In inglese esistono due parole per esprimere quello che noi chiamiamo,
semplicemente, lavoro. Una é work, che esprime il concetto di lavoro in senso
ampio come attivitá produttiva con cui l’uomo – attraverso il dispendio di
energie fisiche e intellettuali – si procura beni e servizi. Per questo, la
parola work é almeno vecchia quanto l’uomo. L’altra, molto piú recente, é job. Rispetto
a work, job é prettamente il lavoro salariato. Cioé esprime il fatto che delle
persone prestino il loro tempo, le loro energie e capacitá per svolgere
mansioni non necessariamente volte a soddisfare le loro necessitá o aspirazioni,
ma per le quali ricevono un compenso monetario.
LE ORIGINI DELLO SGOBBONISMO
Si pensa che il termine job abbia origine nel XVI secolo, lo stesso
periodo in cui nascono gli stati moderni e il sistema monetario cosí come oggi
lo conosciamo, quello delle banche centrali. Le banche centrali sono, giá
allora, enti controllati da privati che assolvono la funzione essenzialmente
pubblica di creazione e controllo della moneta dello stato.
A proposito della moneta, ci sono un paio di cose interessanti da
notare. La prima é che il valore della moneta risiede nella fiducia che la
circonda. Trattandosi di una convenzione attraverso cui regolare gli scambi di
beni e servizi, non é tanto il valore in sé dell’oggetto che si usa come moneta
a darle effettivamente valore, quanto la sicurezza che chiunque potrá poi cambiarlo
in qualsiasi altra cosa. Ne deriva che moneta puó in realtá essere qualsiasi
cosa, tanto che nel tempo si sono usate conchiglie, pelli e perfino il sale
come moneta! É quindi l’alone di fiducia che la circonda a darle valore, ma
come si crea? Beh, questa é la seconda cosa interessante...
É in realtá lo stato stesso a crearla ma in un modo che nessuno si
aspetterebbe: con le tasse! É infatti creando ad arte la necessitá per i
cittadini di pagare le tasse con la moneta emessa dallo stato che questo
letteralmente li costringe a procurarsela, altrimenti non avrebbero
necessariamente bisogno e potrebbero magari continuare a barattare o a usare il
sale invece che le banconote. É quindi sapendo che chiunque potrá usare quella
carta per pagare ció che lo stato richiede che tutti sanno, di colpo, che
quella cosa ha valore per tutti e che si puó usare per scambiarsi tutto il
resto.
Dunque la gente inizia a lavorare per avere monete piú che per altro. In
questo modo il risultato del lavoro si uniforma, é sempre e comunque moneta.
Moneta che in sé non é niente, ma che in potenza puó essere tutto. Il lavoro
diventa in questo modo job, ed é forse lí che iniziano tanti problemi.
La moneta diventa infatti l’unitá di misura non solo del valore delle
cose, ma della vita stessa e delle persone. Anche tu diventi misurabile in
termini di monete: quelle che possiedi o quelle che sei in grado di guadagnare
in un certo tempo. Non importa il come, non importa se sei un artista eccelso o
semplicemente un subdolo truffatore. Sono i soldi a dare prestigio, non la
qualitá delle persone. E i soldi, cosí come ogni altra forma di ricchezza, danno
potere. E il potere, si sa, da sempre piú soldi.
DISTORSIONE DELLA REALTÁ E OMOGENEIZZATO MONETARIO
Eccoci dunque come d’incanto arrivati ad una situazione che conosciamo
molto bene. Le scelte che compiamo nella nostra vita, cosí come – e forse piú –
le scelte che NON compiamo poiché le diamo per scontate, dipendono sempre piú
dai soldi che dalle vere capacitá e aspirazioni delle persone. Si tratta in
definitiva di un aridimento estremo della nostra societá, in cui l’infinito ventaglio
di possibili espressione della diversitá umana si riduce ad essere sempre e
costantemente valutata usando lo stesso metro. Li sordi.
Succede quindi che quando conosciamo qualcuno gli chiediamo “cosa fai?”,
avendo giá chiaro in mente – sia noi che lui/lei – che intendiamo il lavoro. E
lavoro inteso come job. Semplifichiamo le persone e la loro estrema complessitá
facendole passare per l’imbuto del lavoro, omogeneizzazione
monetaria. Le capacitá, i talenti, gli hobbies o le inquietudini e
aspirazioni delle persone passano sempre piú in secondo piano.
