non un passo più in là.

Ora, rimani fermo un momento. Rifletti. La linea che vedi é composta da una serie di punti. Non é un percorso deciso in partenza, é una serie di punti. Una serie di passi. La meta é un illusione che ci fa credere di avere un qualche controllo sulle nostre decisioni, ma la realtà che viviamo ogni giorno é il caos. La visione ci aiuta appena a scegliere che direzione prendere, ma se siamo così stupidi da proseguire ciecamente in avanti senza guardarci intorno, va a finire che ci perdiamo caro mio.

Ed eccoci qui. Potremmo essere ovunque, ma siamo qui. E allora tanto vale guardarci intorno e scegliere, coscientemente, cosa vorremmo fare. Non cosa dovremmo. Riparti in avanti e non ti perdere un attimo pensando a dove dovresti stare andando. Goditi tutto quello che hai intorno e quello che trovi. Se ne hai la forza, tieni in mente anche tutto quello che hai già passato e cerca di unire i puntini passo dopo passo, ma sempre guardando in avanti.

E non ti preoccupare della visione. Una vera visione non vuole essere seguita, ma che é lei che cammina al tuo fianco, passo dopo passo, perché in realtà siete la stessa cosa.



La tua visione sei tu.






“Life is what happens to you while you're busy making other plans.” 
― John Lennon