“Cosa fai?”
“Io vivo, e tu?”
Ma dietro questo impoverimento di relazioni, c’é ben altro. E qualcosa
di forse molto piú concreto. C’é un sentimento di scarsezza cronica, di
insufficienza costante e di preoccupazione per futuri bisogni insoddisfatti che ci obbligano
costantemente a scendere a compromessi, tutto sempre in nome del dio denaro.
Quanti possono dirsi cosí fortunati da lavorare in qualcosa che gli piace per davvero?
La necessitá é peró quella di arrivare a fine mese, cioé di avere di che
vivere. Percui é normale, sempre piú normale, fare buon viso a cattivo gioco.
Verrebbe da dire che é quasi il contrario, ultimamente. Non é normale quando
trovi qualcuno soddisfatto del proprio lavoro. Oggi queste persone appaiono sempre
piú dei privilegiati.
SCARSEZZA O NON SCARSEZZA?
Ma quali sono le radici di questa scarsezza? E dopotutto, esiste per
davvero!? C’é veramente bisogno di tagliare i servizi sociali e aumentare le
tasse per poter fare qualsiasi altra cosa? Abbiamo visto che la ricchezza si
misura in termini monetari, percui lo stesso vale per la scarsezza. A questo
punto, se nel sistema monetario di oggi i soldi se li stampa lo stato, dov’é il
problema? La questione é spinosa, c’é da tenere conto dell’inflazione, del tipo
di attivitá fornite (produttive o speculative) e di molte altre cose, ma in
generale si potrebbe concludere che questa scarsezza non ha ragione di
esistere. O potrebbe perlomeno essere infinitamente minore.
A ben vedere uno potrebbe chiedersi: su che base misuriamo la
scarsitá? Sulle vacanze in resort 5 stelle ai Caraibi? Sulla quantitá di
depositi milionari? Oppure sul numero di Ferrari che girano per strada? Mi pare
non ci siano dubbi nel dire che questo senso di scarsitá si riferisce alle cose
che ci servono necessariamente per vivere. Il
senso di scarsezza riguarda il poter soddisfare le proprie necessitá primarie.
Percui eliminare la scarsitá nella fornitura di alimenti, acqua, energia, case
e poche altre cose significherebbe giá ridurre sostanzialmente il problema. Tutti
dovrebbero avere accesso a queste cose, per le quali non dovrebbe esistere scarsezza.
Bene.
Ma soddisfare le necessitá primarie per tutti significa o uno stato
iper-assistenzialista in cui nessuno si deve piú nemmeno preoccuparsi di
lavorare, oppure significa garantire un
lavoro a chiunque in modo che tutti possano avere una entrata minima. Nel
secondo caso ognuno sente di dover contribuire in qualche modo al bene della
collettivitá, ma nessuno gli impone piú il come. Significa quindi cambiare
nuovamente il paradigma lavorativo, facendolo tornare ad essere work, non piú
job. Se potesse esistere una situazione nella quale, indipendentemente da
quello che fai, avresti di che vivere, perché mai dovresti fare qualcosa che
non ti piace? L’unico caso che mi viene in mente é “non so cosa mi piace”.
Bene, nel caso in cui qualcuno non abbia aspirazioni particolari ci sará sempre
una marea di lavori socialmente utili (ossia utili alla collettivitá) da dover
fare. Nel momento in cui l’hai capito, sei libero di fare quello che meglio
credi, che piú ti realizza e ti fa stare bene. La magia in questo caso é che é
fisiologico che il tuo lavoro sia anche qualcosa che fai con trasporto e
passione, quindi bene. Con voglia di migliorarti costantemente non perché
qualcuno te lo impone, ma perché sei tu a volerlo. Se cambiano le condizioni,
sei libero di cambiare lavoro. Nel momento in cui si verifica questa condizione
é anche il settore privato a beneficiarne, in quanto si vengono a creare
imprese nuove, espressione delle aspirazioni di persone che seguono i propri
sogni e i propri ideali. Non la necessitá di profitti e benefici economici. Lo
stato é quindi tramite tra una disoccupazione che non ha ragione di esistere e
il settore privato in crisi.
Ma facciamo un esempio per capirci meglio. Immaginiate, con grande
sforzo e solo se ci riuscite, una situazione in cui la disoccupazione é alta e allo
stesso tempo non ci sono abbastanza risorse per offrire servizi pubblici di
qualitá (ad esempio: la salvaguardia del territorio dal dissesto idrogeologico,
oppure la manutenzione delle infrastrutture, oppure ancora l’assistenza
sanitaria). Ci siete riusciti? Complimenti, non era facile! Ok, pensate ora: qual é effettivamente il fattore limitante
del processo, i soldi o la mancanza di risorse (pensiamo in particolare a
quelle umane in questo caso)? Chiaramente sono i soldi. Pare che non ce ne
siano mai abbastanza da poter pagare tutti quelli che dovrebbero fare quelle
cose. Di lavoro da fare invece, chissá come mai, ce n'é sempre anche troppo! Ma allora se per un momento aggirassimo il sistema dei soldi, niente vieterebbe
di prendere la massa dei disoccupati e metterli a lavorare in queste cose che
servono eppure nessuno fa. In questo modo loro sentirebbero di avere una
funzione, magari imparerebbero un mestiere, si qualificherebbero etc. E se in
cambio gi dessimo anche (in un modo o in un altro) di che vivere, dove starebbe
il problema? Nello stampare un altro po’ di carta straccia?
Nel momento in queste persone avranno soldi da spendere per comprarsi
di che vivere, sará l’intera economia a beneficiarne, molto piú che con le tristemente
famose cure a base di lacrime e sangue! E quindi significa che magari le
imprese del settore privato torneranno ad un certo punto ad aver bisogno di
lavoratori, piú che a doverne licenziare, e che li dovranno per forza di cose
pagare meglio di quello che fa lo stato col lavoro garantito. Ci saranno quindi
delle persone che transiteranno semplicemente attraverso il lavoro garantito,
piuttosto che stare a casa a deprimersi su come le cose vanno male e non si
vede la luce in fondo al tunnel, per poi tornare a lavorare nel settore privato.
E se poi i salari aumentano troppo? semplice, allora – solo allora – li si tassa un po’ di piú per evitare l’inflazione.
IL ROVESCIO DELLA MEDAGLIA
Ne deriva che la piaga della discoccupazione, oggi, é figlia (anche) di
un sistema basato totalmente sul lavoro salariato. Un sistema in cui non
esistono piú, almeno in teoria, persone che vengono comprate per lavorare (gli
schiavi), ma in cui comunque ogni giorno miliardi di persone vengono letteralmente
affittate per farlo. Il fatto é che non hanno alternativa, se vogliono campare.
Da lí l’importanza del lavoro e della professione nella presentazione
personale e il suo peso nella vita di ognuno di noi. Da lí la distorsione di
valori sempre orientata verso l’ottenere ricchezza economica. Da lí un sistema basato
sulla competizione perenne, giudicata necessaria per aggiudicarsi le scarse
risorse disponibili a scapito degli altri. Da lí il giustificare, seppur magari
inconsciamente, la povertá. Perché in un mondo di risorse scarse qualcuno sará
necessariamente povero. Da lí la frenesia di dover accumulare ricchezza pur
mantenendola improduttiva (speculazione) piuttosto che usare non piú di quel
che ci serve, quando ci serve. Da lí un sacco di altre malattie della nostra
societá.
Ma la disoccupazione dilagante, con tutte le piaghe sociali che ne
derivano, é anche figlia di una scarsezza artificialmente creata e mantenuta
dagli organismi che controllano le politiche monetarie. Scarsezza che,
attraverso una reale oculata gestione delle risorse, di fatto non avrebbe
ragione di esistere. Gestione basata sulla condivisione
di beni e servizi e sulla cooperazione degli sforzi per il bene comune piú che sulla proprietá privata a tutti i
costi e sulla competizione predatoria. E tutto questo perché, non
dimentichiamocelo, la scarsezza si misura in termini di qualcosa – la moneta –
che siamo liberi di creare e distruggere a piacimento. E che non ha nessun
valore in sé e per sé.
“Non confidare nei soldi, non sono la realtà.” (Blow)
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